Nel 2024, per il reclutamento di 1.248 funzionari, il ministero dell’Interno di Matteo Piantedosi ha pubblicato un bando riservato solo ai cittadini italiani, rispolverando un Dpmc del 1994. Poi l’Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione, e la onlus “Avvocati per niente” hanno fatto ricorso e il Tribunale del lavoro di Milano gli ha dato ragione. Il bando dovrà essere riaperto e il concorso è da rifare.
È l’ultimo grosso pasticcio di un concorso che ha previsto il requisito della cittadinanza italiana per poter accedere a un lavoro nella pubblica amministrazione. Nonostante dal 2001 (dopo una serie di richiami dall’Europa) l’accesso sia consentito anche a cittadini europei ed extraeuropei titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo e ai rifugiati, ad oggi ogni ente pubblico continua a fare un po’ a modo suo. Inserendo nei bandi deroghe più o meno larghe ed escludendo in modo illegittimo cittadini non europei, a discrezione del funzionario di turno che scrive il testo. I tribunali, di tanto in tanto, provano a mettere ordine. Ma il risultato è la totale confusione.
Ecco perché, in caso di vittoria del sì, il quesito referendario che chiede di diminuire da dieci a cinque anni il requisito di residenza in Italia per ottenere la cittadinanza potrà pesare molto anche sul lavoro di centinaia di migliaia di stranieri presenti in Italia. Anche più dei quattro quesiti referendari su licenziamenti e contratti proposti dalla Cgil.
«Se le persone accedono più facilmente alla cittadinanza, potranno accedere anche più facilmente al lavoro», spiega l’avvocato Alberto Guariso, che ha assistito Asgi nel ricorso contro il Viminale. «E in un momento in cui c’è carenza di lavoratori, questo va anche nell’interesse di tutti».
Secondo le previsioni Unioncamere-Excelsior, nel quinquennio 2024-2028 le imprese italiane avranno bisogno di 3 milioni di nuovi occupati (esclusa la pubblica amministrazione), di cui 640mila immigrati (21,3 per cento). Anche il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nella sua recente relazione finale a fine maggio, ha spiegato che per salvare il mercato del lavoro contro l’invecchiamento della popolazione serve coinvolgere l’immigrazione irregolare e favorire l’integrazione.
Il problema sorge per il settore pubblico, dove le norme sono ancora restrittive. Ma anche per il settore privato. Molte imprese si rifiutano, ad esempio, di assumere le persone straniere con permesso di soggiorno in fase di rinnovo. E pure le agenzie per il lavoro hanno chiuso le porte ai tanti che hanno in mano solo la famosa «ricevuta» in attesa del pezzo di carta definitivo. Il problema è che l’attesa per il rinnovo, a volte, dura per mesi, o anche anni. E quindi i cittadini stranieri finiscono spesso relegati ai margini del mercato del lavoro.
Tra una lunga fila all’ufficio immigrazione e l’ennesima carta bollata da compilare, i dati della Fondazione Leone Moressa confermano ancora che su circa 2,4 milioni di stranieri occupati in Italia, solo il 2,5 per cento svolge una professione qualificata e tecnica. La maggior parte svolge lavori per i quali sarebbe richiesta una qualifica minore rispetto a quella posseduta, relegati soprattutto nei servizi, manifattura, alberghi, ristoranti e costruzioni.
La cosiddetta “riserva di nazionalità”, ovvero l’accesso ai posti pubblici riservato solo agli italiani, in teoria sarebbe applicabile unicamente ai posti di lavoro in cui è previsto l’esercizio del pubblico potere in modo continuativo. «La questione verte quindi su quali siano queste posizioni», spiega Serena Ariello, operatrice del servizio antidiscriminazione di Asgi. «Spesso la pubblica amministrazione replica il contenuto del Dpcm 174 del 1994, che dava un’interpretazione estensiva alla riserva. Venivano riservate ai cittadini italiani tutte le posizioni dirigenziali, con funzione di vertice amministrativo e qualsiasi ruolo alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del ministero degli Esteri, dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e delle Finanze e del Corpo forestale dello Stato».
