Scandalo al soleLa solitudine di Newsom, e la scomparsa del Partito democratico americano

Il governatore della California sta affrontando da solo Donald Trump sperando di uscirne vincitore in vista del 2028, ma non basterà una battaglia politica a superare i problemi dei democratici americani

LaPresse

Il governatore della California ha fatto di tutto in questi mesi per evitare uno scontro frontale con Donald Trump. Gavin Newsom aveva accolto il presidente degli Stati Uniti sulla pista dell’aeroporto di Los Angeles con un mezzo sorriso e la solita stretta di mano calcolata. Ha lanciato un podcast per intercettare gli elettori trumpiani e ha persino criticato la linea democratica sui diritti delle persone trans. Newsom pensava di poter superare indenne mediaticamente il terremoto dell’amministrazione Trump, ma il destino ha avuto più fantasia di lui. E ora che Trump ha inviato i Marines a Los Angeles contro la volontà dello Stato della California, minacciando di arrestarlo, Newsom è rimasto solo. Dietro di lui, il vuoto politico.

Quando i furgoni blindati dell’esercito hanno invaso le strade di Los Angeles, ci si aspettava che il Partito Democratico alzasse la voce. Non per calcolo elettorale, non per opportunismo retorico, ma perché davanti all’arresto possibile di un governatore eletto, davanti all’uso della forza contro cittadini americani in nome dell’ordine presidenziale, il silenzio è complicità. E invece il partito non lo ha appoggiato, esprimendosi con pochi, calibrati, comunicati evasivi.

Il Partito democratico, da mesi, sembra esistere solo nella forma: non ha più una linea definita. La crisi è profonda e si manifesta nel momento più critico, proprio mentre il presidente attraversa una fase di escalation retorica e militare. Trump, dopo aver litigato con Elon Musk, ha trovato in Newsom il suo nuovo antagonista su misura. E il Partito democratico, invece di rafforzare il fronte, si è tirato indietro.

Come d’abitudine americana, anche la tragedia è coreografica: in televisione Newsom ha sfidato pubblicamente il border czar Thomas Homan a farlo arrestare. «Let’s just get it over with, tough guy», ha detto in diretta televisiva. Tradotto: prova ad arrestarmi, fenomeno. Ma dietro la teatralità c’è l’essenziale: pur nella sua ambizione vanesia e calcolata, il governatore californiano è oggi l’unico volto visibile di un’opposizione incapace di articolare una risposta politica, morale e istituzionale alla deriva trumpiana.

Come ha notato il Washington Post, il Partito democratico continua a cercare un nuovo Barack Obama, non capendo che prima bisogna trovare nuovi contenuti. La sinistra americana è ancora prigioniera di due grandi narrazioni storiche: quella del welfare state e quella della liberazione delle minoranze. Ma entrambe, pur nobili, oggi non bastano. Non in un’epoca in cui l’antagonismo si gioca sul piano della cultura, dell’identità e del riconoscimento. Il populismo non nasce dalla povertà materiale, ma dall’umiliazione simbolica. Quando milioni di cittadini si sentono invisibili, ignorati, derisi dalle istituzioni — e soprattutto da coloro che le rappresentano, si aggrappano al primo leader che parla dei loro problemi. 

Lo hanno scritto tutti, lo ripetiamo: Trump ha rivoluzionato il dna del Partito Repubblicano, trasformando la sua piattaforma politica da internazionalista a isolazionista, da fautrice del libero mercato a sostenitrice di politiche protezioniste, da partito del rigore fiscale allo statalismo selettivo. E i Democratici? Sono rimasti fermi, subendo l’etichetta di partito delle élite accademiche, dei media, di Hollywood, delle fondazioni e delle burocrazie pubbliche. Come direbbe Stanis La Rochelle della serie tv Boris, un comportamento «molto italiano». 

L’America che si sente esclusa non guarda più a loro come possibile alternativa. Li percepisce come parte del problema. Anche le battaglie progressiste rischiano di suonare paternaliste o ideologiche agli occhi di chi chiede rispetto prima ancora che diritti. Come si esce da una situazione così intricata?

Come segnala Christian Rocca su Linkiesta, una soluzione ha provato a darla David Brooks sul New York Times: serve una rifondazione. Non una restaurazione obamiana, ma un nuovo atto di nascita. Servono nuovi intellettuali, nuovi movimenti, nuove idee capaci di ridefinire il concetto stesso di sinistra nel XXI secolo. 

In un Paese in cui il conflitto è ormai tra classi simboliche prima ancora che sociali, la sinistra americana continua a parlare come una tecnocrazia e a pensare come un’élite accademica. Ma, come ricorda Brooks, «il riconoscimento conta più della redistribuzione». Milioni di americani si sentono ignorati, invisibili, umiliati. 

Ma questo richiede una rottura con il passato. Con le lobby interne e con il culto degli ex presidenti. Non basterà un governatore della californiano a compiere questa rifondazione. Sarà un processo lungo, culturale prima che elettorale. E se il partito continuerà a vivere di nostalgia, allora non ci sarà alcun Obama del 2028.

X