Appunti per NordioCosa insegna il processo Open Arms sul rapporto tra politica e giustizia

La riforma sulla separazione delle carriere viene presentata come risposta a un problema di sistema. Ma le parole di Franco Coppi e le conclusioni del processo di Palermo suggeriscono che il vero nodo non è giuridico, ma politico e culturale

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La riforma Nordio sulla presunta separazione delle carriere è giunta alle battute finali e, sebbene in questo momento l’attenzione politica sia diretta sulla grave crisi in Medi Oriente, l’argomento merita ancora attenzione. Una cosa non inutile, dal momento che alla fine della trafila parlamentare l’elettorato sarà chiamato a pronunciarsi con un referendum, con le inevitabili ricadute politiche.

Gli ultimi giorni hanno registrato due eventi significativi: dapprima un’intervista di Liana Milella sul Fatto Quotidiano a uno dei più autorevoli (secondo molti, tra cui chi scrive, il più autorevole) penalisti italiani, Franco Coppi, che ha scandalizzato molti suoi colleghi e qualche sepolcro imbiancato dell’avvocatura italiana. Infine, sono state depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione di Matteo Salvini per la vicenda Open Arms, pronunciata ben sei mesi fa, quasi un’era geologica per i tempi attuali della politica.

Coppi ritiene la separazione delle carriere una riforma inutile, e ha assicurato che mai, nella sua sessantennale carriera, ha avvertito l’influenza del pubblico ministero sull’indipendenza del giudice, affermazione che taluno potrebbe invero ritenere lievemente esagerata, andando con la memoria ai casi Andreotti e al delitto di Avetrana, ma tant’è, se lo dice lui. Si tratta del parere di un grande maestro del diritto, che ha ispirato generazioni di penalisti, e che ha vissuto i più grandi processi penali dell’ultimo mezzo secolo.

Per una non banale coincidenza, a suo sostegno sono arrivate le motivazioni del tribunale di Palermo, che hanno definito una delle vicende giudiziarie più politiche degli ultimi tempi. Tra il 2018 e il 2019, durante il primo governo Conte, il ministro dell’Interno Matteo Salvini vietò lo sbarco di due navi, Diciotti e Open Arms, che avevano soccorso dei migranti nel Mar Mediterraneo. In entrambi i casi, fu l’intervento della magistratura a rendere possibile lo sbarco dei naufraghi, tra cui diversi minori, che poi avviò due procedimenti penali a carico di Salvini.

Il primo fu bloccato dal voto contrario del Parlamento, che invece autorizzò il secondo, in coincidenza col formarsi della nuova maggioranza del secondo governo Conte. Il processo di Palermo è stato accompagnato da numerose polemiche, ed è assurto alla condizione di uno dei molti simboli dello scontro tra politica e magistratura, reso ancor più incandescente dal varo della riforma Nordio.

Ebbene, se ci si prende la briga di leggere le duecentosettantadue pagine senza fermarsi alle note di agenzia, si deve convenire con le tesi di Coppi: i giudici di Palermo hanno totalmente e radicalmente respinto le tesi dei loro colleghi della procura. Salvini era imputato della grave accusa di sequestro di persona e di omissione di atti di ufficio, per essersi arbitrariamente opposto allo sbarco dei naufraghi in territorio italiano.

Il tribunale di Palermo ha ritenuto che nessuna convenzione o legge europea e italiana glielo imponesse. Le varie disposizioni e direttive in materia, secondo i giudici siciliani, si riducono a semplici «raccomandazioni», per le quali «può ancora astrattamente ipotizzarsi la configurabilità di profili di responsabilità internazionale in senso lato per lo Stato inottemperante, ma non pare possibile argomentare che, dall’omessa osservanza di tali raccomandazioni, possano derivare per gli organi attraverso i quali lo Stato esprime la propria condotta (organi, di regola, del potere esecutivo, ma anche di quello legislativo o giudiziario), conseguenze giuridiche (addirittura penali) alla stessa stregua del mancato rispetto di ben definiti obblighi giuridici».

Ancora una volta, il problema insormontabile è il rispetto del principio di legalità, per il quale il reato deve essere esposto in termini tassativi e di agevole comprensione, che non si concilia con la genericità di precetti etici ed esortazioni sommarie. Anzi, visto che ci siamo, le petizioni e i principi etici non bastano da soli a condannare senza norme penali specifiche e determinate.

Non solo, il tribunale ha pure disatteso la tesi della procura secondo cui i soggetti più deboli, tra naufraghi e minori, siano stati esposti a rischi per la loro incolumità. Essi sono stati soccorsi in tempi ragionevoli, e non hanno mai corso il rischio di essere consegnati a mani di autorità che avrebbero negato i loro diritti, unico caso, questo, in cui si sarebbe potuta configurare la responsabilità penale del governo.

Addirittura, secondo i giudici di Palermo, non era l’Italia il Paese che avrebbe dovuto attivare le operazioni di soccorso, bensì Spagna e Malta. Insomma, una Caporetto della procura, e una clamorosa vittoria per Salvini, risparmiato dai giudici cui era stato consegnato dalla politica.

Messa così, questa sentenza, accolta a malincuore dalla magistratura associata, si rivela addirittura un prezioso testimonial per la futura campagna referendaria. Il sospetto, al di là degli eccessi di propaganda, è che forse la convivenza sotto lo stesso tetto di pm e giudici, pur incidendo, sia meno decisiva di quello che gli avvocati presumono.

Anche perché si continua a giocare con le parole: non ci sarà nessuna separazione delle carriere, in quanto i magistrati continueranno a fare parte dello stesso ordinamento, cui continueranno a essere ammessi col medesimo concorso. E, se due saranno i Consigli superiori della magistratura, le correnti dei magistrati non si divideranno, e continueranno a ospitare sotto lo stesso tetto pm e giudici, un collante stretto e solido che permarrà intoccabile.

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