Dal primo luglio la Danimarca assumerà la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea. A cedere il testimone sarà la Polonia guidata da Donald Tusk, che negli ultimi sei mesi ha provato — non senza ostacoli — a rilanciare il proprio ruolo in Europa dopo anni di isolamento sotto i governi sovranisti. Il passaggio avviene in un contesto fragile. L’Unione europea fatica a essere incisiva sui tavoli internazionali ed è rimasta praticamente sola a sostenere l’Ucraina dopo le giravolte trumpiane. Il Green Deal è in fase di stallo ormai da mesi, le trattative sul nuovo bilancio settennale si apriranno proprio nel mese di luglio e le crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti continuano ad acuirsi. Più che un’agenda, Copenaghen eredita una lista di urgenze da fronteggiare.
Sei mesi fa la presidenza polacca era partita con grandi ambizioni: dopo il ritorno di Tusk a Varsavia, l’obiettivo dichiarato era ricucire con Bruxelles, ristabilendo la fiducia delle istituzioni europee e proponendosi come ponte tra Est e Ovest. Alcuni risultati sono arrivati. Nonostante le ambiguità americane, l’Ue ha mantenuto il proprio deciso sostegno a Kyjiv. I rapporti Ue-Nato si sono rafforzati, complice anche il crescente senso di vulnerabilità sul fianco orientale, e l’allargamento è tornato visibile nell’agenda europea. Tusk ha incarnato un profilo da leader atlantico e filoeuropeo, portavoce dei Paesi dell’Est e sostenitore di una strategia di sicurezza più integrata.
Non tutto però è andato come sperato da Varsavia. Il semestre polacco si è scontrato con un contesto internazionale difficile e con resistenze interne all’Unione. Il Green Deal ha subito una brusca frenata, sotto il peso delle proteste di agricoltori e industriali che hanno portato il Partito Popolare europeo (di cui Tusk fa parte) ad una svolta a destra. Sul piano commerciale, Bruxelles è stata costretta a rivedere le proprie strategie in vista dei dazi annunciati da Trump e sul fronte migratorio la presidenza polacca non è riuscita a proporre una sintesi concreta.
Ora il testimone passa alla Danimarca, Stato membro di piccole dimensioni, ma con una reputazione consolidata sul piano istituzionale e diplomatico. Il governo della socialdemocratica Mette Frederiksen ha già indicato le sue priorità: sicurezza e difesa comune, competitività, digitale, allargamento a Est, coordinamento delle trattative sul quadro finanziario pluriennale post-2027 e una transizione ecologica più pragmatica.
Frederiksen è una figura atipica nel panorama progressista europeo. Favorevole a politiche restrittive sull’immigrazione, sostenitrice di un welfare condizionato e di una rigida disciplina fiscale, la premier danese sembra più in sintonia con i centristi baltici o i conservatori nordici che con i socialisti mediterranei. In questo senso, la sua presidenza potrebbe offrire una mediazione tra rigore e riformismo, tra Nord e Sud.
Il dossier “difesa e sicurezza” sarà centrale. Dopo l’abolizione dell’opt-out danese in materia militare (formalizzato con un referendum del 2022, altro risultato ottenuto da Vladimir Putin) Copenaghen ha acquisito maggiore margine d’azione e intende sfruttarlo per rafforzare la dimensione strategica dell’Ue. L’obiettivo di lungo termine resta quello tracciato da Bruxelles: costruire una capacità autonoma di difesa entro il 2030. Il sostegno all’Ucraina dovrà essere reso ancor più stabile e strutturato anche per colmare il vuoto che con ogni probabilità verrà lasciato dagli Stati Uniti. Il rapporto con Washington sarà decisivo anche per commercio, sicurezza e cooperazione atlantica. Sullo sfondo, resta aperta tra i due Paesi la questione Groenlandia, oggetto di recenti frizioni.
A luglio, la Commissione presenterà la proposta per il nuovo Quadro finanziario pluriennale (2028–2034). Starà a Copenaghen avviare i primi negoziati. Difesa comune, transizione ecologica, intelligenza artificiale e competitività saranno tra le priorità di spesa, ma in un contesto così complicato le trattative si preannunciano lunghe.
Sul versante internazionale, la Danimarca intende rafforzare le relazioni con partner strategici attraverso il Global Gateway, la strategia dell’Unione europea volta a mobilitare investimenti in infrastrutture globali. L’obiettivo è creare collegamenti intelligenti, puliti e sicuri nei settori digitale, energetico e dei trasporti.
Già negli scorsi mesi le pressioni sociali e politiche hanno spinto verso un riequilibrio del Green Deal. Il governo danese, ecologista ma attento ai vincoli di bilancio, potrebbe tentare una mediazione più prudente che guardi agli obiettivi climatici e alla competitività economica, anche se l’attuale spostamento a destra del Partito Popolare Europeo renderà più complesso ogni compromesso. Infine, resta aperto il capitolo dell’allargamento. Si attendono progressi da Ucraina, Moldova e Balcani occidentali, ma il semestre danese proverà a rilanciare alcune riforme interne per evitare il rischio di un sovraccarico istituzionale.
Se Tusk ha puntato su un ritorno della Polonia al centro dello scenario politico europeo, Frederiksen adotterà probabilmente un approccio più tecnico e orientato alla mediazione. Due stili diversi ma potenzialmente complementari: il primo ha cercato di imprimere slancio, la seconda probabilmente cercherà di consolidare.
In una fase complessa, la Danimarca potrà portare alla presidenza del Consiglio dell’Unione europea un approccio pragmatico, capace di tenere insieme i principali dossier aperti e le diverse sensibilità nazionali. Il compito non sarà semplice: occorrerà garantire il sostegno all’Ucraina rafforzando al tempo stesso la dimensione europea di difesa e sicurezza, accompagnare il processo di allargamento senza forzature e provare a guidare la transizione ecologica garantendo la competitività dell’industria. In questo contesto è probabile che Copenaghen non stravolgerà l’agenda europea ma proverà a garantire stabilità. E in un’Unione sotto pressione come mai negli ultimi anni, anche solo riuscire a mantenere la rotta verso gli obiettivi europei sarebbe, di per sé, un risultato politico di rilievo.