L’8 e 9 giugno andremo a votare per cinque quesiti referendari. Uno sulla cittadinanza. Quattro sul lavoro.
Qui abbiamo spiegato i quattro quesiti sul lavoro, presentati spesso frettolosamente come referendum contro il Jobs Act, contro la precarietà, per salari più alti. Le questioni, come sempre, sono più complesse. E il rischio, tagliando le norme con l’accetta del “sì” o “no”, è che si creino nuove discriminazioni ed effetti paradossali che diminuirebbero, anziché aumentare, le tutele di alcuni lavoratori.
I possibili effetti collaterali riguardano soprattutto il primo quesito (scheda verde) sul “Contratto di lavoro a tutele crescenti – Disciplina dei licenziamenti illegittimi”. Si tratta del quesito che riguarda l’abrogazione di una parte del Jobs Act, con la cancellazione delle norme sui licenziamenti che permettono di non reintegrare un lavoratore licenziato in modo illegittimo se è stato assunto dopo il marzo 2015.
Il Jobs Act prevede che, per le persone assunte dopo il 7 marzo 2015, in caso di licenziamento illegittimo il reintegro venga sostituito da un indennizzo crescente con l’anzianità di servizio.
L’obiettivo della Cgil, che ha proposto il referendum, è quello di ripristinare il reintegro del dipendente licenziato in maniera illegittima nel suo posto di lavoro, così come prevedeva originariamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970. In realtà, le sentenze della Corte Costituzionale hanno cambiato già molto la riforma approvata dal governo Renzi, sia sulle possibilità di reintegro, sia eliminando la parte della legge secondo cui l’indennizzo cresce con l’anzianità di servizio. E soprattutto la riforma Fornero varata nel 2012 dal governo Monti aveva già modificato quanto previsto dallo Statuto dei lavoratori e ristretto le possibilità della reintegra nel posto di lavoro.
Il governo Conte Uno, poi, con il decreto dignità ha anche aumentato l’indennizzo massimo in caso di licenziamento da 24 a 36 mesi della retribuzione.
Cosa succede quindi in caso di vittoria del sì?
Per i lavoratori dipendenti, assunti dopo il 2015, sarebbe ampliata certo la possibilità di ritornare al proprio posto di lavoro. Ma si tornerebbe alla legge Fornero e non all’articolo 18 del 1970. Se vincesse il sì, solo per alcuni licenziamenti, come quelli nulli o discriminatori, sarebbe di nuovo possibile il reintegro oltre al risarcimento.
E anziché avere 36 mesi massimi di risarcimento, il ritorno all’applicazione della legge Fornero abbasserebbe a 24 mensilità il massimale nel caso di licenziamenti individuali senza una motivazione sufficiente (mentre il minimo verrebbe innalzato da 6 a 12 mensilità).
Ma se per alcuni lavoratori si amplia la possibilità del reintegro, per altri invece potrebbe scomparire.
Con il Jobs Act, infatti, era stata inserita la possibilità di reintegro per i lavoratori delle cosiddette “organizzazioni di tendenza”, cioè sindacati, partiti e organizzazioni religiose, i cui lavoratori prima non godevano del reintegro. Se un sindacato oggi licenzia con il Jobs Act, c’è la possibilità di reintegro del lavoratore. Se vince il sì, invece, questa possibilità per un dipendente del sindacato scompare.
Stesso discorso vale per i lavoratori con disabilità, per i quali la reintroduzione del vecchio sistema potrebbe determinare, anziché un ampliamento, una possibile riduzione delle tutele – come ha segnalato Vita.
La questione riguarda il «licenziamento per sopravvenuta inidoneità psico-fisica alla mansione», inquadrato nell’ambito del giustificato motivo oggettivo. La giurisprudenza, rifacendosi al Jobs Act (art. 2 comma 1 del d.lgs. 23/2015), ha riconosciuto negli ultimi anni la natura discriminatoria del licenziamento del lavoratore disabile se il datore di lavoro non si preoccupa di fornire «accomodamenti ragionevoli» per consentirgli di continuare a svolgere la propria mansione, pur in presenza di limitazioni funzionali. In questi casi quindi è prevista la possibilità di reintegro. Se dovesse vincere il sì, quindi, per alcuni lavoratrici e lavoratori con disabilità scomparirà il reintegro.
La sentenza della Corte Costituzionale, quando ha dichiarato ammissibili i quesiti referendari, ha avvertito in effetti che per alcuni lavoratori, in caso di vittoria del sì, si potrebbe verificare una riduzione delle tutele:
«il risultato di un ampliamento delle garanzie per il lavoratore non si verificherebbe in realtà in tutte le ipotesi di invalidità» del licenziamento, perché per alcune di queste (e in particolare nel caso del licenziamento intimato al lavoratore assente per malattia o infortunio, oppure intimato per disabilità fisica o psichica a un lavoratore che non versava in realtà in tale condizione) «si avrebbe, invece, un arretramento di tutela»
Mentre appoggiano il sì ai referendum proposti dalla Cgil, gli stessi partiti potrebbero presentare intanto anche un disegno di legge per eliminare queste eventuali storture, aumentando quindi l’indennizzo da 24 a 36 mesi e reintroducendo il reintegro per chi lavora in sindacati e partiti e per i lavoratori con disabilità.
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