Quarto potereLa faida che sta indebolendo il miglior giornalismo investigativo europeo

Un’inchiesta di Mediapart ha sollevato dubbi sui finanziamenti americani alla più vasta rete investigativa transnazionale. Le accuse basate su interpretazioni forzate sono diventate un’arma nelle mani di governi autoritari

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Da alcuni mesi il giornalismo investigativo europeo è lacerato da una faida, con al centro il prestigioso network investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project, noto con l’acronimo Occrp. A distanza di mesi dall’inizio di questa faida, le conseguenze di questo scontro interno stanno diventando pienamente visibili. L’Occrp coordina una rete di oltre cinquanta media investigativi, in gran parte attivi in paesi dove la libertà di stampa non esiste o è fortemente limitata, inclusi Venezuela, Serbia, Russia, Bielorussia e Turkmenistan. Si è specializzato, negli anni, nella copertura di operazioni internazionali di corruzione, riciclaggio di denaro e traffici di vario tipo. Pubblica le proprie inchieste sia in inglese, sia in russo.

Le sue inchieste hanno spesso riguardato personaggi di alto profilo, solitamente leader autocratici di vari paesi e le loro famiglie, e raccontato nel dettaglio quanto questi soggetti approfittino della loro posizione di potere incontrastata per arricchirsi sulle spalle dello Stato che governano. Tra i progetti giornalistici più noti coordinati dall’Occrp ci sono stati i Panama Papers, gli Suisse Secrets, i Russian Asset Tracker e i NarcoFiles, progetti che rappresentano il meglio prodotto dal giornalismo investigativo europeo nell’ultimo decennio.

Il due dicembre scorso, il sito investigativo francese Mediapart pubblicava un’inchiesta, realizzata in collaborazione con altri media, tra cui il Fatto Quotidiano, dove accusava Occrp di essere una sorta di braccio armato del governo americano, finanziato tramite l’agenzia Usaid. «L’Occrp, la più grande rete organizzata di media investigativi del mondo, ha nascosto la portata dei suoi legami con il governo degli Stati Uniti. Washington fornisce metà del suo budget, ha diritto di veto sul suo personale e finanzia indagini incentrate su Russia e Venezuela», recita l’occhiello di questa inchiesta.

Secondo Mediapart e gli altri media che hanno firmato l’inchiesta, lungi dall’essere un media indipendente, l’Occrp non sarebbe altro che uno strumento di politica estera del governo americano. Questi legami sarebbero stati nascosti al pubblico, e la stessa inchiesta curata da Mediapart sarebbe stata, come scritto su il Fatto Quotidiano, «censurata». Accuse che riecheggiano proprio la propaganda di molti governi autocratici, in varie regioni del mondo, che negano la possibilità di un giornalismo autonomo dal potere e riconducono tutto a ragioni più o meno celate di interessi geopolitici.

Come ricostruito dal giornalista investigativo Mark Lee Hunter, infatti, queste accuse erano inizialmente circolate sui media russi e azeri in un momento ben preciso: aprile 2016, poco dopo la pubblicazione dei Panama Papers, che avevano rivelato l’estesa rete di conti offshore di tutta una serie di autocrati, inclusi i presidenti di Russia e Azerbaigian, Vladimir Putin e Ilham Aliyev – ancora oggi al potere.

Abituati a dover rispondere a una serie di attacchi e tentativi di delegittimazione da parte di governi illiberali, l’Occrp e alcuni membri della sua rete si sono trovati spiazzati davanti alla violenza del fuoco amico. Questo perché gran parte dei dati rivelati dall’inchiesta di Mediapart sono accessibili con un click sul sito dell’organizzazione, alla sezione Report annuali: nel 2023, per esempio, l’Occrp ha ricevuto undici milioni settecentoquattordicimila dollari e quattordici centesimi dal governo americano.

Inoltre, come ha sottolineato lo stesso Occrp in una dichiarazione in risposta all’inchiesta, la gran parte delle «rivelazioni» diffuse dal media francese sono false. Non è vero, per esempio, che, a causa di questo supposto conflitto di interessi, il network eviti di indagare sulle azioni del governo americano. Nel 2016, per esempio, ha pubblicato un’inchiesta su un giro di traffico di armi verso la Siria, coordinato dalla Cia, e nel 2021 un’altra inchiesta sulla corruzione tra le truppe americane impiegate in Afghanistan.

