The brutalistHo trovato il candidato perfetto per il Partito Democratico americano nel 2028

I progressisti continuano a litigare sui bagni neutri, sui trans negli sport e su chi avrebbe dovuto vincere l’Oscar, ma il mondo reale ha problemi più concreti: le città poco sicure e i tredicenni che non sanno leggere. L’unico che sembra averlo capito è Rahm Emanuel

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Forse è vero, come tre giorni fa scriveva Hadley Freeman sul Sunday Times, che a Hollywood ora hanno paura di Trump, e per questo non hanno osato premiare in alcun modo “The Apprentice”, né metterlo su nessuna piattaforma (a Hollywood e non solo: pare che la Bbc si fosse rifiutata di finanziarlo).

Ieri Massimo Gramellini ha scritto che per tutta la serata degli Oscar non hanno fatto mezza battuta su Trump, e io mi sono chiesta se avesse visto la gag in apertura con Adam Sandler in felpa col cappuccio e Conan O’Brien che gli dice che non è vestito in maniera adeguata al contesto; subito dopo, Gramellini diceva che aveva «spopolato sui social» (perdo punti di quoziente intellettivo a trascrivere questa frase) un video con De Niro che diceva «fuck Trump»: spopolato (altri punti persi) grazie al pubblico convinto fosse degli Oscar «salvo poi scoprire» che era vecchio.

Dunque se ho capito bene il paese reale (questa creatura ibrida che sta un po’ sui social e un po’ sulla prima pagina del Corriere) voleva così fortissimamente che qualcuno dicesse «fuck Trump» durante gli Oscar da credere che Robert De Niro l’avesse detto proprio lì, nonostante nel video De Niro avesse una gigantesca (giuro, è enorme, la vedrebbero anche all’istituto dei ciechi) scritta alle spalle, Tony, che rende abbastanza evidente durante la cerimonia di quali premi abbia formulato la sua sofisticata critica politica.

Quindi, se ho capito bene, il livello di messaggio che il paese reale che si percepisce abbastanza perbene da essere non dico di sinistra ma almeno antitrumpista è in grado di recepire è «fuck Trump» e non «ma come ti sei vestito», riferimento invero troppo raffinato a fatti di due giorni prima, mica pretenderete che ci ricordiamo tutto. Quindi, se ho capito bene, abbiamo deciso che i soldi che hanno speso per farci studiare li hanno proprio buttati.

In questo contesto in cui siamo sempre più scemi, non meraviglia che da due giorni si leggano considerazioni sull’impegno, rifugio di tutti i ciucci in tutte le scuole degli ultimi cent’anni. Traduco da un meme (sì, mi sono arresa: chi controlla i meme controlla il mondo) su Sebastian Stan, che interpretava Trump in “The Apprentice”: «Ha dovuto metter su peso il più in fretta possibile e perciò ha avuto svariati attacchi di panico, per innumerevoli mesi ha ascoltato la voce di Trump tutto il giorno tutti i giorni, colui che ha interpretato l’ha definito una merda, ha improvvisato la più parte delle sue scene, e ha detto che ha avuto problemi mentali dopo aver interpretato uno così cattivo. Il tutto per venire sconfitto da un tizio arrogante che ha usato l’intelligenza artificiale per l’accento. Ha corso il più gran rischio della sua carriera ed è stato snobbato per ragioni politiche».

Sono abbastanza certa che questo elogio di Stan l’abbia scritto un tredicenne, e la ragione per cui ne sono certa è che ormai siamo tutti tredicenni, l’età adulta inizia verso gli ottanta, e quindi è perfettamente normale che lo spirito tredicenne di qualche catorcio mio coetaneo abbia accroccato simili motivazioni per lodare Stan.

Motivazioni di analoga tredicennitudine a quelle con cui vedo piccoli fan indignarsi perché non ha vinto Chalamet: lui ha studiato cinque anni per suonare e cantare come Bob Dylan, e voi premiate uno che si è fatto sistemare l’accento ungherese dall’intelligenza artificiale. Quindi i commentatori dell’internet volevano un premio non all’attore che ha fatto la performance più riuscita, ma uno all’impegno e alle intenzioni. Il che è un problema: non per gli attori (che attore prenda un premio interessa solo ai fanatici e ai commercialisti degli attori), ma per il mondo.

«Il punto non sono le regole: il punto sono i risultati». L’ha detto, venerdì in tv da Bill Maher, Rahm Emanuel, personaggio più interessante della politica americana in questo secolo. Emanuel è stato capo dello staff del presidente Obama, è stato sindaco di Chicago, è stato ambasciatore in Giappone. Soprattutto, è stato uno studente che, lavorando per arrotondare, si è affettato un dito. Se vi sembra che non c’entri, che una classe dirigente di sinistra che abbia vissuto qualche quarto d’ora nel mondo reale non la sappia più lunga di chi pensa che il problema sia di che pronome ti percepisci, io non so come spiegarvi il mondo. Ve lo faccio spiegare da lui.

