Le leggi razziali a TorinoLa cacciata degli ebrei dall’Università, e le parole false e cortesi delle istituzioni

Gli antagonisti pro Pal hanno aggredito il 15 maggio i giovani dell’Ugei, e i vertici dell’Ateneo di Torino hanno annullato la conferenza programmata sull’antisemitismo. Ragioni di ordine pubblico impongono l’accettazione della violenza?

LaPresse

Per celebrare degnamente l’anniversario della Nakba – che nella vulgata antisionista segna l’inizio dell’esodo palestinese, e nella realtà storica l’avvio delle guerre arabe contro lo Stato di Israele immediatamente dopo la sua fondazione nel 1948 – la galassia pro-Pal torinese, lo scorso 15 maggio, si è organizzata alla grande.

Prima è andata a cacciare i giovani ebrei dell’Ugei dal Campus Einaudi dell’Università di Torino, dove avrebbero dovuto tenere, con altre organizzazioni studentesche, un convegno dal titolo: «Per le università come luogo di democrazia e di contrasto all’antisemitismo», per cui avevano aspettato per ben due mesi l’autorizzazione dall’Ateneo.

Poi le avanguardie antisioniste si sono trasferite al Salone del Libro per impedire la presentazione del volume “La cultura dell’odio. Media, Università e artisti contro Israele” di Nathan Greppi. Fortunatamente, non ci sono riusciti, ma due dei relatori – il presidente della comunità ebraica torinese, Dario Disegni, e lo storico, Claudio Vercelli – hanno declinato l’invito a intervenire, preferendo non partecipare a un evento sorvegliato dalla polizia in tenuta anti-sommossa.

Dopo i due episodi, si è inscenato il solito teatrino, dove lo scandalo e il biasimo, a parole, delle violenze si sono realisticamente composti, come sempre succede, in nome della discriminante antisionista, con l’accettazione – ma quanto dolorosa! – della loro fatale ineluttabilità.

Nel bilancino delle parole false e cortesi, hanno spiccato proprio quelle dei vertici delle istituzioni torinesi – il sindaco Stefano Lo Russo e il rettore Stefano Geuna – la cui prolissa untuosità può essere così riassunta: fermo restando «il diritto di contestare le opinioni altrui» (Geuna), cioè, il diritto di contestare gli ebrei che fanno una conferenza sull’antisemitismo, e ferme restando «le sofferenze indicibili e intollerabili [degli abitanti di Gaza] che ci interrogano nel profondo delle nostre coscienze» (Lo Russo), cioè, la relazione (ovvia, no?) tra la riprovazione per l’azione del governo Netanyahu e lo sbocco di bile per la pretesa degli ebrei italiani di fare, all’università, una conferenza sull’antisemitismo; fermo restando tutto questo, «impedire a qualcuno di parlare è un atto grave» (Geuna) e «la condanna alle politiche dell’attuale governo dello Stato di Israele o la solidarietà al popolo palestinese non giustificano episodi di sopraffazione e violenza» (Lo Russo). E poi? Poi, niente. 

Come ha detto il rettore, come se parlasse di una calamità naturale, «l’Università di Torino ha fatto tutto quanto era nelle sue possibilità affinché l’incontro si svolgesse in un clima sereno. Purtroppo, le condizioni non lo hanno permesso» e, quindi, il rettorato e la direttrice del Campus, Anna Mastromarino, hanno deciso di annullare l’incontro «per garantire l’incolumità di tutti», dichiarando però che «l’università resta uno spazio di confronto, non di intimidazione».

Qual è la morale di questa storia? Che i giovani ebrei dell’Ugei hanno, sulla carta, il pieno diritto di tenere le loro conferenze all’università, ma non ce l’hanno, nei fatti, per problemi di incolumità pubblica. 

Sono, teoricamente, le vittime di questa violenza, certo, ma ne sono, praticamente, la scaturigine – e ne devono prendere atto – visto che il senso comune anti-ebraico associa meccanicamente le responsabilità del governo di Israele a Gaza alla colpa degli ebrei italiani di volersi fare ancora vedere in giro, accampando pure diritti di parola, e gli antagonisti pro-Pal non si fanno problemi a dare concretezza teppistica a questo senso comune. Visto tutto questo, mica le istituzioni possono militarizzare la città e l’università per consentire agli ebrei di fare una conferenza nell’ateneo cittadino, no?

E invece sì. Peraltro, non ho alcun dubbio che se un gruppo di facinorosi avesse provato a impedire ai rappresentanti di una diversa minoranza etnica o religiosa di tenere una conferenza all’Università di Torino, il sindaco e il rettore sarebbero andati di persona, coi carabinieri e pure con l’esercito, se necessario, per ripristinare condizioni minime e fondamentali di diritto. 

Il fatto che ritengano, evidentemente, impossibile o imprudente farlo rispetto agli ebrei, per i quali devono continuare a valere le leggi razziali di fatto della vox populi antagonista, dice purtroppo tutto della subalternità del ceto dirigente progressista a istanze genuinamente antisemite.

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