L’avventura che ha destato più stupore, anche in me, è stata Fastweb, nata e.Biscom. Un’idea rivoluzionaria. Senza essere un addetto ai lavori, capivo il linguaggio, con la consapevolezza di non dovermi perdere un cambiamento di paradigma, forse, che vedevo già nei miei figli. Avevo approfondito la materia per potere interloquire con Carlo, già un grande esperto del settore. Dal 1995, per quattro anni, sono andato a Castel dell’Ovo a Napoli al convegno annuale organizzato dalla Sip. Ascoltavo Negroponte e le sue parole di enorme portata: «Il vero lato oscuro di Internet è non averlo».
L’editoriale del direttore del New York Times in occasione del passaggio di secolo fra Ottocento e Novecento, fra le tante meraviglie dell’industrializzazione, parlava dello zolfanello a sfregamento come di una delle invenzioni più significative. Ecco, quel mondo non sarebbe più esistito, con accelerazioni che coincidono con lo stupore e la meraviglia della scienza e d’altra parte con la perdita della sacralità e soprattutto di quella sobrietà così necessaria per sapere distinguere nella vita. L’understatement è il vero lusso, sempre più dimenticato.
Del nuovo mondo volevo farne parte e annusavo un affare, che poi si è dimostrato epocale: siamo stati i primi, e mi riferisco anche a mio figlio Carlo, che ha condiviso con me questo momento straordinario, a portare nelle case dei milanesi, con un solo cavo, dati, tv e telefono; il Comune di Milano portò a casa quattrocento milioni.
Insieme a Silvio Scaglia inventammo e.Biscom, la mamma di Fastweb, valorizzando un asset di Milano, l’Aem. Fondamentale per la realizzazione del progetto fu il mio ruolo nel convincere l’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, a partecipare all’operazione mettendoci a disposizione le linee sotterranee di Aem. All’inizio del Duemila la città diventa una delle più avanzate al mondo per velocità di connessione su un unico cavo.
Una tappa rilevante verso la città digitalizzata, di cui parliamo ancora oggi. Tre anni dopo, la vicenda personale di Scaglia, che per me fu motivo di grande amarezza e mi portò a cedere il mio pacchetto di azioni, mi parve legata a una sorta di sbronza da successo, e al fatto che, come tutti quelli appartenenti alla sua generazione, non avevano mai visto una crisi. Intorno al 2002 mi resi infatti conto che una sorta d’incoscienza aveva colpito Scaglia: sull’onda del successo impressionante della quotazione che avevo realizzato, pensava in buona fede che tutto sarebbe continuato a quel ritmo.
Si lanciò allora in una serie di acquisizioni in Europa, contro il mio parere: se anche si fossero realizzate, avrebbero portato la società al tracollo. Andò in porto soltanto Amburgo, ma non durò tanto che negoziai con Marco Tronchetti Provera la cessione dell’intera partecipazione. Di fatto un regalo a Scaglia, che rimise in sicurezza Fastweb. Lo feci per amore della mia creatura dalla quale ero uscito qualche tempo prima. Fu un regalo.
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Tratto da “Il capitalista riluttante” (Solferino), di Francesco Micheli, 17,90€, pp. 240
