
«Alla stazione di Bologna c’è il controllo passaporti?»: me lo scrive un amico venerdì ma, suspense, per ora non vi dico il contesto. Prima devo raccontare la settimana di piccole invivibilità che m’ha fatto pensare alla prima scena d’una commedia che bisognerebbe avere la pazienza di scrivere.
Il film si apre su un assalto a palazzo d’Accursio, la sede del comune di Bologna. Fuori pende uno striscione con scritto «Fermate il governo di Israele», e nella prima scena della commedia che sogno si penserebbe che quelli coi forconi fossero antipatizzanti degli ayatollah, e invece macché, come sempre del Medioriente non frega nulla a nessuno fuori dai social, come sempre la gente si occupa di quel che la riguarda e l’assalto a palazzo d’Accursio verrà da gente che non ha trovato un taxi.
Elenco non esaustivo di cose successe a Bologna nell’ultima settimana: il concerto di Billie Eilish, gli incontri della festa di Repubblica, non so che importantissima partita di basket, l’apertura del negozio di Veralab.
Due su quattro delle cose elencate (Veralab e Repubblica) giravano attorno alla disastrata zona di piazza Maggiore. Non solo quella parte è sempre pedonalizzata il sabato e la domenica (secondo le ubriache tendenze urbanistiche recenti che trattano le città come parchi a tema, mica come posti i cui abitanti hanno bisogno di spostarsi), ma via Indipendenza è anche devastata dai cantieri per il tram. Ma non cominciamo dal tram: cominciamo dall’autobus che da meno d’un mese collega l’aeroporto e la città. Cominciamo dalla cosa che piace di più al sindaco Matteo Lepore: i social.
Quando annuncia il nuovo autobus, che dall’aeroporto ti porta al Maggiore, un ospedale di periferia, i commentatori (Lepore è un caso di studio: unico al mondo al quale sui social arrivino commenti più intelligenti del post originario) chiedono: non potevate farlo partire dalla stazione? Lui non fa un plissé (non fa mai un plissé, altrimenti viene male nei video).
«Non tutti hanno necessità d’andare in stazione». Invece tutti quelli che arrivano all’aeroporto, siano bolognesi di ritorno da Ibiza o turisti che vengono a mangiare panini con la mortadella, tutti hanno bisogno di andare in ospedale, che sia perché a Ibiza si son scottati o perché il gastroprotettore se lo vogliono far dare a scrocco dal pronto soccorso.
Questo è il punto in cui il vero guaio di Bologna interviene a ricordarmi del people mover. Il vero guaio di Bologna non è mica Lepore, figuriamoci. Il vero guaio di Bologna sono i bolognesi, determinatissimi a raccontare una città che non è quella in cui vivono. Una città che è benissimo amministrata, accogliente, integrata, pulita, e altri aggettivi di fantasia. Neanche l’ufficio stampa di Scientology rimuove il principio di realtà con l’impegno che ci mettono i bolognesi.
Il people mover (un nome così del cazzo che l’avranno fatto scegliere a Instagram, l’ultimo posto dove son convinti che l’inglese faccia fino) è un trenino di due vagoni su un binario rialzato. Per la più parte del percorso non ha neanche le protezioni laterali. Nella mia vita, la volta in cui ho avuto più paura di morire è stata l’unica in cui l’ho preso. In effetti parte dalla stazione, quindi l’ufficio stampa di Scientology direbbe che il bus sarebbe stato un doppione. Costa però un ciccinino più dell’autobus: tredici euro, poco meno del taxi. Ma tanto il taxi non si trova.
«Come fai a vivere in una città senza taxi?». Me l’ha chiesto un’amica in città per una delle cose successe la scorsa settimana, una che vive a Milano, una città in cui sono abituati così bene che si lamentano del niente. Lo so perché sono come loro: due settimane fa ho strepitato per un intero pomeriggio milanese dopo aver scoperto che la coincidenza tra blu e gialla a Sforza è una menzogna, devi fare un chilometro sotto il sole e arrivare a Missori. Ho detto che era la città peggiore del mondo, poi due giorni dopo ero a Bologna e mi sono ricordata di come si vive in un posto in cui i trasporti sono un disastro vero, mica un problema da incontentabili.
