Eva contro EvaIn Italia essere madre è un ostacolo, essere libera è una colpa

In “Le fatiche di Eva”, Paola Mascaro spiega che tra child penalty e bias inconsci, il sistema italiano penalizza le donne qualunque strada intraprendano

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Se è madre, la donna è imperfetta nel mondo del lavoro ma… se non è madre, è imperfetta per la società. E non solo secondo gli uomini; questa imperfezione è figlia della cultura in cui anche noi donne siamo cresciute, l’abbiamo fatta nostra e tendiamo a confermarla. In tutti gli ambiti, professionali, familiari, amicali. Non solo. Una madre che ha grande successo professionale da qualche parte deve avere una falla: trascura i figli che abbandona alle tate, ha successo perché è amica di, etc. Unica soluzione? Fregarsene. Ma questa ricetta funziona individualmente, non sposta nulla sul fronte della collettività. O poco. Per quanto si possa agire da role model e vivere responsabilmente il successo faremo sempre i conti con la cultura dominante.

A Sanremo del 2023, in un monologo diventato piuttosto celebre di Chiara Francini, l’attrice ha parlato di se stessa come donna che in certi momenti si sente fallita, sbagliata, poiché non sa cucinare, non si è sposata e non ha avuto figli. A ribadire lo stigma contro le donne senza figli, nel luglio del 2024, da poco nominato candidato vicepresidente del Partito repubblicano, JD Vance ha definito Kamala Harris gattara senza figli. È solo uno degli esempi che si possono portare, ma data la visibilità del soggetto è interessante notare come possa diventare elemento di scontro politico. Presumo con aderenza e apprezzamento di una parte dell’elettorato. Un tema delicato, complesso e spesso divisivo.

Come si può conciliare una crisi demografica conclamata con il rispetto per scelte di autorealizzazione che non contemplano la maternità? E quanto di questa autorealizzazione è il risultato di condizioni sfavorevoli? Mancanza di infrastrutture, organizzazione della scuola non al passo con i nuovi modelli familiari, carichi di cura sbilanciati, costi. E d’altra parte, perché la maternità deve rappresentare un ostacolo o un impedimento o anche solo un rallentamento nel lavoro?

La chiamano child penalty ed esistono fior di ricerche che ne trattano, come ad esempio del World Economic Forum, dell’Università di Princeton, della London School of Economics. Il diciotto per cento delle donne con figli, stante il carico di cura familiare, lascia il lavoro. Il 22,5 per cento accetta il part-time involontario con ricaduta sul reddito familiare. Le mie amiche e colleghe europee – e ne conosco tante! – hanno mediamente due o tre figli, fanno carriera, condividono equamente carichi di cura familiari, hanno infrastrutture scolastiche adeguate, figli che lasciano presto il nido per spiccare il volo, detrazioni fiscali. Credo sia sufficiente a spiegare molte delle non-scelte nel nostro paese. Molto della condizione parte anche da pregiudizi culturali.

[…] L’esperienza in grandi aziende, così come quella in Valore D, mi hanno permesso di constatare quanta strada è stata fatta in materia di policy, iniziative e misure a favore della equità di genere e dell’inclusione, almeno nella gran parte delle imprese medie e grandi, ma molto resta da fare nel nostro paese, il cui tessuto di piccole imprese e servizi richiede una ulteriore spinta. E certamente persistono ovunque i cosiddetti unconscious bias. […]

Prima questione: noi donne dobbiamo continuamente fornire evidenze della nostra competenza. Non basta mai. Ho visto candidate alla promozione ripresentate di anno in anno, e una continua indecisione a promuoverle seppur a fronte di un apprezzamento condiviso. Come a dire che a parità di performance gli uomini hanno un potenziale, le donne vai a saperlo.

Altra questione, molto diffusa: una donna al lavoro, qualunque sia il suo livello di responsabilità, deve mostrarsi gentile, umile, disponibile e sensibile. Se non lo è, è una STRONZA. Una ambiziosa arrampicatrice. Poiché noi donne siamo vittime dello stesso stereotipo, siamo spesso complici di questo schema, in parte confermando le aspettative della brava ragazza, in parte aderendo al giudizio negativo sulle diverse. Se lui è assertivo, lei è aggressiva.

Terza questione: il maternity wall. Una madre competente con elevate performance è spesso valutata come una cattiva madre perché poco presente in famiglia a causa degli impegni di lavoro. Spesso un capo – uomo o donna che sia – non propone opportunità di carriera perché ha già deciso che quella madre non dovrebbe accettare, per il bene della sua famiglia.

Trasferte, riunioni, cene di lavoro non fanno una buona madre. Analogamente, questo bias colpisce anche le donne che non sono genitori; quando vengono promosse viene spesso sottolineato il fatto che sono perfette per il ruolo perché non hanno figli. Ancora un giudizio personale e non professionale. Il quarto e ultimo è il più scomodo perché contraddice la cosiddetta sorellanza. È quello di Eva contro Eva, il conflitto tra donne che deriva dai tre bias precedenti.

Tra donne genitrici e non, tra donne senior e donne junior, tra donne in ruoli di potere e donne senza potere. «Io non voglio essere come te», diceva una giovane manager a una affermata leader durante un incontro aziendale. Voleva dire che non era disposta a sacrificare tutto per la carriera, che semmai voleva quella ma anche tutto il resto: una vita privata, una famiglia, gli amici, i viaggi e le passioni da coltivare. Giusto.

Ma occorre anche riconoscere che il sacrificio delle pioniere ha favorito, anche solo per contrasto di prospettive, una maggiore consapevolezza delle mancate opportunità, dei prezzi da pagare, del soffitto di cemento (il cristallo è trasparente, mentre quel soffitto ora si vede benissimo!). Il nuovo millennio si presenta – per fortuna – con una nuova generazione di giovani donne, brillantemente laureate, preparate e competenti, che pretendono a buon diritto una vita piena.

© 2025 Paola Mascaro

© 2025 HarperCollins Italia S.p.A., Milano

Tratto da “Le fatiche di Eva. Cronache di sopravvivenza in un mondo di parità promessa ma non ancora realizzata” (HarperCollins), di Paola Mascaro, 9,99€, pp. 224

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