
Le accuse contro il governo Netanyahu relative alla guerra di Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre non sono sostanzialmente diverse da quelle che, con alterne fortune e sempre con una invidiabile presa sull’elettorato cosiddetto progressista, dal 1948 qualificano lo Stato ebraico come un esproprio coloniale compiuto ai danni della popolazione araba.
La storia di Israele è una delle poche storie di successo scritta dagli sconfitti, cioè dalle organizzazioni politico-militari e dai Paesi arabi e islamici, che hanno ripetutamente tentato di liberare la Palestina from the river to the sea, venendo ogni volta respinte dall’esercito israeliano, ma riuscendo nondimeno a rappresentare il progetto di annientamento della famigerata entità sionista come una sacrosanta guerra di liberazione nazionale.
La storia autorizzata del conflitto israelo-palestinese è quindi una storia all’incontrario, in cui il falso ha il crisma dell’ufficialità. Anziché partire dal rifiuto da parte dei Paesi arabi di uno stato palestinese mai esistito, ma creato insieme e accanto a uno Stato ebraico, parte da un’origine mitica, la Nakba, cioè l’esodo della popolazione palestinese, che è invece essa stessa una conseguenza del rifiuto arabo del piano di partizione della Palestina mandataria, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947.
Da allora, ogni recrudescenza del conflitto israelo-palestinese ripropone lo stesso schema. Le azioni di Israele sono azioni illegittime (oltre che sempre, in ogni caso, criminali), perché lo Stato ebraico è uno Stato abusivo, occupante e coloniale. Non fa ovviamente eccezione la guerra a Gaza post 7 ottobre, in cui le narrazioni strategiche anti-israeliane si avvalgono di una quantità di informazioni made in Hamas, sistematicamente propalate dai media non solo arabi ma anche occidentali, per una presunzione di attendibilità che solo eufemisticamente può definirsi infondata.
In questa guerra, c’è però qualcosa di effettivamente diverso, che non riguarda la vulgata antisionista, sempre uguale a sé stessa, ma la prospettiva strategica di Israele, dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump e la sua esplicita copertura a un programma “from the river to the sea” uguale e contrario a quello predicato dai fomentatori dell’odio anti-ebraico.
In una intervista a Le Figaro ripubblicata in Italia da Il Foglio, il filosofo francese Alain Finkielkraut, reduce da una visita in Israele, racconta di non avere mai visto la società israeliana così divisa. «Anatemi e invettive abbondano. Di fronte ai manifestanti che, settimana dopo settimana, chiedono instancabilmente la liberazione degli ostaggi e l’indizione di nuove elezioni, ci sono israeliani che vedono nel massacro del 7 ottobre un miracolo, la mano di Dio, l’opportunità insperata di occupare l’intera Terra promessa e di svuotarla finalmente della popolazione non ebraica. Alcuni dei miei interlocutori mi hanno detto che questi ultimi sono in una fase maniacale. I loro cattivi ministri, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, fanno del governo israeliano il principale nemico di Israele».
Da queste divisioni e dalla diffusa ostilità della società israeliana verso il fanatismo messianico, Finkielkraut conclude fiduciosamente che «in Israele lo spirito di vendetta non ha preso il sopravvento», cosa peraltro confermata anche dai sondaggi che vedono la coalizione di governo nettamente minoritaria nei favori degli elettori.
Il problema è che è questa maggioranza a condurre la guerra e a raccontarne i fini e i mezzi ed è questa maggioranza a pretendere di tracciare il confine tra chi sta con Israele e chi sta con i suoi nemici, a seconda della condiscendenza verso la retorica di guerra dell’esecutivo e del consenso non già sulla legittimità o meno di singole operazioni militari anti-terroristiche, ma sulla legittimità (e la proclamata necessità) della definitiva rottamazione di qualunque prospettiva di accordo israelo-palestinese.
La strategia di Netanyahu e dei suoi alleati è di occupare e annettere Gaza e la Cisgiordania come inderogabile garanzia di sicurezza per lo Stato ebraico e i suoi cittadini. Non si tratta di illazioni, si tratta di dichiarazioni ufficiali e programmatiche di tutti i principali esponenti del Governo, oltre che, con ogni evidenza, dell’inderogabile ubi consistam della sua maggioranza politica.
La prospettiva non è però quella di inglobare altri cinque milioni e mezzo di arabi in aggiunta agli oltre due milioni che già hanno la cittadinanza (e il diritto di voto) in Israele, giacché possiamo decisamente escludere che l’obiettivo del sovranismo ebraico sia quello di uno Stato binazionale composto in egual misura da ebrei e non ebrei, con uguali diritti politici.
La prospettiva è quella di ridislocare parecchi milioni di arabi fuori dai confini della Striscia e della West Bank, senza avere la benché minima possibilità oltre che alcun diritto di farlo, o in alternativa di istituire un regime di occupazione militare e di discriminazione civile della popolazione araba. Tertium non datur. Dal marzo 2025 la guerra di Gaza non ha più l’obiettivo di liberare gli ostaggi e cancellare la presenza militare di Hamas, ma di liberare Gaza dalla presenza palestinese e cancellare la prospettiva dei “due popoli, due stati” dall’agenda della politica mediorientale.
Difendere Israele è da sempre dire la verità, cioè tutta la verità su Israele e sui suoi nemici. Una verità occultata, difficile, impopolare e inopportuna. Una verità minoritaria e provocatoria. Una verità scandalosa e sconveniente. Oggi tocca farlo anche con chi esercita il potere pro tempore nello Stato ebraico – come, mutatis mutandis, avviene rispetto alle gesta del presidente anti-americano degli Stati Uniti e ai suoi grotteschi L’État, c’est moi – per sgradevole che sia l’impressione di mischiarsi ai nemici di sempre, increduli e felici di avere dinanzi un sionismo degenerato a immagine e somiglianza dei pregiudizi antisionisti.