L’amica aveva trovato posto solo in un albergo al Pratello: certo, in tre quarti d’ora arrivi a piedi ovunque, ma chi ha voglia di camminare tre quarti d’ora coi centoventi gradi che c’erano in città la settimana scorsa? E quindi eccola a cercare invano taxi, e quindi eccola a canticchiare «Milano scusa, stavo scherzando».
«Avete provato a chiamare Cosepuri?». Per capire l’effetto surreale che mi ha fatto la domanda, dovete immaginarvi la scena. Sabato sera, quattro amiche sotto un portico si disperano perché, dopo un’ora di tentativi loro e del ristorante per trovare due taxi, non ne hanno trovato neanche uno. E non siamo neanche nella zona devastata dai lavori del tram, e ancora non piove, ed è sabato sera: se i taxi non lavorano di sabato sera, quando? Per inciso: ma perché il tram e non il metrò? Perché Barcellona ha dodici linee di metropolitana e Bologna neanche una? Quando entreranno non dico nel ventunesimo secolo ma almeno nel ventesimo?
Ma torniamo alle quattro disperatissime amiche del sabato sera. Stanno andando al più vicino posteggio di taxi, certe che neanche lì ne troveranno, e tre sono di fuori, quindi sono abituate a sentire dall’ufficio stampa di Scientology che a Bologna si vive benissimo: ciacolano (ciacoliamo) incredule. Una signora che sta passeggiando il cane dietro di noi suggerisce Cosepuri.
Cosepuri è una delle due storiche società di noleggio con conducente di Bologna, ma vi immaginate da soli cosa succede in una città in cui i taxi sono insufficienti: anche gli autisti hanno più richieste di quante riescano a soddisfarne. Come ogni bolognese, ho il numero di una decina di autisti, ma non servono in queste circostanze: bisogna prenotarli dieci giorni prima; se sai che arriverai il tal giorno alla tal ora alla stazione dell’alta velocità dove i taxi col cazzo che li trovi, e sei disposta a spendere il triplo per trovarti lì un autista che aspetta proprio te. Insomma, per vivere bene a Bologna servono due fattori: molti soldi, e totale assenza d’imprevisti.
Imprevidente (io: le altre che ne potevano sapere, dell’inciviltà locale), ho prenotato il ristorante e non l’autista, e quindi finisce così: nella notte a bestemmiare, con la signora dietro che suggerisce l’impossibile. «Signora, Cosepuri non mi prende neanche di giorno: ogni volta che provo a chiamare chiedono “Lei è cliente?”, e io vorrei rispondere: non lo diventerò mai, se non mi mandate mai una macchina». La signora non fa un plissé, è abituata a questa inospitale città, e ad aggirarne gli ostacoli: «Lei deve dire sì, poi dice che è di [qui fa il nome di un’azienda], che è cliente: così gliela mandano». Signora, le voglio bene: posso usarla come finale della commedia cominciata con l’assalto dei non passeggeri dei non taxi al sindaco di Instagram?
In mezzo ci possiamo mettere molte altre scene. Quella del sindaco che va a farsi i filmini coi commercianti di via Saffi, completamente bloccata dai lavori del tram, lavori che risulteranno in seicento parcheggi in meno: loro se potessero lo ucciderebbero, e lui sorride in favor di camera.
Quella del mio amico al quale gli organizzatori di Repubblica delle idee hanno detto che deve andare in stazione quaranta minuti prima del suo treno, e lui chiede se ci sia il controllo passaporti, e io gli spiego che no, è che parte dall’alta velocità che sta sotto, e la gente si perde, e quindi calcolano la dispersione di tempo ed energie.
