Dovere di cronacaLa dura vita di una giornalista ungherese ai tempi di Orbán

La giovane cronista di Hvg, Noémi Martini, a Linkiesta spiega come in Ungheria informare sia diventato un atto di resistenza civile, tra censura, barriere legali e psicologiche.

AP/Lapresse

La settimana scorsa il governo ungherese ha introdotto una proposta di legge sulla trasparenza che di fatto mira a mandare in bancarotta giornali indipendenti e ong, impedendo loro di ottenere finanziamenti dall’estero, anche sotto forma di donazioni individuali. L’attacco portato da questa legge al minimo di stampa libera che ancora esiste in Ungheria è talmente lampante che la Commissione europea ha ufficialmente chiesto al governo guidato da Viktor Orbán di ritirarla. 

Anche la società civile ungherese si è subito mobilitata, con migliaia di persone scese in piazza la scorsa domenica per protestare contro la norma proposta. In queste manifestazioni un ruolo di primo piano l’hanno avuto naturalmente i media indipendenti, il principale bersaglio di questa iniziativa liberticida. Abbiamo parlato di queste proteste, delle reazioni dei media e di cosa significhi fare giornalismo nell’Ungheria orbaniana con Noémi Martini, giovane giornalista del settimanale Hvg, una sorta di versione ungherese dell’Economist.  

Come hai iniziato a fare giornalismo in Ungheria?
Lavoro per HVG, uno dei pochi giornali e siti di notizie online indipendenti rimasti in Ungheria, con sede a Budapest, da tre anni. Prima, ho studiato a Londra e ho lavorato lì come giornalista, ma all’epoca mi occupavo di arte e cultura. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, ho sentito di voler fare qualcosa per il mio paese. Sentivo di voler essere qui fisicamente e di voler lavorare per un media indipendente, perché è uno dei modi con cui posso cercare di difendere la democrazia in questo paese, fin dall’inizio, è stato subito chiaro che il governo ungherese stava diffondendo propaganda filoputiniana sulla guerra. Personalmente, penso che sia vergognoso. Non voglio che il popolo ungherese abbia accesso a solo questo punto di vista. Questa è la motivazione personale che mi ha spinto a tornare in Ungheria. Quindi, da quando sono tornata, mi occupo di politica interna e questioni sociali.

Come hai scelto di passare dal trattare temi culturali alla politica?
Anche quando scrivevo di arte e cultura, mi capitava spesso di raccontare progetti e artisti dell’Europa dell’Est e, in qualche modo, la politica finiva sempre per entrare in quelle storie. Gli editor e le persone con cui lavoravo mi chiedevano sempre informazioni sul contesto politico. Quindi, è sempre stato così. Se sei una giornalista in Ungheria, non puoi lasciare fuori la politica, nemmeno se scrivi di cultura o musica, perché, al momento, influisce su tutto.

Come hanno reagito i media indipendenti alla recente legge ungherese sulla trasparenza?
Il giorno dopo l’annuncio della proposta di legge, c’è stato un evento, organizzato all’ultimo minuto da cinque redazioni indipendenti. Abbiamo fatto un live streaming di quattro ore davanti al Parlamento. Abbiamo invitato esperti e parlato dell’importanza dei media indipendenti, chiedendo ai nostri lettori e spettatori di continuare a sostenerci, perché questa legge potrebbe significare la distruzione finanziaria di tutte le redazioni indipendenti. Ma, soprattutto, ci siamo uniti. Personalmente, ne sono molto orgogliosa, perché è una cosa rara da vedere nell’Europa dell’Est, soprattutto in Ungheria. Abbiamo comunicato tra di noi e organizzato questo evento e tutti erano presenti allo stesso modo. Abbiamo tutti trasmesso la diretta simultaneamente sui nostri canali. Ovunque andavi, vedevi lo stesso programma. Penso sia piuttosto raro, in qualsiasi paese. C’è sempre competizione tra i media. Quindi, è stato un atto simbolico, che dimostra che, nei momenti di grande difficoltà, dobbiamo unirci. E lo abbiamo fatto; è stato un modo per dire che ci sosteniamo a vicenda. A livello redazionale, è difficile anche solo prepararsi. In questo momento, tutte le redazioni stanno parlando con i propri avvocati, per cercare di capire cosa potrebbe significare. Ma, poiché la legge è scritta in modo molto generico e può includere tantissime cose, è quasi impossibile prepararsi. L’unico modo per prepararci è preparare il nostro pubblico e dire loro cosa sta per accadere, ricordando che è anche loro responsabilità, come cittadini ungheresi, difendere i media indipendenti.

Perché il governo di Orbán ha introdotto questa legge proprio ora?
La legge è una sorta di copia della legge russa sugli agenti stranieri. Abbiamo parlato con avvocati ed esperti, e tutti ci hanno detto che non avevano mai visto un testo del genere come proposta di legge ufficiale. È come se l’avessero redatta un bambino di dieci anni, qualcosa che suggerisce che, probabilmente, l’hanno scritta in fretta e furia. L’anno prossimo ci saranno le elezioni e, adesso, c’è una forza d’opposizione, guidata da Péter Magyar, che sembra stia guadagnando molta popolarità e Fidesz sembra perdere un po’ di terreno. Quindi, stanno cercando di fare di tutto per rimanere al potere e, ovviamente, i media indipendenti li infastidiscono molto: facciamo domande, indaghiamo sulla corruzione, mettiamo in dubbio le loro decisioni.

