«Vivo ancora a dieci minuti da dove sono nato. Conosco il sindaco, conosco il parroco, conosco il tizio della tavola calda». Lo dice Bruce Springsteen in un’intervista al New York Times, io leggo e penso: il New Jersey è l’Emilia d’America.
Anni fa Pupi Avati disse che a Bologna non bisognava tornare perché il bolognese, se torni, pensa che fuori hai fallito, e non so se valga anche per il New Jersey, ma insomma Bruce Springsteen s’è posto il problema persino meno di Cesare Cremonini, che ha postato su Instagram che ieri e l’altroieri ci sarebbe stato il primo doppio concerto allo stadio di Bologna di uno nato e cresciuto a Bologna.
Quando l’ho letto, ho pensato che sembrava quei comunicati stampa dei film americani: il maggior incasso per un film con una protagonista bionda ambientato su una nave uscito in un venerdì non festivo. Vasco li avrà fatti, due stadi, immagino, ma Vasco tecnicamente non è di Bologna. Sì, ci vive, come tutti. Come Gianni Morandi, come Luca Carboni: magari vivono un po’ fuori, Guccini se ne è andato addirittura sull’Appenino, ma di certo non se ne vanno a Milano o a Roma. Sono gente assai più territoriale che in New Jersey: Springsteen nei titoli dei dischi al massimo ha messo il nome del paesino, Guccini di Bologna mise addirittura l’indirizzo di casa, con tanto di civico (ed era quarantanove anni fa: non eravamo abituati all’esposizione in dettaglio delle vite dei famosi).
Poi ho visto il concerto, così ridondante di bolognesità che neanche le ricordo tutte. Cremonini che rievoca in che liceo andava mentre la madre al pomeriggio «a sberloni» lo costringeva a studiare pianoforte. Cremonini che parla della casa dello zio dietro allo stadio dalle cui finestre vedeva la partita. Cremonini che dice che altro che navigatore, lui sa che è casa quando vede la basilica di san Luca. Cremonini che fa salire sul palco un calciatore del Bologna.
Lasciate stare la qui presente eccezione, io che devo farmi spiegare chi sia quel tizio sul palco: il pubblico è in deliquio. Il marketing della proloco funziona.
Non credo ci siano, proloco a parte, due più diversi di Cremonini e Springsteen, e non dipende dal fatto che quando uno dei due già faceva i concerti negli stadi italiani l’altro andava all’asilo (il 30 giugno e il 3 luglio Springsteen recupera le due date a san Siro saltate l’anno scorso, ma le più vegliarde di noi pensano solo che proprio oggi sono quarant’anni dal suo primo san Siro: avevamo i compiti per le vacanze, e ora non ci sentiamo tanto bene).
Non dipende neanche dal fatto che io mi ostini a considerare Springsteen – che ha fatto i suoi migliori dischi tra i miei tre e i miei dodici anni – come un mio coetaneo, e Cremonini come un ragazzino, perché invecchiando gli anni di differenza si assottigliano ma non si colma mai il divario di quando io vivevo già da sola e te eri ancora alle medie.
Dipende da un video che mi è passato davanti e che non ho voluto approfondire perché confesso una certa qual insofferenza per Michelle Obama. Springsteen è andato al suo podcast, immagino a promuovere “Tracks II”, che esce la settimana prossima, giacché tra i vantaggi di fare quel mestiere da un secolo c’è che hai i cassetti pieni di inediti (i cassetti, come sono antica).
Mi è passato davanti un minuto di video in cui Bruce spiega che Patti (Scialfa, la moglie) gli ha fatto capire che lui non poteva mica fare come il padre (alcolizzato e depresso), che c’era ma non c’era. Lui quand’era a casa doveva essere presente per i figli. E lui racconta tutto convinto, non so quanto tentando di riparare i traumi della sua crescita e quanto col cervello lavato da quest’epoca di gente senza talento che cerca di farci credere che essere bravi genitori sia un ottimo sostituto dell’ambizione, che lui ha fatto così. Che una canzone da scrivere ci sarà anche più tardi, ma un figlio no.
Michelle Obama annuisce, avendo come unico talento quello in effetti rimandabile della influencer, e io, che sono una persona orrenda, penso solo: per forza da quando ti sei sposato hai smesso di fare bei dischi. Penso solo: adesso tu mi stai dicendo che poteva esserci un’altra “Thunder Road”, un’altra “Glory Days”, ma hai detto no, dai, oggi gioco alle costruzioni. Ma io ai tuoi figli gli faccio causa, Bruce. Non potresti imparare da Cremonini, che sarebbe stato capace di farsi lasciare dall’amore della sua vita solo per scrivere “Marmellata #25”, e nel caso penserebbe che ne è valsa la pena? (Ma certo che ne sarebbe valsa la pena: un amore della vita è per un po’, una canzone della madonna è per sempre).
