È un locale un po’ all’antica, lo Hessler. Carta da parati dalle tinte plumbee, lampadari di cristallo, laboriose stuccature ornamentali… L’intera parete di fondo è occupata da un massiccio buffet in legno scuro, di fronte al quale i tavolini della sala si allineano rigidi e precisi, sull’attenti, come se un sergente prussiano avesse comandato l’appello. Siamo in Kantstraße, alle spalle della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, a due passi dal mitico Romanisches Café, il ritrovo degli artisti berlinesi. Ma lo Hessler è un posto molto più tranquillo, oltre che meno frequentato.
Varian Fry cena da solo a uno di quei tavoli. È venuto da New York, ha ventisette anni e fa il giornalista. Se esiste un archetipo dell’intellettuale “East Coast”, lui ci va molto vicino: fisico asciutto, non troppo alto, il volto glabro, un’espressione seria e intelligente, occhiali senza montatura. Se la prende comoda, non ha programmi per la serata. Le strade del quartiere sembrano animarsi dopo settimane di fiacca.
I berlinesi sono usciti per godersi l’aria mite della sera, in un’estate fin qui grigiastra e piovosa. Fry è sbarcato da un paio di mesi: ha fatto il viaggio a bordo del Bremen, uno dei transatlantici più rapidi. A parte qualche deviazione in altre città, alloggia all’hotel-pensione Stern, sul Kurfürstendamm, che affitta camere a prezzi modici, quindici marchi al giorno, in un palazzo borghese dall’aria rispettabile. È venuto per studiare la situazione. Nell’ambiente newyorkese c’è chi crede molto in lui. È considerato una delle giovani promesse del giornalismo.
A fine mese, al suo rientro in America, impugnerà le redini di una rivista molto seria, il mensile “The Living Age”, da quasi cento anni specializzato in questioni di politica estera. Un impegno gravoso per un uomo tanto giovane, ma il nuovo caporedattore ha le idee chiare sui temi scottanti che intende proporre. È convinto che il pericolo maggiore, a livello di equilibri internazionali, venga dai regimi dell’Europa fascista: l’Italia, l’Austria e ora soprattutto la Germania. Per questo motivo ha ottenuto dall’editore di trascorrere un paio di mesi a Berlino, così da sperimentare in presa diretta la nuova Germania di Hitler e farsi un’idea personale prima di assumere l’incarico che lo attende. Non occorre la sfera di cristallo, osserva Fry, per capire che lo sbocco della strategia hitleriana può essere soltanto uno: la guerra. Basta sentire i suoi discorsi e prendere sul serio le cose che dice, parola per parola, senza fingere di non vedere. Fanno venire la pelle d’oca.
Purtroppo non tutti, in America, hanno il coraggio di aprire gli occhi. I grandi giornali di New York e Los Angeles parlano ogni giorno di marce naziste, di riarmo tedesco, delle ondate di arresti, dei campi di prigionia… ma i lettori si stringono nelle spalle. L’Europa è lontana, è un mondo a parte, mentre la Grande depressione, quella sì imperversa a casa loro, e la crisi li tocca da vicino. L’americano medio segue con molta più attenzione i tentativi del governo di domare la catastrofe economico-finanziaria.
A chi interessano le uscite di un despota straniero, con la sua buffa divisa marrone? Da alcune settimane Fry attraversa la Germania. Ha intervistato decine di uomini politici, magnati dell’industria, universitari, ma anche la gente comune: bottegai, osti, fedeli all’uscita di una chiesa, tassisti… L’uomo della strada, come si suol dire. E intanto studia il tedesco, per trovare un rapporto più immediato con il paese. I suoi taccuini sono pieni di appunti. Rientrato a New York non dovrà accontentarsi di cifre generiche e vaghi concetti sullo Stato hitleriano, ma potrà esprimersi in forme concrete, icastiche, sulla base di esperienze personali, come compete a un reporter.
Ha grossi progetti per il futuro, vuole fare della sua rivista un campanello d’allarme, svegliare le coscienze degli americani, gridare loro all’orecchio. Paga il conto allo Hessler e rientra senza fretta allo Stern. Non è lontana, la pensione: un breve tragitto nell’aria della sera. Gli spaziosi boulevard dei quartieri ovest sono le passeggiate eleganti di Berlino, scandite da boutique, caffè, cinema e teatri. Qui vivono i più facoltosi, quelli che la sera non rientrano in monocordi quartieri residenziali, ma si godono il trambusto di una metropoli pulsante. Se Berlino continua a brillare nel firmamento europeo, nonostante la ristrettezza di vedute dei nazisti, è proprio grazie a quelle strade. Fry si gode l’aria mite: ogni cosa sembra abbandonarsi al languore di un’estate incipiente.
