Dove accadono le cose Perché le città saranno sempre più decisive nella sfida climatica globale

Mentre i governi centrali cambiano priorità di settimana in settimana, aumentano i contesti urbani che lottano localmente per dimostrare – come scrivono i sindaci di Londra e Parigi in un azzeccatissimo editoriale pubblicato sul Guardian – che «le politiche climatiche possono migliorare la nostra vita già oggi»

Parigi (AP Photo/LaPresse, ph. Michel Euler)

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (puoi iscriverti qui) – Il 20 giugno è uscito il nuovo album di Fabri Fibra, Mentre Los Angeles brucia, che prova a inquadrare le nostre piccole vite all’interno del caos globale in cui sono immerse. È un titolo che, al netto del riferimento agli incendi avvenuti in California a gennaio, si presta a una reinterpretazione climatica in linea con i tempi che corrono. 

Le fiamme di Los Angeles sono le guerre, le loro brutalità e i loro effetti sulle persone innocenti, sulle culture, sugli ecosistemi; sono i Putin, i Netanyahu, i Trump, i Milei, gli Orbán e tutti gli altri leader sovranisti/autoritari che sgomitano per mantenere il potere, e abusarne sistematicamente; sono i dazi della Casa Bianca che sconvolgono i mercati mondiali in uno schiocco di dita. 

Los Angeles a fuoco descrive insomma tutti i grandi sconvolgimenti mondiali che stanno rimescolando le urgenze della politica e assorbendo una fetta importante dell’attenzione mediatica, che non è una risorsa infinita. Dall’altra parte, tutto ciò che accade mentre Hollywood brucia può essere rappresentato dalla crisi climatica, che non guarda in faccia nessuno e continua a rendere il mondo un posto peggiore. Il riscaldamento globale non ha un interruttore, non si può fissare su una linea temporale ed è un moltiplicatore di minacce che si insedia in modo subdolo nelle nostre esistenze.  

La maggior parte dei governi del Global North ha deciso, senza alcun tipo di sostegno scientifico, che le politiche “verdi” devono passare in secondo (terzo, quarto, quinto…) piano, facendo un errore di valutazione molto rischioso: scorporare il clima e la transizione energetica dalla geopolitica, dall’economia, dal lavoro, dalla cultura.  

Ecco perché le città, e più in generale chi amministra e segue i contesti locali, stanno assumendo un ruolo sempre più decisivo in quella che ci ostiniamo a chiamare “lotta al riscaldamento globale”, ma che è in realtà una maratona in cui gli approcci di breve e lungo periodo devono contaminarsi. 

Mentre Los Angeles brucia e i governi centrali cambiano priorità di settimana in settimana, è pieno di piccoli o grandi contesti urbani che continuano a lottare localmente per rendere le ondate di calore meno pericolose, per migliorare la qualità dell’aria, per ridurre gli impatti delle tempeste, delle precipitazioni estreme, delle mareggiate.

Ma le città senza i soldi dei governi non vanno da nessuna parte, direte voi. È vero solo in parte, perché le risorse a disposizione non sempre vengono utilizzate con lungimiranza, perlomeno in Italia. C’è un enorme tema riguardante il “come”. Come vengono impiegati i finanziamenti che arrivano dall’Unione europea, dai ministeri o dalle Regioni? Con quali strategie, quali prospettive, quale coraggio?

Molte città italiane non dispongono di un Piano Clima, oppure ne hanno uno obsoleto, incompleto, impalpabile. Opere di adattamento efficaci, rapide e relativamente poco costose come la depavimentazione (rimuovere l’asfalto per lasciare spazio a superfici naturali e porose, capaci di assorbire l’acqua piovana in eccesso) restano misure spot, sperimentali e non supportate da obiettivi di lungo periodo messi nero su bianco. 

Il 23 giugno, sul Guardian, è uscito un editoriale a quattro mani di Anne Hidalgo e Sadiq Khan, i due sindaci – Parigi e Londra – più virtuosi d’Europa per quanto riguarda le politiche sul clima, l’ecologia e la mobilità attiva. Hidalgo e Khan che ci hanno insegnato una lezione fondamentale: per cambiare le città bisogna avere il coraggio di essere impopolari, parlare meno e fare di più, permettendo alle persone di toccare con mano il cambiamento. 