Che relazione ha il governo ungherese coi media indipendenti?
Questo governo non comprende il concetto di «indipendenza». La loro visione è: o sei con noi, o sei contro di noi. E così trattano anche i media. Hanno creato un conglomerato di media propri, che include anche il servizio pubblico. In Ungheria, i contenuti che passano nei media pubblici sono cento per cento propaganda governativa. Non invitano mai esperti o politici dell’opposizione, o chiunque possa dare un’opinione diversa. Tutto ciò che la gente vede è propaganda. Penso che questo sia il fattore più importante tra quelli che permettono alla coalizione di governo di vincere sempre le elezioni, perché la maggior parte della popolazione non sente nemmeno l’altra versione dei fatti. Se c’è una grande protesta, con centinaia di migliaia di persone per strada, non verrà mostrata nei telegiornali. In Ungheria, le persone vivono in realtà diverse, in bolle diverse. Ma c’è un altro problema che noi giornalisti dobbiamo affrontare, e sta peggiorando.

Quale?
Ministeri, istituzioni e politici si rifiutano di interagire con noi. Se invii delle domande a un ministro, o provi a parlargli di persona, di solito ti ignorano completamente. È impossibile ottenere dati o informazioni ufficiali, anche se sono di interesse pubblico. E, ultimamente, molti ministri del governo – tutti uomini, tra l’altro, non abbiamo ministre donne – sono diventati più aggressivi con i giornalisti. Se ti avvicini per fare una domanda, devi quasi inseguirli per strada con il microfono. In alcuni casi, i giornalisti sono stati allontanati dalla polizia. A volte, soltanto, ti guardano e ti ridono in faccia. O, semplicemente, dicono che non vogliono commentare. L’accesso all’informazione, fondamentale per il lavoro giornalistico, è completamente precluso.

Quali altri problemi vedi nel panorama mediatico ungherese?
Guardando con un occhio critico questo panorama, è facile vedere come, non solo i ministri, ma anche i direttori editoriali e gli amministratori delegati dei media indipendenti sono tutti uomini. [Anche alla manifestazione davanti al Parlamento], in quella trasmissione di quattro ore, c’erano solo due giornaliste donne in video. Una ero io, l’altra una collega di un’altra testata. So che era una giornata per unirsi e sostenersi a vicenda, e questo era importante. Ma, allo stesso tempo, mi chiedo: qualcuno dei direttori ha pensato di invitare una giornalista donna? Perché le giornaliste donne ci sono, solo che sembrano restare sempre nell’ombra. E penso che questo dica molto anche sulla società ungherese.

Hai ventinove anni e Orbán è al potere da quindici: più di metà della tua vita. Come questo ha plasmato la tua scelta di diventare giornalista e poi la tua carriera?
Ho raggiunto la consapevolezza politica quando Orbán era già una figura importante, quindi non ho un vero termine di paragone. Molti dei miei colleghi più anziani dicono sempre: «oh, ai vecchi tempi era molto meglio, avevamo più soldi e c’era più libertà.» Io non lo so, perché ero troppo giovane al tempo, giocavo con i miei amici. Penso che il sistema di questo governo, e quello che stanno facendo, sia molto simile all’esperienza di crescere in una famiglia violenta, dove non ti rendi nemmeno conto di essere oppresso o abusato, perché quella è l’unica realtà che conosci. E penso che questo sia ciò che proviamo crescendo sotto questo regime e diventando giornalisti qui. Tuttavia, possiamo usarlo a nostro vantaggio.

Come?
Quando ho iniziato a lavorare come giornalista in Ungheria, ero ben cosciente che non avrei avuto accesso ai politici, alle informazioni. Quindi, fin dall’inizio, ho dovuto essere più creativa, ho dovuto costruire contatti. In sostanza, ora, per fare la giornalista in Ungheria, devi essere una giornalista investigativa. Prima, il giornalismo investigativo era un ambito specifico. C’erano i giornalisti e ce n’erano alcuni che facevano inchieste. Ora, invece, tutti devono essere giornalisti investigativi, se vogliono scrivere di qualcosa di importante.
Quindi, in questo senso, credo che la nuova generazione di giornalisti ungheresi sia incredibilmente intraprendente e creativa. Stiamo trovando nuovi modi e nuovi formati per creare storie. E, quando parlo con persone di altri paesi, paesi come la Russia, l’Azerbaigian o l’Ucraina, noto molte somiglianze nel loro modo di lavorare e il nostro. Anche se, finora, i giornalisti ungheresi non sono stati incarcerati o uccisi, noi dobbiamo comunque trovare nuovi modi per fare il nostro lavoro.

Fino a che punto consideri il tuo lavoro giornalistico in Ungheria un atto di resistenza?
Cento per cento. Per fare il giornalista in Ungheria, devi essere un po’ pazzo, perché è molto impegnativo a livello mentale. Non è un lavoro ben pagato, non è una carriera in cui puoi pianificare un futuro stabile o una famiglia o cose del genere. Quindi, direi che chiunque lavori come giornalista per i media indipendenti in Ungheria compie un atto di resistenza, semplicemente con la sua presenza.

 

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