
Ali Khamenei è riapparso ieri sulle tv iraniane con un messaggio preregistrato in cui ha rivendicato la «vittoria» su Israele e lo «schiaffo in faccia all’America». Parole che ricordano quelle di Woody Allen in Provaci ancora Sam, quando si vantava di avere dato una lezione a due energumeni che infastidivano la sua ragazza: «A uno gli ho dato una botta col mento sul pugno e a quell’altro una nasata sul ginocchio».
Ma ovviamente Donald Trump non è stato da meno, accusando Cnn e New York Times di diffondere fake news per sminuire i successi della sua amministrazione, motivo per cui ha minacciato di trascinare in tribunale le due testate e chiesto il licenziamento dei loro giornalisti, colpevoli di avere dato notizia di un rapporto preliminare dell’intelligence di cui la Casa Bianca, attenzione, non ha mai negato l’esistenza.
Insomma, tra Khamenei che parla come Woody Allen e Trump che parla come un ayatollah, non è facile orientarsi e capire come stiano le cose. Fermo restando che di sicuro non si è trattato di una vittoria dell’Iran, come sostengono solo Khamenei e il Fatto quotidiano, nessuno sembra in grado di dire con certezza quale sia stato l’esito dell’intervento americano, se gli impianti nucleari del regime siano stati messi fuori gioco o solo limitatamente danneggiati, se l’uranio arricchito fosse stato già messo al sicuro altrove, se la presa del regime teocratico sulla popolazione sia ora più forte o più debole. «Non dove sta la verità è però la domanda cruciale, ma chi ne ha ancora cura», scrive in proposito, su Repubblica, Massimo Adinolfi. «Chi continua a preoccuparsi di stabilire i fatti, di esibire le prove e giustificare le proprie affermazioni, di fornire argomenti e non solo rilasciare dichiarazioni a effetto».
È un bel problema, che non riguarda solo Stati Uniti e Iran, come dimostra l’incredibile polemica di ieri sulle spese militari. Riporto ampi stralci da un lungo tweet di Luigi Marattin, che spiega bene tutta la vicenda. Ebbene, numerosi esponenti del centrosinistra, a partire dalla segretaria del Pd Elly Schlein, hanno detto che l’accordo raggiunto in sede Nato farà salire la spesa militare di 400 miliardi («a seconda del politico o giornalista compiacente che parla, tale cifra sale anche a 500 o 600 o persino 700»).
Come si arriva a questa cifra spaventosa? «Commettendo due errori incredibili: 1) sommare algebricamente la spesa annuale di ciascuno dei 10 anni dal 2025 al 2035; 2) come se non bastasse la scemenza precedente, usare nella somma tutta la spesa militare (e non solo quella aumentata). Ma in contabilità pubblica non funziona così. Se quest’anno spendo 10 euro e l’anno prossimo spendo 10 euro non ho speso 20 euro. Ho mantenuto la spesa annuale costante a 10 euro».
Naturalmente non si tratta di un errore, come non erano un errore le dichiarazioni sui «15 milioni» di voti raccolti ai referendum sul lavoro, come non erano un errore le balle sui magici effetti del Superbonus, capace di ripagarsi da solo. Come si vede, la strategia del totale appiattimento sul Movimento 5 stelle, unica e sola stella polare del Pd sin dal 2019, ha avuto anche questo tremendo effetto collaterale, cioè la completa grillizzazione dei democratici. E questi sarebbero quelli che dovrebbero proteggerci dalla deriva trumpiana.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.