Guardavo Springsteen che faceva il bravo padre come quelli che non hanno nient’altro da dare al mondo, e pensavo a Cremonini che scrive “Padremadre” (a ventidue anni: Cesare aveva già fatto tutto all’età alla quale Bruce non aveva fatto neppure il primo disco, quello col New Jersey nel titolo) per scusarsi delle sue assenze non coi figli ma coi genitori: «Se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me». E, siccome è un furbo di tre cotte, ci mette la frase autoassolutoria che il suo pubblico vorrà squarciagolare per giustificare le proprie assenze (con la famiglia non han voglia di starci neanche gli impiegati delle poste, mica solo le rockstar): «Se son stato così lontano è stato solo per salvarmi». Chissà cosa direbbe Michelle Obama.
Ma sto divagando: parlavamo delle appartenenze geografiche e del relativo immaginario, del pubblico che vuole sentirti parlare dei panorami locali che tu gli stia facendo un concerto o vendendo una confezione di olio denso, della gente che ha bisogno di sentirsi dire che tu, che stai sul palco e per definizione non sei uguale alla folla, invece sei proprio come loro.
Ho chiesto ad amici che sono di città in cui ci sono due squadre di calcio se a Bologna si abbia gioco più facile: una sola squadra, una sola coppa in non so quanti decenni, un solo pubblico pronto a sdilinquirsi. Un amico di Genova mi ha raccontato di una volta che De André disse che aveva un problema al cuore, e poi si aprì la camicia e il problema al cuore era la maglietta del Genoa che aveva sotto. E sì, c’era qualche tifoso della Sampdoria che esprimeva disappunto, ma perlopiù erano felici, perché quella roba lì è uno specchio.
Ho avuto diciannove anni anch’io, e mi sono sdilinquita anch’io quando il ritornello in quella canzone del più bel disco di De Gregori faceva «e a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali». Adesso che hanno diciannove anni tutti (anche i quarantenni, specialmente i quarantenni), ovvio che vogliano sentirsi raccontare del loro specchio, della loro identità, del loro orizzonte. Ovvio che funzioni al contrario rispetto all’insegnamento di John Ford a Spielberg, e l’orizzonte debba stare sempre nel mezzo, debba sembrare sempre afferrabile.
È una settimana che smisto insulti per aver osato scrivere che vivere a Bologna è abbastanza un disastro, dai taxi in su. Per fortuna ne ho scritto una settimana fa, quando ero meglio disposta verso il mio New Jersey: non ci avevo ancora messo un’ora e mezza ad arrivare al concerto in taxi, non avevo ancora rimirato la sgrammaticata storia dello stadio affissa alle sue pareti, non avevo ancora cancellato un ennesimo ristorante inadeguato dalla lista dei miei prenotabili.
Quello che mi ha fatto più tenerezza è stato un giornalista di Bologna che ha linkato l’articolo con la domanda «Non puoi tornare a vivere altrove?». I quarantenni son diciannovenni che vogliono sentire i nomi dei posti che conoscono nelle canzoni, i sessantenni hanno una dialettica da terza elementare.
Il marketing della proloco funziona perché i posti sono espedienti nostalgici quanto il cibo e quanto le canzonette. I posti funzionano come funzionava per Bruce quell’amica che dal paesello se n’era andata (sì, lo so che voi pensate che “Bobby Jean” parli d’un maschio: siete gente senza poesia). Quella che «non ci sarà mai nessuno, da nessuna parte, in nessun modo, che possa capirmi come sapevi capirmi tu».
Durante “San Luca” una ragazza davanti a me ha videochiamato la nonna – nonna che avrà avuto la mia età, una di noi che eravamo ragazzine la prima volta in cui Springsteen fece “Bobby Jean” a Milano – per farle vedere Luca Carboni. Sono abbastanza sicura che a Cremonini faccia orrore Springsteen: Cesare è uno che si mette le giacche di lustrini, e ha gli effetti speciali maragli, e il pianoforte di Liberace – cosa gliene può importare di uno che arriva sul palco vestito come stava per casa e non ha i ballerini del Cirque du Soleil a coprire i cambi scena.
Però c’è una cosa che succede, e ha a che vedere col territorio, e forse mi fa capire anche quelli che m’insultano per lesa bolognesità: che Cremonini capisce Carboni. Carboni che, proprio come Springsteen, è uno per cui sono sempre esistite solo le canzoni, mica i trucchi di radianza.
La frase di “San Luca” su cui entra Carboni è impossibile sentirla, perché il pubblico – che se lo aspettava, giacché tra i difetti del presente c’è che vai su Google e sai tutto del concerto che ancora devi vedere – fa un sospirone di meraviglia e sollievo che è l’unico sonoro dello stadio per qualche secondo.
È un sospirone di quelle abbastanza vecchie da essere diventate grandi con “Fragole buone buone” e con “Ci stiamo sbagliando”, e anche di quelle alle quali “Mare mare” l’ha fatta sentire la nonna, che adesso ha la sciatica troppo infiammata per venire allo stadio ma vuol essere videochiamata quando arriva quello lì. Meno male che il marketing del territorio funziona, sennò uno come Carboni sarebbe rimasto fuori dall’orizzonte di uno come Cremonini.
Non fossero stati tutti e due del New Jersey italiano, Luca per Cesare sarebbe stato un alieno quanto Springsteen, e a noialtre allo stadio sarebbe arrivato in visita solo quel tizio lì di cui non so il nome, quello del giuoco del calcio.