Il grande esodoPer colpire le odiate élite, Trump distrugge l’egemonia scientifica americana

La campagna contro Harvard sta causando una fuga di cervelli senza precedenti, bloccando la ricerca e danneggiando settori strategici, mentre altri Paesi approfittano del vuoto lasciato dagli Stati Uniti

LaPresse

Il primato scientifico degli Stati Uniti non è mai stato un caso. È nato da un ecosistema costruito nel tempo, dove talento, fondi pubblici e libertà intellettuale si intrecciavano in un patto implicito: chi portava idee, riceveva ascolto, risorse e spazio per innovare. Oggi, quel patto si sta rompendo. E non per fatalità, ma per decisioni politiche deliberate. L’amministrazione Trump ha avviato una campagna senza precedenti contro l’università simbolo dell’élite accademica americana: Harvard.

Il governo ha invitato tutte le agenzie federali a trovare altri istituti con cui stipulare contratti pubblici, accusando Harvard di faziosità ideologica, antisemitismo e discriminazione contro studenti conservatori. Non si tratta solo di retorica. Sono già stati tagliati 2,2 miliardi di dollari in finanziamenti pluriennali alla ricerca, inclusi cinquecento progetti legati agli istituti affiliati, come il Brigham and Women’s Hospital di Boston. Il Cdc ha cancellato sessanta milioni di dollari in sovvenzioni, mentre altri quattrocentocinquanta milioni provenienti da otto agenzie federali sono stati revocati con la motivazione che l’università sarebbe «un centro di segnalazione morale e discriminazione».

Ma l’offensiva non si ferma ai fondi. Il Dipartimento della Salute ha aperto indagini su manifestazioni pro-Palestina avvenute nei campus, estendendo l’inchiesta a tutte le attività accademiche dopo il 7 ottobre 2023. Il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, ha richiesto dati dettagliati sugli studenti; di fronte al rifiuto dell’ateneo, ha revocato temporaneamente la possibilità per Harvard di iscrivere studenti internazionali. Il Dipartimento dell’Educazione ha accusato l’università di dichiarazioni incomplete su donazioni straniere e ha avviato controlli sulle politiche di ammissione e assunzione, in particolare sull’aumento di docenti donne, non bianchi e non binari, a scapito – secondo l’accusa – dei candidati bianchi e conservatori.

Il presidente Trump ha chiesto esplicitamente ai suoi collaboratori se fosse possibile «non pagare più nulla» all’università. Un terzo dei fondi è già stato bloccato. Ha anche minacciato di revocare a Harvard lo status di esenzione fiscale, affermando: «È quello che si meritano.» Intanto, il segretario di Stato Marco Rubio ha ordinato agli ambasciatori americani di sospendere le interviste per i visti studenteschi e di scambio, per controllare i post social dei candidati. Una mossa che rischia di tagliare fuori migliaia di studenti internazionali, vitali per il sistema universitario americano non solo per il loro apporto scientifico ma anche per il peso economico che rappresentano.

Come spiega The Economist in un lungo approfondimento, questa dinamica minaccia di ridefinire il ruolo stesso dell’università nella società americana. Quello che un tempo era un modello globale di eccellenza scientifica e accademica si sta sgretolando. Il risultato più visibile non è nei numeri, ma nel lento svuotamento dei laboratori, nella fuga dei talenti verso Paesi più stabili, nella paralisi di interi settori di ricerca. Gli Stati Uniti, da sempre catalizzatori dell’innovazione globale, stanno smantellando il proprio vantaggio competitivo con le proprie mani.

Il cambiamento è rapido e sistemico. I fondi pubblici per la scienza vengono tagliati con brutalità: decine di migliaia di borse e progetti sono stati revocati in pochi mesi. E non si tratta solo di razionalizzazione del bilancio, ma di una riconfigurazione ideologica del ruolo della scienza. La ricerca non è più vista come un bene comune, ma come un campo di battaglia simbolico. In nome della lotta a una presunta «cultura woke», vengono soppressi interi ambiti: studi su equità sanitaria, razzismo, identità di genere. Ma a essere colpiti sono anche progetti su malattie neurodegenerative, cambiamento climatico, alimentazione e fisica fondamentale.

Le conseguenze sono immediate. All’interno del Paese, il ridimensionamento degli enti federali produce un indebolimento tangibile dei servizi pubblici. Le previsioni meteo perdono precisione, mettendo a rischio agricoltura e prevenzione dei disastri naturali. Il monitoraggio sanitario viene ridotto, rendendo più difficile anticipare epidemie e organizzare risposte efficaci. Strutture ambientali vengono chiuse, compromettendo decenni di progresso nella tutela dell’aria e dell’acqua. Ciò che viene presentato come un attacco all’élite accademica diventa, in realtà, un colpo ai servizi di base da cui dipende tutta la popolazione.

Anche sul piano internazionale, il danno è strategico. Il sistema americano ha perso attrattività. Sempre più giovani scienziati scelgono borse di studio in Europa o in Asia. I ricercatori stranieri – per decenni il motore dell’innovazione negli Stati Uniti – ora guardano altrove. Altri poli scientifici si stanno attrezzando con politiche di accoglienza e fondi pubblici per attirare i «profughi dell’intelligenza». Il saldo migratorio accademico degli Stati Uniti, da sempre positivo, rischia ora di diventare negativo.

Il paradosso è che molte delle critiche mosse alla scienza americana sono fondate: troppa burocrazia, eccessiva omologazione, lentezza nella distribuzione dei fondi. Ma invece di affrontarle con riforme strutturate, l’amministrazione ha risposto con una repressione ideologica. Si è scelto di colpire tutto e tutti, sostituendo il metodo con la vendetta politica. Così, i problemi reali vengono ignorati, mentre le soluzioni adottate ne creano di nuovi e più gravi.

 E il rischio di una fuga di cervelli su larga scala non è un’ipotesi: è una realtà già in atto. E invertire la rotta non sarà facile. La fiducia nel sistema americano, costruita in decenni, può svanire in pochi mesi. Quando la libertà accademica viene messa in discussione, anche chi resta comincia ad autocensurarsi, evitando temi «sensibili», rinunciando a ricerche rischiose o socialmente controverse. E con la fine dell’audacia intellettuale, si spegne anche il vantaggio competitivo.

A peggiorare il quadro è l’uso strumentale del denaro pubblico come strumento di controllo ideologico. L’attacco alle università non riguarda solo i bilanci: mette in discussione la loro autonomia. I dipartimenti vengono sorvegliati, i curricula modificati, il potere dei docenti limitato, persino con sistemi interni di segnalazione. In questo clima, la linea tra valutazione scientifica e censura politica si fa sempre più sottile. 

La crisi si estende all’intera filiera della ricerca, dalla formazione di base ai grandi consorzi internazionali. Il calo delle domande per i dottorati americani – da parte di studenti sia stranieri che statunitensi – segnala una crisi generazionale. Le nuove leve, di fronte all’incertezza e al crollo del prestigio, scelgono altri Paesi per formarsi. L’interruzione di progetti di lungo periodo, anche attivi da decenni, spezza la continuità scientifica e rende impossibile accumulare dati affidabili su temi come HIV, clima o malattie rare; ma la scienza ha bisogno di tempo, di stabilità, di visione. Oggi trova solo precarietà e paura.

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