A quel punto lui mi chiede se ci sia la sala d’attesa Frecciarossa, e io con un po’ di imbarazzo gli dico sì, ma è di sopra, ai binari normali, non a quelli dell’alta velocità. Se devi prendere un Frecciarossa devi andare sotto, dove non c’è da sedersi, e la sala d’attesa del Frecciarossa invece sta sopra, a distanza d’un numero di minuti variabile tra i cinque e i venti a seconda di quanto sei avvezzo a quel delirio architettonico. No, non lo so perché non la spostino, l’ho chiesto molte volte, ogni volta mi hanno risposto «Ci stiamo lavorando», forse è perché a Bologna non ci può essere una cosa fatta bene e sensata, neanche il posizionamento di una sala d’attesa.
Una persona educata che ho visto otto giorni fa, una persona educata milanese, mi ha chiesto a bassa voce come mai in città si vedessero tanti clochard. Ho alzato gli occhi al cielo. Perché è una città cui piace percepirsi di sinistra ma in cui si pagano due euro per fare pipì nei bagni della biblioteca pubblica? Perché è la San Francisco d’Europa? Perché su Bologna ti hanno sempre mentito?
Poco dopo la stessa persona educata, che era in città per il concerto di Billie Eilish, mi ha detto che assieme ai biglietti le era arrivata una mail che dissuadeva dall’andare in macchina, giacché il palazzetto è collegato benissimo. Essendo assai meno educata, ho riso forte.
Certo, collegato così bene che c’è un treno, dalla stazione centrale a quella di Casalecchio, il sobborgo dove si fanno i concerti: ma poiché è domenica c’è una sola corsa alle sette e mezza, mica hanno pensato di aggiungerne nei giorni dei concerti. Collegato così bene che, quando sono uscita a mezzanotte passata dal concerto di Brunori, finito da quasi due ore, siamo passate in macchina in mezzo a disperati che erano ancora lì a fare l’autostop. Collegato così bene che in rete ci sono i video di tre anni fa, quando da un altro concerto di Brunori uscì Samuele Bersani che, arresosi all’assenza di taxi, prese un autobus.
Lo capisco. Un amico che doveva andare in stazione dal Modernissimo – il cinema che d’inverno ha il riscaldamento a quaranta gradi e d’estate risparmia sull’aria condizionata, perché essendo una città ferma all’Ottocento Bologna pensa che il problema sia il freddo, mica il caldo – rischia di perdere il treno.
L’autista dell’organizzazione di Repubblica deve venirlo a prendere, ma dove, considerato che là intorno è tutto pedonale? Lo accompagno a piedi per un pezzo, sotto il sole a picco. Alla fine arriverà in stazione, e io passerò il resto della giornata a mandargli messaggi di scuse a nome di questa disastrosa città.
Ancora non so come finirà il sabato sera. Con due amiche caricate su un taxi che per fortuna stava scaricando qualcuno mentre passavamo, e l’abbiamo braccato come fosse stato Paul McCartney nel 1965 e noi ragazzine esaltate.
L’adrenalina d’aver sistemato su un taxi metà delle commensali è calata presto, e io ho capito che sarei dovuta andare a casa a piedi. Ma come potevamo risolvere il problema dell’amica con l’albergo più lontano dal ristorante? Mica potevo suggerirle di attraversare la San Francisco italiana a piedi.
Dopo un’ora di ricerche, quattro chiamate, decine di tentativi con la app, tre tassisti già occupati ma che ci giurano che segnaleranno la mancanza di macchine al posteggio, alla fine l’amica vede arrivare un autobus, gli corre incontro come Melania ad Ashley tornato dalla guerra di secessione, e scopre che va nella direzione giusta. Se ne va canticchiando l’inno dell’ufficio stampa di Scientology, quella che fa «togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace». Non credo tornerà mai più in visita in quella che il sindaco ritiene la città più accogliente d’Europa. Come la invidio.