Risale la Kantstraße, finché, all’improvviso, svoltando in Kurfürstendamm, sente urla, sbraiti, rumori di vetri spaccati e stridori di freni. Si direbbe un incidente. Si precipita sul posto. E incappa nel bel mezzo di una battaglia di strada. Dai marciapiedi sui due lati del Kurfürstendamm alcuni giovani in camicia bianca e stivali militari invadono le carreggiate. Fermano le auto, spalancano le portiere, scaraventano fuori i passeggeri per malmenarli. Un parabrezza va in frantumi. Insulti, tafferugli, gente riversa sull’asfalto che finisce calpestata, donne che barcollano tra le percosse, chiedendo aiuto. Fry vede un gruppo di SA in uniforme sotto la veranda di un caffè. Scagliano contro la vetrina le stoviglie dei tavoli all’aperto, sfasciando il vetro. Scorge altri fermare un bus a due piani. I picchiatori salgono a bordo e trascinano giù dei passeggeri, gonfiandoli di botte. E non fanno che gridare: «Ebreo! Questo è un ebreo!», oppure «Morte agli ebrei!».
I passanti, spaventati, tirano fuori i documenti per dimostrare la loro arianità. Un uomo in cappotto scuro si defila in una via traversa, braccato da un gruppo di inseguitori. Fry rimane lì, nella calca, sconvolto. Nessuno fa caso a lui. Un uomo dai capelli bianchi sanguina a profusione: ha un tremendo squarcio sulla nuca. La gente intorno gli sputa addosso. Vede donne spintonate dagli aggressori, che le deridono finché non inciampano e rovinano a terra. Volti tremanti, sconvolti, in lacrime. E vede anche i poliziotti, decine di poliziotti che non alzano un dito per aiutare gli aggrediti. I teppisti li coprono di insulti: «Lacchè degli ebrei!», urlano, o «Traditori del popolo!». Ma i pubblici ufficiali dirigono il traffico, sgomberando il passaggio agli autobus, e tacciono senza far nulla. Solo allora Fry si accorge della voce sullo sfondo. Una sorta di brutale litania.
Qualcuno latra parole che Fry non capisce. Poi una seconda, una terza, una quarta frase. Quindi la voce ricomincia da capo. I vandali che l’hanno sentita – quelli in camicia bianca e quelli in uniforme delle SA – riprendono i versi e li ripetono a cadenza, in un ruggito. È come un responsorio, un’antifona tra il solista e il coro. Fry continua a non capire il significato. Finché trova qualcuno disposto a tradurre: «Wenn der Sturmsoldat ins Feuer geht, / ei, dann hat er frohen Mut, / und wenn’s Judenblut vom Messer spritzt, / dann geht’s nochmal so gut» (Marcia l’ardito nel fuoco che chiama / con passo fiero e audace, / se sangue giudeo gli arrossa la lama / spavaldo si compiace). Fry cerca rifugio in uno dei caffè con le vetrate intatte. Le bande di picchiatori hanno invaso l’intero viale. Nessuno si azzarda più sui marciapiedi o sulle carreggiate.
Entrano due SA e pattugliano il locale, ispezionando i tavolini. Solo un avventore sembra sudare freddo, forse è ebreo? Fa finta di nulla, si irrigidisce, cerca di non incrociare lo sguardo degli uomini in uniforme. I due lo puntano senza esitazione. Uno afferra il pugnale che porta alla cintura, lo sfodera e trapassa il metacarpo del malcapitato, inchiodandolo al ripiano. Quello urla, strepita, si fissa incredulo la mano, inorridito. Le SA ridono, estraggono la lama e se ne vanno per i fatti propri, indisturbate, sogghignanti. Per strada i vandali si sono assembrati. Un giovane robusto tiene un breve discorso, o più che altro ripete una serie di slogan e ingiurie. Si forma una specie di corteo.
I manifestanti risalgono il Kurfürstendamm: scandiscono «Juden raus! Juden raus! Juden raus!», con il braccio sollevato nel saluto hitleriano. Fry si avventura all’esterno, dove la situazione sembra rientrare nella norma, e prosegue per la pensione Stern. In camera cerca di riordinare le idee. Studia il viale dalla finestra. Riecco i picchiatori, che ora rifluiscono in corteo nella direzione opposta, seguiti da un’unica vettura della polizia, che li tallona a passo d’uomo. Continuano a scandire slogan che Fry non capisce. Quando scompaiono dalla vista, si siede al tavolino della camera, apre il taccuino, fa un grosso respiro e annota quello che ha visto.
