
Un rapporto preliminare, non ancora definitivo, degli apparati dell’intelligence militare degli Stati Uniti sostiene che il bombardamento americano dei siti nucleari iraniani ha bloccato gli ingressi di due delle strutture, ma non ha fatto crollare gli edifici sotterranei. L’operazione militare, secondo il rapporto, avrebbe ritardato il programma nucleare iraniano soltanto di pochi mesi.
Il rapporto smentisce l’affermazione del presidente Trump, secondo il quale le strutture nucleari iraniane erano state annientate dall’intervento americano. La portavoce della Casa Bianca ha detto che le conclusioni di questo rapporto sono «completamente sbagliate». Eppure domenica, dopo l’attacco, era stato il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, ad ammettere che Washington non sapeva dove si trovassero le scorte di uranio altamente arricchito dell’Iran: «Lavoreremo nelle prossime settimane per assicurarci di fare qualcosa con quel combustibile».
Tra l’altro la Defense Intelligence Agency, il braccio operativo del Pentagono per l’intelligence, ha detto che gran parte delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito – quelle che potrebbero essere utilizzate per una possibile arma nucleare – sono state spostate prima degli attacchi e potrebbero essere state spostate in altri siti nucleari segreti gestiti dall’Iran.
Già una settimana fa il Guardian aveva rivelato che i massimi esponenti politici del Pentagono erano stati informati, all’inizio del secondo mandato di Trump, che le bombe bunker-buster GBU-57 poi sganciate su Fordow non avrebbero distrutto completamente la struttura.
In ogni caso, Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l”energia atomica (Aiea), lunedì aveva detto che la stessa Aiea considera ingiustificata e ingiustificabile la presenza di riserve di quattrocento chilogrammi di uranio arricchito al sessanta per cento di purezza in Iran.