Rigore nettoIl calcio è nato come antidoto borghese alla rabbia della classe operaia

In “Fare gol non serve a niente”, Luca Pisapia spiega che il football è stato ideato per incanalare le energie sociali in forme innocue, trasformando la lotta di classe in spettacolo collettivo

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Il calore della fiamma piega l’acciaio. La fuliggine copre nasi e orecchie arrossati dall’alcool, volti deturpati da cicatrici, braccia segnate dalla fatica. L’odore pungente del fuoco entra nei polmoni e ferma il respiro. I muscoli del corpo tesi allo spasmo, i volti dilaniati in oscene smorfie di fatica. Fuori, un freddo cane. La pioggia incessante trafigge il buio di una delle tante sporche mattine londinesi di fine Ottocento.

L’alba tarda a sorgere sulla città, e sul complesso industriale siderurgico del Millwall Iron Works, Isle of Dogs. La stessa penisola sul Tamigi dove oggi riverberano luminose le vetrate dei grattacieli che puntellano il complesso finanziario di Canary Wharf. È un giorno imprecisato della metà del diciannovesimo secolo. 

Gli operai sono al lavoro per la costruzione dello scafo della ss Great Eastern, la nave che diventerà il più grande piroscafo dell’epoca. È una gigantesca macchina a vapore destinata a solcare gli oceani e conquistare il mondo. Emblema della fatica e della sofferenza operaia per la gloria della maledetta seconda rivoluzione industriale.

È un giorno imprecisato di un’epoca passata. Mancano solo pochi anni al 26 ottobre 1863 quando, nella Freemasons’ Tavern di Great Queen Street, Holborn, a pochi chilometri di distanza camminando verso ovest dalle fucine fumanti lungo le sponde del Tamigi, succede qualcosa che cambierà la storia. 

È il giorno in cui prende vita la Football Association, il giorno in cui si decreta la nascita del calcio, che in pochi anni diventerà il prodotto della rivoluzione industriale più diffuso a livello globale. Se la macchina a vapore è stata rimpiazzata, dal motore a scoppio prima e da quelli termici poi, il calcio no. 

È ancora tra noi, eterno e uguale ad allora. Minime variazioni sul tema non ne hanno scalfito l’anima: quella di merce che conquista i cuori e le menti di miliardi di persone in tutto il pianeta. 

Il calcio come gioco ha origini antichissime. Una traiettoria ondulata e sinusoidale lo fa apparire e scomparire in diverse civiltà e in diverse epoche, in vari gradi del suo sviluppo. Il calcio come prodotto industriale ha però una data di nascita e, forse, anche una data di scadenza.

Modi di produzione rinnovati sollecitano il brulicare di nuove idee e di nuove forme di aggregazione sociale. Lo sviluppo tecnologico e scientifico che si diffonde dall’Europa a partire dalla fine del diciottesimo secolo, grazie alla rete logistica intessuta sulle rotte del colonialismo marittimo, produce altre e diverse forme di vita collettiva. 

Illuminismo e positivismo sono più funzionali al progresso di società complesse, basate su repentini sbalzi di crescita economica e demografica. La democrazia parlamentare è la foglia di fico più adatta a perpetrare, con sembianti diversi, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 

L’industria e il commercio diventano le armi con cui esercitare la libera competizione, nuovo nome dell’antica gara messa in scena per placare l’arcaica sete di dominio delle classi dominanti. 

La violenza compressa nello sfruttamento della produzione capitalista deve essere circoscritta e indirizzata, per evitare che esploda incontrollata nelle rivendicazioni proletarie: la nuova classe sociale che non possiede nulla se non la vita e la forza lavoro, entrambe appaltate al padrone. 

Nell’Ottocento si svuotano le campagne e si riempiono le città. Intorno alle fabbriche proliferano le baracche, accolgono i migranti rurali e offrono a stento riparo alla manodopera necessaria al dominio industriale. Fame, miseria, malattie, prostituzione coatta e lavoro minorile sono calmierati dalla lenta concessione di diritti su salario, orario di lavoro, suffragio elettorale, dalla costruzione di sistemi fognari, scuole e ospedali. 

Il conflitto tra capitale e lavoro è brace che arde e freme nelle pieghe dei luoghi di produzione industriale. La violenza operaia, il peggior timore del padrone, deve essere espunta dalla società e a dare l’esempio deve essere la borghesia. La nuova classe dominante. E così accade nei giochi, altrimenti detti sport.

Come il diritto positivo si sostituisce al diritto naturale, così nuove regole affermano nuovi modi di competere volti a eliminare il conflitto. Se nel pugilato le Broughton’s Rules del 1743 proibiscono i colpi sotto la cintura e introducono la regola dei trenta secondi a terra, sono le London Prize Ring Rules del 1838 e del 1853 a formare lo scheletro dell’attuale canone disciplinare. 

Regolamenti che hanno come primo scopo impedire la morte di uno dei due contendenti, smussare la violenza. Il libro L’École des armes del 1763 è la base su cui, nella scherma, si stabiliscono le norme ancora in vigore, anche qui per evitare spargimenti di sangue. Negli stessi anni si normano il canottaggio e gli sport equestri. 

In tutte le discipline grazie alle nuove metodologie di misurazione e a inediti sistemi di punteggio si uniformano i tempi e le distanze. E possono cominciare a essere registrati i primi record. Ma sono soprattutto i premi e le punizioni negli sport di squadra che vanno affermandosi in questa epoca a ricalcare la nuova dimensione collettiva del tessuto urbano, e in questo il pallone si propone di sublimare il tutto come niente era riuscito prima di lui. 

Nel 1848 con le Cambridge Rules, e poi nel 1857 con le Sheffield Rules, nel nuovo gioco che dilaga ovunque si proibisce il tocco della palla con le mani, il placcaggio dell’avversario, la rissa. Si stabiliscono il numero di giocatori in campo e la durata dell’incontro. Si impone la presenza di un giudice esterno e neutrale facente le funzioni di arbitro delle controversie. 

E tutto è pronto quando, nel 1863, alla Freemasons’ Tavern di Londra scocca la scintilla definitiva: nasce il calcio, il primo gioco in cui la violenza in campo è del tutto bandita. O meglio, è espulsa dal rettangolo di gioco. Ma siccome il processo di accumulazione dell’epoca che ha dato origine al calcio si fonda sul conflitto tra capitale e lavoro, questa violenza non può sparire del tutto, e la nemesi originaria del pallone è che questa immensa forza d’urto nel giro di pochi anni ritornerà a manifestarsi più brutale di prima. Non in campo, ma sugli spalti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto “Fare gol non serve a niente. Il pallone nella rete della finanza” (add editore) di Luca Pisapia, pp. 168, 17,10 €

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