«Come leader della rete C40 Cities (che ha appena compiuto vent’anni, ndr) e del Global covenant of mayors for climate & energy, ci impegniamo a contrastare la disinformazione non solo con i fatti, ma con politiche più eque e migliori, radicate nella realtà quotidiana delle persone», scrivono i due sindaci in un pezzo in cui si dicono preoccupati per questa nuova «ondata» di negazionismo e riduzionismo sul clima. Un’ondata senza dubbio alimentata dal cambio di approccio dei governi nazionali e delle organizzazioni sovranazionali.

I primi cittadini hanno parlato delle campagne di disinformazione online – diffuse non solo da account anonimi ma da politici e influencer – contro le misure per stimolare la mobilità attiva e ridurre l’inquinamento atmosferico. Parliamo, nello specifico, delle nuove ciclabili+verde+pedonalizzazioni di Parigi e della Ultra-low emission zone (Ulez) londinese, detta la «Ztl più grande d’Europa», estesa all’intero territorio della Greater London. È tutto molto, troppo simile alle fake news diffuse da Donald Trump sul pedaggio per entrare a sud di Manhattan.

 A proposito di New York, gli occhi di tutte le città del mondo sono puntati sul socialista Zohran Mamdani, fresco vincitore delle primarie del Partito democratico in vista delle elezioni comunali di novembre. 33 anni, musulmano, deputato statale, ha detto che vuole rendere gli autobus gratuiti e ha già annunciato un piano – sulla scia del modello londinese di Khan – per la riqualificazione energetica di 500 scuole pubbliche (il 25 per cento del totale). 

Negli stessi istituti, Mamdani vuole depavimentare i cortili scolastici per aumentare gli spazi verdi e abbattere le isole di calore. Cinquanta scuole, in caso di vittoria alle elezioni, verranno poi trasformate in rifugi climatici dove i cittadini possono trovare un riparo gratuito durante un’ondata di calore o una tempesta. 

 Tornando all’editoriale di Hidalgo e Khan, il passaggio più significativo si trova nella conclusione, quando i due scrivono che bisogna «ascoltare le comunità» e «dimostrare con i fatti che le politiche climatiche possono migliorare la nostra vita già oggi, non solo tra decenni». È una frase che spiega bene il modo in cui le città possono favorire la coesistenza tra mitigazione e adattamento. 

Senza una mitigazione (riduzione delle emissioni) sempre più spinta, non c’è adattamento (riduzione degli impatti) che tenga, perché gli effetti della crisi climatica risulterebbero ancora più estremi e difficili da arginare. Allo stesso tempo, come spiega la climatologa e meteorologa Serena Giacomin nella cover story del nuovo numero de Linkiesta Magazine sul cambiamento climatico, «il sistema climatico ha un’inerzia; anche riducendo drasticamente le emissioni, il riscaldamento proseguirà ancora per diversi decenni», perciò dobbiamo adattarci di più e meglio. 

 L’ambizione deve crescere da entrambe le parti. La mitigazione ha effetti di lungo periodo ed è nelle mani – anche per ragioni economiche, pratiche e industriali – dei governi centrali, mentre l’adattamento ha impatti molto più immediati perché si applica a livello locale: dalla già citata depavimentazione alle zone umide urbane, passando da un intervento di pedonalizzazione che permette di piantare più alberi o realizzare aiuole drenanti. 

La realtà di oggi mostra una politica nazionale sempre più sonnecchiante e un’emergenza, quella climatica, che non si attenuerà nel breve-medio periodo. Saranno quindi le città a trainare la transizione verso un pianeta immediatamente più vivibile? Molto dipenderà dalla loro capacità di mettere in sinergia la mitigazione e l’adattamento, tramite ad esempio un’infrastruttura per la mobilità sostenibile (mitigazione) affiancata da aiuole in grado di assorbire l’acqua piovana e ricaricare le falde (adattamento).

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