Asfissia economicaIn Ungheria le donazioni ai media saranno autorizzate solo se gradite al governo

Mentre cala il consenso del premier Viktor Orbán, il suo partito Fidesz tenta di neutralizzare le voci libere rimaste con una legge che ricalca i modelli repressivi di Russia e Georgia

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La settimana scorsa un parlamentare di Fidesz, il partito di Viktor Orbán che guida l’Ungheria in modo autoritario dal 2010, ha depositato una proposta di legge finalizzata ad annichilire il poco di stampa libera rimasta nel paese. La proposta, introdotta due minuti prima della mezzanotte di martedì tredici maggio, ricalca le leggi sugli ‘agenti stranieri’ già approvate in Russia e Georgia

I giornali hanno grosso modo tre possibili fonti di finanziamento: sussidi pubblici (diretti o sotto forma di inserzioni pubblicitari), donazioni da enti terzi e abbonamenti da privati. In un paese come l’Ungheria, la prima fonte è preclusa ai media indipendenti. I fondi statali vengono dirottati esclusivamente ai media amici. Restano donazioni e abbonamenti: la proposta di legge di Fidesz mira proprio a proibire queste forme di finanziamento. 

Questa legge era attesa. In un discorso dello scorso marzo, Orbán aveva promesso di ‘smantellare l’esercito ombra di insetti puzzolenti’ che riceve donazioni dall’estero. Come da copione, oltre ai media indipendenti in questo ‘esercito ombra’ sono incluse anche le Ong. Negli ultimi tempi, il governo ungherese ha visibilmente inasprito la propria retorica, probabilmente perché si sente minacciato. Il consenso su cui si fonda l’autocrazia orbaniana ha iniziato a mostrare alcune crepe. 

Un documentario sul sistema di potere costruito dagli uomini del primo ministro, pubblicato lo scorso febbraio ha già ottenuto più di tre milioni e mezzo di visualizzazioni su YouTube – più di un terzo della popolazione totale del paese. Ma, soprattutto, per la prima volta dal 2010 l’opposizione sembra avere qualche chance di successo alle parlamentari, previste per l’anno prossimo.

Il movimento Tisza fondato dal fuoriuscito di Fidesz Péter Magyar è al momento primo nei sondaggi, cinque punti davanti al partito del primo ministro. Già alle europee dello scorso anno aveva ottenuto quasi il trenta per cento da solo. Per la prima volta in quindici anni, la classe dirigente orbaniana ha ragioni per inquietarsi.    

Pur per gli standard ungheresi, il testo della proposta di legge, depositata dal parlamentare János Halász e intitolata ‘Per la trasparenza della sfera pubblica’, suona quindi particolarmente repressivo. Prevede di assegnare al cosiddetto Ufficio per la protezione della sovranità dell’Ungheria, creato dagli orbaniani a fine 2023, la prerogativa di inserire in una apposita lista ed eventualmente sanzionare tutte le organizzazioni indipendenti che saranno ritenute ‘’una  minaccia per la sovranità dell’Ungheria”. 

Nello specifico saranno punite tutte le attività finanziate dall’estero’che danneggino o rappresentino sotto una cattiva luce: la natura, indipendente, democratica e costituzionale del paese; l’unità della nazione e la sua responsabilità verso gli ungheresi residenti all’estero (in primis le diaspore nei paesi limitrofi); il primato del matrimonio, della famiglia e del sesso biologico (parte della campagna sempre più dura del governo contro le minoranze sessuali); la pace, la sicurezza e la cooperazione con altri paesi (un riferimento velato alla linea apertamente filorussa di Orbán o compagni, che chiamano pace la resa senza condizioni dell’Ucraina) e, infine, la cultura cristiana del paese. Detto in breve, qualunque forma di dissenso, o anche di semplice constatazione dell’illiberalità dell’esecutivo ungherese, sarà perseguibile. 

Il lato più inquietante della proposta di legge, tuttavia, non riguarda tanto i reati d’opinione che saranno punibili, ma la severità delle limitazioni che impone alle entità che finiranno sulla lista nera dell’Ufficio per la protezione della sovranità. 

Chi finirà su questa lista potrà ricevere finanziamenti esteri (incluse donazioni una tantum da soggetti privati) solo con il permesso dell’autorità anti-riciclaggio, controllata naturalmente dagli orbaniani. Verrà privato della possibilità di ricevere l’un per cento delle tasse dei cittadini che decidessero di sostenerle – un meccanismo paragonabile all’otto per mille italiano che rappresenta spesso un’entrata vitale per i media indipendenti. Sarà obbligato a richiedere un documento a ciascun donatore (privati inclusi) che dimostri come i soldi donati non siano stati ‘prodotti all’estero’: questo per scoraggiare le donazioni dei privati cittadini, che dovrebbero in qualche modo ‘dichiararsi’ alle autorità statali come sostenitori di un giornale o un’associazione ostile all’esecutivo. 

Le organizzazioni che scegliessero di non ottemperare a questi obblighi potrebbero subire sanzioni pesantissime: multe fino a venticinque volte l’importo della donazione ricevuta e addirittura scioglimento d’ufficio con  assegnazione di tutto il patrimonio al Fondo di cooperazione nazionale, un ente governativo.

Per fare un esempio, una donazione di cinque euro da parte di un cittadino ungherese in Slovacchia a un giornale online potrebbe portare a una multa di centoventicinque euro e alla possibile chiusura del giornale beneficiario. Considerata la scarsa propensione del pubblico ungherese residente in Ungheria ad abbonarsi ai giornali (dieci per cento secondo le ultime stime del Reuters Institute), impedire alle redazioni indipendenti di ricevere donazioni dall’estero equivale a mandarli in bancarotta. 

Consci della gravità della situazione, giornali e società civile si sono presto mobilitati. Già il giorno dopo la proposta, i giornali indipendenti avevano organizzato un sit-in di protesta davanti al parlamento ungherese, trasmesso in diretta su tutti i loro siti. Domenica scorsa, invece, decine di migliaia di persone hanno manifestato a Budapest contro la proposta di legge.

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