
Fino a cinque anni fa, il Kirghizistan era ritenuto l’unico stato dell’Asia Centrale – i cosiddetti Stan – a garantire ai propri cittadini un livello accettabile di libertà democratiche. Tra gli stati della regione, emersi dal crollo dell’Urss, ci sono infatti alcune delle dittature più brutali e longeve del pianeta, come Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan – e anche in Kazakistan la democrazia non se la passa benissimo.
Gli ultimi giorni hanno però fatto capire chiaramente che questa eccezione kirghisa è ormai un ricordo sbiadito. E, come spesso accade, la vittima è stata la stampa indipendente, nello specifico il portale investigativo Kloop, caduto sotto gli attacchi del governo del presidente Sadır Japarov, al potere dal 2021.
Come ricostruito da Reporters Without Borders (Rwb), a fine maggio sette giornalisti legati a Kloop sono stati di fatto rapiti da agenti del Comitato speciale per la Sicurezza Nazionale, che li hanno fatti sparire per alcune ore, senza dare informazioni a familiari e avvocati. Due di loro, Alexander Alexandrov e Zhoomart Duulatov, restano al momento in detenzione, mentre gli altri cinque sono stati temporaneamente liberati, in attesa dell’inizio del processo.
I giornalisti liberati sarebbero stati obbligati a registrare confessioni e sarebbero ora vincolati da un accordo di segretezza con le autorità, che punta a impedire loro di raccontare pubblicamente quanto avvenuto durante la loro custodia, secondo quanto riportato dallo stesso Kloop.
L’accusa che pende sulla maggior parte dei giornalisti arrestati è quella di «incitamento alla sedizione», concetto che le autorità kirghise interpretano in modo molto peculiare. Secondo l’ufficio stampa del presidente Japarov, gli accusati avrebbero agito su mandato di Bolot Temirov, noto giornalista kirghiso in esilio dal 2022, producendo «inchieste false» e svolgendo «incarichi speciali» grazie a fondi garantiti da «partner occidentali». In altre parole, i giornalisti sono apertamente accusati di aver fatto giornalismo.
Queste intimidazioni sono solo l’ultimo attacco alla stampa indipendente kirghisa, oggetto di una stretta da quando Japarov è salito al potere. Già l’anno scorso il governo aveva cercato di liquidare Kloop, aveva arrestato giornalisti di altre testate indipendenti, come Temirov Live e Ait Ait Dese, e portato a processo il canale April TV.
Gran parte di questi attacchi si è basata su un insieme di leggi repressive, tra cui una contro gli agenti stranieri, approvata ad aprile 2024. Questo tipo di leggi, che anche il governo Orbán ha cercato di approvare in Ungheria prima di esser costretto a fare un passo indietro a causa delle imponenti proteste suscitate dalla proposta, rappresentano uno degli strumenti principali che gli autocrati possono utilizzare per silenziare la stampa libera.
Norme del genere ottengono due obiettivi in un colpo solo. Delegittimano il giornalismo indipendente agli occhi della popolazione, presentandolo come un’operazione di soft power condotta da potenze ostili, e bloccano al contempo i finanziamenti dall’estero (solitamente grant), una delle poche forme di finanziamento rimaste ai media indipendenti, che sono sistematicamente esclusi dalla redistribuzione dei fondi pubblicitari statali.
In un articolo accademico pubblicato il 16 giugno su Asia Maior, i ricercatori italiani Sara Berloto (Università di Milano) e Nicolò Fasola (Università di Bologna) hanno ricostruito l’involuzione autoritaria vissuta dal Kirghizistan, paese molto spesso ignorato sia da giornalisti che da accademici, a partire dall’ascesa al potere di Japarov.
Gli autori notano come, una volta ottenuta l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991, il Kirghizistan fosse stato l’unico paese della regione a eleggere come presidente una figura non compromessa con la dirigenza sovietica, Askar Akaev. Questa transizione – molto diversa dal resto degli stati dell’Asia Centrale, dove il potere era stato preso da ex membri della nomenklatura sovietica – si era tradotta anche nel varo di riforme democratiche e rispettose dei diritti delle minoranze etniche presenti nel paese, tra cui molti kirghisi russificati, vista la lunga dominazione – prima zarista, poi sovietica – subita dal paese.
Berloto e Fasola sottolineano che, dei sei presidenti che si sono alternati dall’indipendenza in poi, ben tre sono saliti al potere a seguito di una rivoluzione popolare. Alla celebre rivoluzione dei tulipani del 2005 – sono seguite prima la rivoluzione popolare d’aprile (2010) e l’ultima, la grande protesta del 2021, che ha spodestato il presidente Sooronbay Jeenbekov e portato al potere Sadır Japarov.
Quest’ultimo si è subito impegnato a smantellare il sistema di pesi e contrappesi che, in qualche modo, aveva funzionato fino a quel momento in Kirghizistan, approvando riforme finalizzate ad accentrare più potere nella presidenza.
Inoltre, un ruolo chiave nel nuovo regime di Japarov lo gioca proprio il Comitato speciale per la Sicurezza Nazionale, l’organo responsabile degli arresti dei giornalisti di Kloop. Guidato dal potente alleato del presidente, Kamchybek Tashiev, si è specializzato nella tattica che gli autori definiscono «arresta-e-rilascia». Giornalisti e oppositori politici vengono arrestati su basi pretestuose (solitamente tentativo di colpo di stato), trattenuti per un breve tempo, minacciati e poi rilasciati.
Questa tattica, unita a processi mirati contro giornali e figure politiche, ha contribuito a reprimere il dissenso e a far sì che, nel giro di quattro anni, il Kirghizistan diventasse molto simile agli stati che lo circondano, dopo esser stato per quasi trent’anni un’isola di democrazia.
Al contempo, il paese ha gradualmente abbandonato la sua tradizionale politica estera multivettoriale, avvicinandosi sempre di più a Russia e Cina, dopo aver per anni intrattenuto rapporti cordiali anche con partner occidentali, in primis gli Stati Uniti, che hanno gestito una base militare in territorio kirghiso fino al 2014.