Qualche giorno prima che Donald Trump chiedesse all’intelligenza artificiale di pittarlo vestito da capo della chiesa cattolica, e col Donald Papa ornasse le sue pagine social, Jay Leno – che, quando la comicità scarsa era privilegio di pochi e non welfare per le masse, era il conduttore più scarso e più pagato delle strisce comiche alla tv americana – era in un podcast dell’ennesimo podcaster scarso e multimilionario.
Lì, Leno raccontava che una volta Ronald Reagan gli chiese se fosse stato bravo a scuola, e Leno disse no, presidente, ero un somaro, non mi piaceva studiare. E quello rispose: anch’io andavo male a scuola, e ogni tanto ci penso, chissà quanta strada avrei potuto fare se mi fossi applicato di più.
Leno diceva che non era tanto la battuta, quanto il modo in levare in cui Reagan l’aveva detta, a colpirlo. Di solito, spiegava, quelli che non lo fanno di mestiere rovinano tutto creando aspettative, dicendo adesso te ne dico una divertentissima, e invece quello l’aveva infilata così, in souplesse (Leno non dice “souplesse”, perché è pur sempre un americano di provincia che colleziona macchine da corsa, ma il senso è quello).
«Propongo di votare per un imbecille che non sa nulla, cioè per me». Fu lo slogan elettorale di Coluche, comico francese, nel 1980. Lo prendo da “Joker scatenato”, libro di Guido Vitiello che la realtà si affanna a promuovere ogni giorno: non possiamo neanche dire che quella di Donald Papa sia l’ultima sovrapposizione tra buffoneria e governo, perché ormai ce n’è una al minuto e chissà che altro succede tra quando io scrivo e quando voi leggete.
In un’intervista del 2020 a Elon Musk, ripubblicata nel suo recente “Notorious”, Maureen Dowd gli chiede di confermare (e lui lietamente conferma) la voce secondo cui sul suo telefono c’è una chat coi fratelli Emanuel. I fratelli Emanuel, che a questo punto siamo autorizzati a pensare siano tutti e tre amici di Musk, hanno lavori molto diversi tra loro.
Ezekiel è colui di cui ognuno dovrebbe avere il numero in rubrica: un oncologo. Rahm, ne parlavo qualche settimana fa, non è solo l’ex braccio destro di Obama e l’ex sindaco di Chicago: è soprattutto l’unico candidato sensato per i Democratici nel 2028. Il terzo fratello Emanuel si chiama Ari, ed è uno degli agenti più potenti di Hollywood. È o è stato l’agente di chiunque, da Oprah Winfrey a Martin Scorsese. E, quando Donald Trump faceva i reality, era il suo agente. Tutto il mondo è proverbio, e anche negli Stati Uniti non si può fare la rivoluzione perché si conoscono tutti.
Scorrendo il catalogo di Vitiello della realtà che supera in corsia d’emergenza la parodia, e dell’impossibilità di far ridere di Berlusconi più di quanto riuscisse a fare lui di sé, e di Coluche che dopo aver abbandonato le velleità elettorali si ritrova protagonista d’un film di Dino Risi, “Scemo di guerra”, assieme a un certo Beppe Grillo, e della vita che, come diceva Woody Allen, non imita l’arte ma la brutta televisione, mi resta il sospetto che nessuno – non Reagan, non Grillo, non Coluche, non Berlusconi – abbia creato questo meccanismo di confusione perpetua quanto l’hanno creato gli strumenti. La risposta alla solita domanda – sono i tempi che fanno gli uomini o gli uomini che fanno i tempi? – in questo tempo sbandato temo sia: sono le piattaforme che fanno sia gli uomini sia i tempi.
Ma i cattolici non si offendono?, si è chiesto in un tweet (o come si chiamano ora) Thomas Chatterton Williams a proposito del Donald papale (ma poi con che nome? Sarebbe capace d’essere il pontefice che non cambia nome, Donald Primo), e io ho pensato a mia nonna. A mia nonna con l’altare di Padre Pio di fianco al letto. A mia nonna che usciva di casa solo per andare a Messa. A mia nonna che diceva il rosario. Certo che mia nonna, se qualche politico di quand’era viva si fosse travestito da Papa, avrebbe chiamato l’esorcista, ma il fatto è che non sarebbe successo.
Non sarebbe successo perché ai tempi di mia nonna c’erano De Gasperi e Togliatti e non Trump e Salvini? Temo che la risposta sia: non sarebbe successo perché De Gasperi e Togliatti non avevano in tasca dei giocattoloni indifferenziati, che usano con la stessa voluttà e noncuranza il re e il giullare, l’elettore e l’eletto, il tredicenne e il venerato maestro, il centravanti e l’accademico, nella convinzione che lo strumento possa essere neutro, un po’ come quelli che ce l’hanno piccolo e allora, quando si parla di centimetri di cazzo, ti dicono che l’importante è come lo usi.