«Delle scuole dirò questo: non voglio sentire neanche mezza parola sugli spogliatoi, non voglio sentire neanche mezza parola sui bagni, finché non cominciate a pensare a come risolvere i problemi che avete in classe. Mai in trent’anni i risultati delle prove di lettura per gli alunni di terza media sono stati così scarsi. E nessuno ne parla: non un presidente, non un governatore, non un sindaco, non un responsabile dell’Istruzione. Se io in seconda media avessi saputo che mettendomi un pronome neutro potevo entrare nel bagno delle femmine, l’avrei fatto. Siamo una superpotenza, e due terzi dei nostri ragazzi in terza media non sanno leggere».

Quando ha detto questa cosa, Emanuel stava spiegando cosa sbaglia il partito democratico americano, ma il discorso vale ovunque: l’altro giorno un’amica mi raccontava che la figlia al primo anno di università arriva ai corsi e il professore trascorre la prima lezione a spiegare agli studenti com’è fatto un libro, cos’è un capitolo, cos’è un sommario.

Vale ovunque il discorso sugli studenti ciucci e anche quello sulla sicurezza, giacché la natura umana quella è in tutto il mondo: nessuno vota un partito che pensa che dire che c’è la criminalità sia di destra, e nessuno si sente ben governato se deve chiedere ai commessi un rasoio perché i supermercati hanno messo tutto sotto chiave giacché in città ci sono troppi ladri.

Emanuel parlava delle città americane, ma mi ha fatto molto ridere che in quasi contemporanea Matteo Lepore – sindaco di Bologna che normalmente ha l’Instagram pieno di sé stesso fotografato mentre fa il piacione, di compleanni di Lucio Dalla, di vie intitolate a Carlo Rambaldi, di moltissimi circenses e pochissimo di concreto – postasse gli arresti di alcuni spacciatori: sembrava quasi un sindaco.

Ieri a Milano il sindaco Sala ha apportato una miglioria alla qualità della vita degli abitanti che mi ha fatto ripensare alle priorità di Emanuel da sindaco di Chicago. Ricopio dalle agenzie: «Le persone transgender e non binarie possono indicare il nome scelto per affermare la propria identità di genere da apporre sull’abbonamento per metro, tram e bus, anche se diverso rispetto a quello registrato presso gli uffici dell’anagrafe».

Se dite che a Milano c’è un problema di piccola criminalità più urgente di quello di volersi cambiar nome e di trovarsi sulla tessera del metrò la propria identità non mammifera, siete propagandisti di destra: si sa che in Italia l’ordine pubblico dipende dai prefetti, dai sindaci dipendono le puttanate. Beati gli americani che non hanno i prefetti, beato Emanuel che può parlare di sindaci e sicurezza.  

«La regola generale che avevo da sindaco è: strade sicure, scuole forti, finanze stabili», dice. E, soprattutto, dice che nelle situazioni di emergenza si capisce che le regole che ci si è dati a sinistra a volte sono puttanate che vanno buttate nell’indifferenziato. Fareed Zakaria, che è ospite in trasmissione con lui, a quel punto lo indica come prossimo candidato alle presidenziali democratiche, gli solleva la mano col dito amputato e dice: ha anche la quota disabili. Ridono, rido anch’io guardandoli.

Tre giorni dopo, i democratici americani bloccano al Senato un disegno di legge che dice che, a scuola, puoi fare sport con le femmine solo se sei nata femmina. È una legge che vogliono i repubblicani, per evitare che i Rahm Emanuel dodicenni facciano i furbi, e i democratici non possono dire «ma sì, buttiamo nel cesso gli ultimi anni di puttanate sull’identità di genere, ammettiamo che deliravamo», perché c’è una falla nel ragionamento di Emanuel, ed è che quando fai di qualcosa la tua identità politica, sia essa la fluidità di genere o la raccolta differenziata o il negare che i cittadini siano insofferenti alla piccola criminalità, quando fai di quel qualcosa ciò che sei, poi se butti via la puttanata finisci in discarica anche tu.

Quindi, per difendere a oltranza la puttanata, i democratici sostengono che la legge – “Protection of Women and Girls in Sports Act”: i repubblicani sempre stati i più bravi coi nomi, basta ricordare quando chiamavano la tassa di successione “Death Tax” – non può passare perché, se contasse il sesso biologico, ci troveremmo con bidelli pervertiti che controllano il contenuto delle mutande di ragazzine con la salopette. Lo dicono con la faccia seria, come se le bambine maschiacce non si capisse comunque che sono femmine, come se coloro che riescono a ingannare qualcuno dichiarandosi d’altro sesso non fossero una percentuale infinitesimale, come se “Yentl” fosse un film più realista d’un albo di “Paperinik”.

E quindi magari è vero che Hollywood ha paura di Trump ma, se posso permettermi un consiglio, sarebbe il caso di cominciare ad avere paura di quanto siano scarsi coloro che il trumpismo dovrebbero arginarlo. E, visto che siamo qui: che programmi ha Rahm Emanuel per il 2028?

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