La sentenza del Tribunale di Milano sul concorso al ministero dell’Interno ha confermato invece che non è così. E che possono essere riservati ai cittadini italiani solo i ruoli che comportano l’esercizio continuativo del potere pubblico o attengono alla tutela dell’interesse nazionale. Tradotto: uno straniero senza cittadinanza non potrà fare il prefetto, ma l’insegnante o l’impiegato sì. Almeno, in teoria. Perché poi quali ruoli possano far scattare la “riserva di nazionalità” viene deciso in concreto caso per caso.
Lo stesso problema si pone con i medici del servizio sanitario nazionale, che sono equiparati a dirigenti. E qui si va alla rinfusa. Alcune Asl assumono medici solo italiani, altre Asl medici italiani ed europei. E poi c’è la Regione Sicilia che, per ovviare alla carenza di personale, ha pubblicato un avviso per selezionare unicamente medici stranieri. Solo durante la pandemia, in un momento di emergenza, per gli infermieri stranieri non lungo soggiornanti si era chiuso un occhio. Poi si è tornati al sistema precedente.
I bandi di concorso pubblicati dagli enti pubblici sono spesso fac-simili di vecchi bandi. E non tutti sono aggiornati alle norme del Testo unico del 2001. E quindi capita ad esempio che per un posto in un laboratorio di una scuola venga chiesta la cittadinanza italiana. O che una Regione come l’Umbria pubblichi un bando per tre posizioni da autista a tempo pieno, riservate solo a cittadini italiani e dell’Unione europea. Un contenzioso era sorto nel 2018 anche dopo la nomina di direttori stranieri dei musei statali, finché non intervenne il Consiglio di Stato a stabilire la legittimità anche della nomina di cittadini non italiani.
«Come servizio antidiscriminazione continuiamo a ricevere segnalazioni in merito a requisiti illegittimi, ma il nostro monitoraggio permette di individuare un numero di bandi estremamente limitato rispetto a quanti effettivamente non sono conformi al diritto nazionale ed europeo», spiega Ariello. Alcuni bandi vengono segnalati e modificati. Altri finiscono in tribunale. Molti altri passano inosservati, finendo per tagliare fuori molte persone straniere senza cittadinanza. Che magari sono nate, hanno studiato e sono cresciute in Italia.
Ma la questione non riguarda solo i concorsi. Un problema sono anche gli albi professionali, alcuni dei quali prevedono ancora che possano iscriversi solo persone con cittadinanza italiana o europea. L’ultimo caso riguarda l’albo degli educatori e pedagogisti, istituito nel 2024, che per l’iscrizione richiede di «essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea o di uno Stato rispetto al quale vige in materia la condizione di reciprocità». Cosa significa? «Che si deve dimostrare che nel Paese di provenienza del cittadino straniero anche un italiano possa fare l’educatore», spiega Guariso. «Dimostrare, ad esempio, che anche un italiano in Uganda può fare l’educatore. Un’assurdità». Asgi ha avviato un ricorso insieme ad altre associazioni e probabilmente ora la questione finirà davanti alla Corte Costituzionale.
Alcune restrizioni negli anni passati si erano registrate anche nei bandi delle società in house di Genova e Milano, che avevano replicato i requisiti della pubblica amministrazione, ma i ricorsi sollevati sono stati vinti e le clausole discriminatorie eliminate.
Per i datori di lavoro privati, ovviamente non valgono le restrizioni del pubblico. Ma presentarsi come cittadini italiani a un colloquio di lavoro rappresenta ancora un elemento di maggior valore in fase di assunzione. «Avere la cittadinanza permette di trovare con più facilità un impiego che corrisponde alle qualifiche degli immigrati», spiega Guariso. «Il che significa anche avere salari più alti, contratti migliori, maggiori tutele e anche una maggiore integrazione». Il divario salariale tra lavoratori stranieri e lavoratori italiani in Italia è ancora del 30 per cento. Dimezzare il tempo necessario per ottenere la cittadinanza e semplificare le procedure significa anche questo: non avere più lavoratori di serie A e di serie B.
L’articolo 1 della Costituzione, ricorda Guariso, «dice che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro: è mediante il lavoro che divento popolo sovrano, è il lavoro che mi garantisce la cittadinanza».