Trump, che fare?L’alternativa al populismo globale non è quella a cui stiamo pensando

Demagoghi, nazionalisti e sovranisti sono riusciti a sintonizzarsi sullo spirito del tempo, mentre progressisti, democratici e liberali (specie italiani) perseverano con le solite ricette e le diatribe da anni Novanta. Serve una nuova via, e occorrono idee innovative

Unsplash

A proposito dell’incapacità dei Democratici americani di trovare una formula, un rimedio, una strada alternativa al trumpismo imperante che sta indebolendo le istituzioni degli Stati Uniti, trascinando il Paese verso una deriva autoritaria senza precedenti nella sua storia bicentenaria, l’editorialista (conservatore) del New York Times David Brooks prova a spiegare che il problema dell’opposizione liberale, progressista e sana di mente a Trump non è la mancanza di una leadership all’altezza del compito. Magari fosse così semplice. Il problema non si può risolvere semplicemente con uno spirito maggiormente battagliero, o gridando più dell’avversario.

La questione è molto più ampia, e la situazione molto più grave di quanto si possa pensare. Aggiungo io che non è limitata ai Democratici americani, ma riguarda tutti i democratici con la d minuscola residenti in quello che un tempo veniva chiamato “mondo libero”.

Scrive Brooks che siamo testimoni di uno di quei movimenti politici – ma sarebbe il caso di dire “sommovimenti politici” perché in realtà sono più simili a un terremoto che ad altro – che nel corso dell’ultimo secolo e mezzo sono riusciti a cambiare il mondo. Il movimento totalitario di più di un secolo fa ha portato alle rivoluzioni cominciate in Russia e in Cina, e a quelle fasciste in Europa; il movimento del welfare state, dopo le macerie del secondo dopoguerra, ha costruito una rete di protezione sociale in America (New Deal) e universale in Europa; il movimento di liberazione degli anni Sessanta ha dato vita ai movimenti anticoloniali, dei diritti civili, femministi e Lgbtq; il movimento liberista dei mercati aperti ha avviato le stagioni dei boom economici globali di Ronald Reagan, Margaret Thatcher, e nel loro contesto anche di Deng Xiaoping e della liberazione dell’Europa orientale dal giogo comunista.

Da quindici anni, scrive Brooks, viviamo nell’era del movimento populista globale, di cui ora tutti si accorgono perché Donald Trump alla Casa Bianca non ha più nessun freno, ma è un trauma perlomeno dalla Brexit del 2016, dalla prima vittoria a sorpresa di Trump, e poi con Viktor Orbán in Ungheria, con Javier Milei in Argentina e Jair Bolsonaro in Brasile, e con i movimenti sovranisti in giro per l’Europa, con la recrudescenza degli estremismi di destra, e per certi versi anche con Narendra Modi in India e con Vladimir Putin in Russia.

Nessuno meglio di noi italiani sa di che cosa si tratta, e mai definizione fu più azzeccata di quella coniata da Giuliano da Empoli secondo cui «l’Italia è la Silicon Valley del populismo», visto che tutto quello che stiamo vedendo è nato per prima e con maggiore slancio nel nostro laboratorio politico, così come accadde con il fascismo un secolo fa. Basti pensare a Silvio Berlusconi, il quale rispetto al panorama attuale è paragonabile ad Adenauer o a De Gasperi più che a Trump o a Musk, ma senza dimenticarsi di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, la versione nostrana della coppia tecnopopulista Trump-Musk. E poi il salvinismo, alcune articolazioni della sinistra radicale, il melonismo d’opposizione e di alcuni suoi rigurgiti di governo.

Questo movimento populista globale, di cui Trump è l’esempio più prorompente, scrive Brooks, «è guidato da un senso globale di sfiducia sociale, da una ferma convinzione che i fondamentali della società siano truccati, corrotti e malevoli».

Trump ma anche Meloni, Orbán, Le Pen, i Cinquestelle, Salvini, Milei, Musk e tutti i movimenti populisti illiberali si sono adeguati allo spirito del tempo in modo naturale, hanno abbracciato la politica del risentimento sociale e, impugnando la motosega, hanno raccontato che tutti i mali contemporanei sono stati causati dalle infingarde élite progressiste, capaci di distruggere l’immaginaria società ideale in cui vivevamo. L’unico modo per tornare ai fasti del passato, secondo i padroni del nostro tempo, è quello di scardinare le istituzioni culturali, sociali e politiche dominate dalle élite – le università, i media, la ricerca scientifica, l’arte, le fondazioni, i sindacati, le banche, lo stato di diritto, le alleanze internazionali – per restituirle al popolo dimenticato e abbandonato.

I Democratici americani, i liberali e i progressisti di tutto il mondo non sono stati così svelti, non sono ancora riusciti a cambiare paradigma, a sintonizzarsi sullo Zeitgeist, e a farsi venire nuove idee fuori dagli schemi di sempre. La risposta che viene elaborata è sempre la solita che si perde al tradizionale bivio socialismo-liberalismo, al massimo con una terza indicazione stradale per andare né di qua né di là. È vero che questa estate tornano gli Oasis, ma purtroppo non siamo più negli anni Novanta. Bisogna pensare in modo diverso, come hanno fatto i movimenti che si sono impossessati della destra moderata.

Il caso italiano è il più emblematico perché per contrastare la cretineria e l’incompetenza al potere, e le conseguenti scelte malsane compiute dei populisti, si continuano a percorrere due approcci inefficaci. Il primo è quello tradizionale, simile alla versione americana: una risposta politica più riformista e moderata, oppure, al contrario, una più radicale e antagonista, ripercorrendo gli stessi temi di sempre come il mercato del lavoro, le riforme istituzionali, il conflitto israelo-palestinese, la politica identitaria.

La seconda strada italiana contro il populismo, inadeguata quanto la prima, è quella, cara in particolare alla componente liberale dell’opposizione, di sottolineare l’imbarazzante ignoranza dei nuovi potenti, alimentando in questo modo ancora di più l’odio e il risentimento dei populisti nei confronti delle élite, e confermando il motivo del loro successo.

Qui a Linkiesta siamo colpevoli di percorrere sia l’una che l’altra strada, ma questi sono gli strumenti e gli interlocutori che abbiamo a disposizione. Quantomeno, però, ci poniamo il problema di provare a immaginare una direzione alternativa, anche perché sinceramente non ne possiamo più di combattere ancora le battaglie dei favolosi anni Novanta.

Il mondo da allora è andato avanti (be’, insomma, forse è andato indietro, ma comunque si è mosso), solo i progressisti e i liberali, e i riformisti e i centristi, non se ne sono accorti e continuano a riproporre le solite ricette. Per quanto gloriose, le tradizionali famiglie politiche europee sono fuori sincrono col tempo contemporaneo, non parlano più a una società instupidita dagli algoritmi, incollata agli schermi dei telefoni e incapace di distinguere tra verità e menzogna.

Va bene difendere il più possibile e a tutti i costi lo stato di diritto, e quanto rimane della società aperta, ma questa è una manovra soltanto difensiva. Occorre pensare in grande, studiare il mondo contemporaneo, e rispondere al movimento populista globale con strumenti nuovi e idee inedite.

X