La risposta di Occrp ricorda anche che Stefan Randea, uno dei due autori dell’inchiesta di Mediapart, aveva in passato lavorato proprio per l’Occrp, collaborando a stretto contatto con uno dei due fondatori, Paul Radu, e si troverebbe quindi in una posizione di conflitto d’interessi.

L’inchiesta di Mediapart, in breve, si basa in larga parte su informazioni di tre tipi: già disponibili, parziali o false. Non è possibile sapere quanto il media francese, solitamente ritenuto una fonte affidabile, abbia riflettuto sulle possibili implicazioni di un’inchiesta che ha definito «dolorosa ma necessaria».

Queste implicazioni, invece, ora si conoscono. Alcune le ha messe in fila il network investigativo Irpi. Già il sei dicembre, in una conferenza stampa, un portavoce del partito nazionalista al governo in India dal 2015, il Bjp (Bharatiya Janata Party) di Narenda Modi, attaccava alcuni media indiani che collaborano con l’Occrp, accusandoli di voler destabilizzare l’India per conto degli Stati Uniti. In un’intervista al giornale indiano The Wire, rappresentanti di Mediapart invitano il governo indiano a non usare la loro inchiesta a fini propagandistici.

Negli stessi giorni, un giornale online vicino al governo ungherese di Viktor Orbán dava ampio risalto all’inchiesta, attaccando alcuni dei più validi progetti di giornalismo nella regione, come il Centro investigativo Ján Kuciak e Vsquare, citato anche in questa rubrica. La macchina mediatica filogovernativa in Serbia, invece, bersagliava Krik, uno dei pochi media indipendenti rimasti operativi nel paese e affiliato all’Occrp.

Negli stessi giorni, il giornalista maltese Jacob Borg veniva preso di mira dalla televisione vicina al Partito laburista maltese, oggetto di molte delle indagini della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa nel 2017. Mediapart ha risposto invitando le autorità maltesi a non distorcere il loro lavoro per limitare la libertà di stampa.

Se questi attacchi sono stati pesanti, ma tutto sommato in linea con quelli che questi giornali e giornalisti subiscono di solito, l’avvento della presidenza Trump ha fatto fare un salto di scala alle accuse contenute nell’inchiesta curata da Mediapart.

Alcuni dei media della galassia Maga, che sostiene il presidente americano, hanno ripreso, distorcendoli, dei contenuti dell’inchiesta, accusando l’Occrp di essere al soldo del deep state anti-trumpiano. Secondo il giornalista indipendente Michael Shellenberger, infatti, nel 2019 c’era stato un complotto ordito dalla Cia assieme all’Occrp per portare all’impeachment di Trump, tramite la rivelazione del tentativo da parte dell’alleato di Trump, Rudy Giuliani, di scovare informazioni compromettenti sulle attività dei familiari di Biden in Ucraina.

Alcune inchieste pubblicate dal network erano state effettivamente citate tra le fonti che avevano portato al primo tentativo di impeachment di Trump. Le dietrologie di Shellenberger sono state amplificate da tutto l’ecosistema mediatico trumpiano, in primis Fox News.

Nei primi giorni dell’amministrazione Trump, infine, il Department of Government Efficiency (Doge), gestito da Elon Musk, si è accanito su Usaid, smantellandola fino al punto da renderla inefficiente. Su X, Musk aveva definito Usaid «un’organizzazione criminale», la stessa definizione che il giornalista di Mediapart, Michaël Hajdenberg, aveva usato ironicamente per definire l’Occrp in un commento all’inchiesta.

Secondo il Global Investigative Journalism Network, lo smantellamento improvviso di Usaid ha portato al blocco di circa duecentosessantotto milioni di dollari già promessi a vari media indipendenti in trenta diversi paesi, che ha messo in ginocchio soprattutto quelli che operano sotto regimi autocratici.

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