È maggio, e quindi siamo quasi alla stagione in cui tutti (mi ci metto dentro anch’io per fingermi banale come voi) ci beiamo a dire guarda com’erano seri, postando quelle solite foto di Berlinguer al mare, di Moro al mare, guarda che persona perbene, altro che Papeete (ve lo ricordate, il Papeete? Sembrava il punto basso da cui non si sarebbe potuti che risalire, e invece).
Ma la verità è che nel 2025, di fronte a uno che va in abito da ufficio in spiaggia, diremmo ecco, guardala, la classe dirigente non in contatto col popolo, che allontana gli elettori col suo elitarismo (che chiamiamo elitismo acciocché i lettori si rispecchino più facilmente nel nostro analfabetismo). La verità è che i ministri sono tatuati come i tronisti che sono tatuati come i cardiochirurghi che sono tatuati come i galeotti. La verità è che i capi del mondo si autoscattano come i cantanti che si autoscattano come i parrucchieri che si autoscattano come gli idraulici. La verità è che i compleanni dei figli li postano gli eredi al trono come li postano gli attori come li postano i supplenti di matematica come li postano i premi Nobel. La verità è che tutto vale tutto e tutti sono uguali a tutti.
Mia nonna Trump nel fotomontaggio in cui fa il Papa non l’avrebbe visto perché sarebbe uscito sul Male, e il contesto non era ancora morto, e lei il Male non lo comprava (era abbonata a Gente e Oggi, come tutti) ma se anche l’avesse visto avrebbe riconosciuto il contesto d’un giornale satirico, avrebbe saputo che non era roba per lei e forse avrebbe ritenuto anche superfluo indignarsene.
Oggi tutto è per tutti e tutto è a disposizione dell’indignazione di tutti e tutto vale uguale: l’osteria bolognese che mette il cartello dicendo che non vuole bambini (seguono milioni di commenti di indignati e controindignati, genitori e sterili, padroni di cani che sono meglio dei figli e genitori di figli che sono meglio dei cani); il principe Harry che perde l’appello per avere la scorta di Stato (seguono milioni di commenti di tifosi di questo o quel ramo della famiglia reale inglese, famiglia reale inglese che ovviamente non sa che i commentatori in questione esistono ma ciò non impedisce loro di scaldarsi come se si trattasse dei posti al cenone a casa loro); la raccolta fondi dell’americana bionda che ha detto «nigger» a un bambino che in un parchetto aveva preso qualcosa al bambino suo e come questo possa crearle un bisogno economico non mi è chiaro ma nel momento in cui scrivo ha raccolto 623mila dollari.
Forse l’americana bionda è il colpo di coda del razzismo e forse il ridimensionamento della ridicolaggine denominata white fragility, forse Carlo d’Inghilterra è un padre stronzo e forse Harry è un figlio ingrato, forse non poter andare all’Osteria del sole col passeggino è una violazione dei tuoi diritti e forse chi se ne importa. Fatto sta che tutti questi problemi immaginari con cui ci balocchiamo nel troppissimo tempo che ci ha liberato l’invenzione della lavatrice stanno nei nostri telefoni, nelle nostre tasche, e quindi fanno una cosa che i titoli di Cuore e i programmi di Corrado Guzzanti non facevano con mia nonna: illuderci di riguardarci.
M’interessa davvero se alle Olimpiadi mettono in scena un’ultima cena trans? Vi vedo che state commentando che non era proprio un’ultima cena, ma allora non mi ascoltate: è interessante? Mi cambia qualcosa? M’interessa se gli americani fanno il santino con la faccia di Luigi Mangione, quello che ha ammazzato il capo d’un’assicurazione sanitaria? M’interessa se Trump si sogna Papa?
Le risposte possibili sono due. Una è che a mia nonna non fregò assolutamente niente quando Madonna fece il video di “Like a prayer” in cui aveva le stimmate e si strusciava al Cristo nero, e io intendo preservare le tradizioni di famiglia. Anche perché siamo stati tutti bambini che buttano i piatti dal seggiolone, e sappiamo cosa vuole chi butta i piatti o si veste da Papa o chiede poteri assoluti o fa i videoclip il cui scopo è épater: attenzioni. E dovremmo essere abbastanza adulti da sapere che le richieste capricciose d’attenzione s’ignorano, che l’indignazione è attenzione tanto quanto lo è l’apprezzamento.
Saccheggio di nuovo “Joker scatenato”: «Ride di un riso stupido e trionfante, e abbandona il palcoscenico tra rintocchi di campane, tuoni di cannone, ululati di cani». E sì, Vitiello descrive un re teatrale d’un secolo fa, ma non vedete che è l’effetto che fate a Trump ogni volta che cascate come allocchi nei suoi meme?
La seconda e più importante risposta non sono in grado di citarvela con esattezza perché non ho sottomano il miglior saggio mai scritto sul paese che ha esportato in tutto il mondo la cialtroneria con assai più successo e minori riconoscimenti rispetto all’esportazione della cottura al dente. Vado a memoria, ma sono abbastanza sicura che nel 1980, a un certo punto di “Un paese senza”, Alberto Arbasino scrivesse qualcosa come: un’idea cialtrona è solo un’idea cialtrona.