Miopia strategicaL’America si illude che un accordo sui minerali basti a fermare la Russia

La Casa Bianca continua a trattare l’invasione russa come una questione diplomatica da negoziare, anziché come un crimine internazionale da fermare al più presto

LaPresse

La notizia della brutale uccisione di Victoria Roshchyna per mano dei suoi carcerieri russi ha scioccato l’Ucraina e il mondo la scorsa settimana. Il suo corpo è stato restituito mutilato – con gli occhi cavati, il cervello rimosso – recando i segni di una brutalità indicibile. Non è stato un incidente di guerra. È stata una firma della guerra. È questo che fa la Russia – e che fa dal 2014, anno della sua invasione dell’Ucraina.

Il giorno dopo che il mondo ha scoperto cosa fosse accaduto a Roshchyna, la Casa Bianca celebrava la tanto attesa firma di un accordo sui minerali con Kyjiv. Mentre la diplomazia occupava il centro della scena a Washington, le uccisioni sul campo proseguivano – inarrestabili e impunite.

Questa disconnessione tra i gesti di Washington e la violenza in Ucraina rivela un problema più profondo: gli Stati Uniti trattano ancora la guerra criminale e deliberata della Russia come una questione di politica da gestire, non come una minaccia strategica da affrontare in modo deciso prima che si espanda ulteriormente.

Dall’insediamento del presidente Donald Trump, la politica dei bastoni all’aggressore e delle carote alla vittima si è trasformata in spalle fredde per l’Ucraina e ramoscelli d’ulivo per la Russia. Il Cremlino ha bruciato ogni offerta, trattando le aperture della Casa Bianca non come atti di buona volontà da ricambiare, ma come segni di debolezza da sfruttare.

A marzo, le vittime civili ucraine sono aumentate del cinquanta per cento rispetto a febbraio, e del settanta per cento rispetto a marzo 2024. Un attacco missilistico su un parco giochi ad aprile ha ucciso diciotto persone, tra cui nove bambini. Le Nazioni Unite denunciano ormai attacchi quotidiani contro aree civili. Questa non è costruzione della pace – è sadismo al rallentatore.

Da undici anni, cioè da quando la Russia ha invaso per la prima volta, le amministrazioni statunitensi che si sono succedute non hanno compreso che non esiste alcun “conflitto” in Ucraina – nessuna tensione tra due parti con rivendicazioni contrapposte. Una simile narrazione è profondamente sbagliata. Proprio come non c’era un “conflitto” in Polonia nel 1939, quando i nazisti invasero da ovest e i sovietici da est. La Polonia non aveva bisogno di una mediazione tra Varsavia e Berlino. Aveva bisogno di aiuto per cacciare gli invasori.

Ottant’anni fa, il mondo apprese – e poi dimenticò rapidamente – una lezione durissima: l’aggressione non contrastata diventa solo più forte col tempo. L’America cercò di restare fuori dalla guerra. All’epoca, sembrava una scelta saggia, persino nobile. Ma la storia ha dimostrato il contrario: desiderare la pace non basta. La guerra raggiunse prima l’Europa, e poi le coste americane.

Non è la nostra guerra, dicono alcuni. Giusto: è la guerra della Russia – intrisa del sangue degli innocenti, giustificata con menzogne, guidata da un tiranno venale. Ma l’ostinato rifiuto dell’Ucraina di arrendersi ci ricorda cosa significhi davvero lottare per la libertà. E quando scegliamo la comodità al posto del coraggio, non sorprendiamoci se i dittatori revanscisti verranno a bussare più vicino a casa.

Gli Stati Uniti possono – e devono – smettere di inviare segnali di debolezza e cominciare ad agire con determinazione: armare l’Ucraina, isolare Mosca, e pretendere che i criminali di guerra siano processati. Solo allora potranno tornare a definirsi il leader del mondo libero. Invece, Washington continua ad abboccare, inviando emissari a stringere la mano del presidente russo Vladimir Putin, e ricadendo nelle stesse tattiche sovietiche che ha cercato di contenere per mezzo secolo.

Nel frattempo, Mosca sta attirando nella sua guerra criminale i rivali e i nemici dell’America. Si è iniziato con l’artiglieria da Pyongyang. Ora, migliaia di soldati nordcoreani sono stati avvistati nelle trincee russe. I droni iraniani continuano a piovere sulle città ucraine. Cittadini cinesi sono stati catturati sul campo di battaglia, a combattere per Mosca. Si stanno stringendo alleanze, e ciascuna di esse trascina sempre più gli avversari degli Stati Uniti in una guerra che la Russia sostiene di voler finire. Se questo non è una provocazione, cos’altro lo è?

Negli Stati Uniti giudichiamo i nuovi presidenti in base a ciò che realizzano nei primi cento giorni. In Russia, il metro di giudizio è un po’ diverso: quanto può distruggere un despota appena insediato nei suoi primi vent’anni. Considerati gli standard disastrosi fissati da zar e commissari, Putin è una mediocrità clamorosa – eppure un pericolo per il mondo.

Invece di fare pressione sull’aggressore, Washington minaccia di abbandonare i negoziati del tutto. Che razza di ultimatum è? L’Ucraina vuole la pace più di quanto potremo mai comprendere. Ha accettato un cessate il fuoco incondizionato entro ventiquattro ore e ha firmato l’accordo sui minerali. Tutto ciò che l’Ucraina desidera è essere lasciata in pace, non fatta a pezzi.

La Russia, nel frattempo, da quasi due mesi evita proprio quel cessate il fuoco incondizionato che la Casa Bianca ha proposto. Anche un’intesa che favorisce largamente Mosca, offrendo ben poco a Kyjiv, è stata accolta con silenzio e malafede.

Gli obiettivi del Cremlino restano immutati: dominio attraverso la violenza, espansione imperiale, cancellazione dell’Ucraina. E tuttavia la Casa Bianca tratta Kyjiv come un partner inaffidabile. È un sabotaggio deliberato, travestito da diplomazia, e un segnale lampante della debolezza americana sotto gli occhi del mondo.

L’accordo sui minerali era stato concepito inizialmente come un meccanismo per “raccogliere” un rimborso per gli aiuti, somigliando più a un’estorsione che a una vera alleanza strategica. La versione finale, epurata dei suoi elementi peggiori, può avere un valore come investimento a lungo termine. Ma il suo tempismo e la sua visibilità, a fronte di atrocità fresche e dei tentativi di cessate il fuoco rigettati dalla Russia, lo rendono più una distrazione che un deterrente.

Non stiamo ponendo fine a una guerra — stiamo assecondando un criminale di guerra. E più a lungo continueremo a fingere che si tratti di un conflitto da negoziare, anziché un’aggressione criminale da fermare, più rispetto – e sicurezza – perderemo.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Kyiv Independent. 

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