Minaccia illiberaleLa democrazia degli Stati Uniti non può permettersi una guerra

L’America un tempo faro del mondo libero è avviata sulla strada della dittatura, i metodi usati da Trump in politica interna sono già quelli di un presidente autoritario. In caso di conflitto aperto con un altro Paese, come potrebbe essere l’Iran, le conseguenze sarebbero disastrose

AP/Lapresse

Il dibattito pubblico americano sul bombardamento all’Iran è surreale. Per cominciare, difficilmente porterà a un risultato soddisfacente. Se la storia ci ha insegnato qualcosa è che ottenere una soluzione duratura solo con i bombardamenti è quasi impossibile. C’era una ragione se gli Stati Uniti inviarono truppe di terra in Iraq nel 2003, e non era certo per piantarvi la democrazia. Gli ufficiali americani credevano semplicemente di non poter risolvere il problema dei programmi di armamento di Saddam Hussein solo con i bombardamenti. Ci avevano già provato. L’amministrazione Clinton bombardò l’Iraq per quattro giorni nel 1998. Alla fine, non avevano idea di cosa avessero effettivamente distrutto e cosa no. Sapevano solo con certezza di non aver messo fine in modo definitivo al programma. Nel 2003, se George W. Bush avesse pensato di poter eliminare in modo permanente i programmi di Saddam con i soli bombardamenti, avrebbe scelto quell’opzione.

Oggi, l’Iran pone lo stesso dilemma. Le armi americane saranno anche più avanzate rispetto al 2003, le capacità di intelligence migliorate, e l’Iran potrebbe essere più debole persino rispetto a un anno fa, ma il problema resta. I bombardamenti da soli non porteranno a una fine verificabile e duratura del programma nucleare iraniano. Possono servire per guadagnare tempo — e gli attacchi israeliani lo hanno fatto. Gli attacchi americani hanno allungato quel periodo, ma un regime iraniano determinato probabilmente riprenderà il suo percorso nucleare. Una soluzione permanente richiederebbe un regime internazionale di verifica molto più intrusivo, che a sua volta implicherebbe una presenza sul terreno per garantire la sicurezza.

Tuttavia, questa non è la ragione principale per cui mi oppongo al bombardamento dell’Iran. A leggere i soliti articoli analitici del New York Times sulle “opzioni di politica estera”, non si direbbe che gli Stati Uniti siano già ben avviati verso la dittatura interna.

Questo è il contesto in cui si verifica la guerra con l’Iran. Donald Trump ha assunto un controllo dittatoriale sulle forze dell’ordine del Paese. Il Dipartimento di Giustizia, la polizia, gli agenti dell’ICE e la Guardia Nazionale rispondono evidentemente a lui, non al popolo né alla Costituzione. Ha neutralizzato il Congresso prendendo di fatto il controllo del potere di bilancio. E, cosa più rilevante nel caso dell’Iran, sta attivamente e apertamente trasformando l’esercito americano nella sua armata personale, da usare a proprio piacimento, anche come strumento di repressione interna. Qualsiasi azione presa contro l’Iran è funzionale a questi obiettivi. Quando celebra il bombardamento dell’Iran, celebra se stesso e il proprio potere. Il presidente ha ordinato una parata militare in occasione del suo compleanno. E così ha fatto quando ha proclamato il successo militare in Iran. Il presidente sta cercando di instillare nei soldati una devozione verso di lui e solo verso di lui. E quella relazione è stata rafforzata dopo l’ordine di lanciare quella che è stata presentata come una missione militare di successo.

In effetti, non riesco a pensare a nulla di più pericoloso per la democrazia americana in questo momento di una guerra. Trump potrebbe approfittarne per rafforzare il suo controllo dittatoriale interno. Dopotutto, ha già dichiarato uno stato di emergenza nazionale in risposta a una “invasione” inesistente da parte di gang venezuelane. Tollererebbe il dissenso in tempo di guerra? Woodrow Wilson imprigionò alcuni attivisti pacifisti, incluso Eugene V. Debs. Pensate che Trump non lo farebbe? Sta già incarcerando persone con motivazioni ancora più deboli in tempo di pace. Persino presidenti che non aspiravano alla dittatura hanno adottato, in tempo di guerra, misure altrimenti impensabili.

Poi c’è la questione del terrorismo. E se l’Iran riuscisse a compiere un attacco terroristico sul suolo americano in risposta all’attacco statunitense? O anche solo ci provasse e fallisse? In seguito a un attentato, i tribunali concederebbero praticamente carta bianca a un presidente: qualsiasi limite imposto a Trump verrebbe meno. L’amministrazione potrebbe sostenere che le leggi antiterrorismo le consentono di violare i diritti dei cittadini americani nello stesso modo in cui oggi sta violando quelli dei non cittadini, prelevati per strada da uomini mascherati. L’attuale procuratrice generale ha già minacciato di usare le leggi sul terrorismo contro chi lancia pietre contro concessionarie Tesla. Immaginate cosa farà ai manifestanti pacifisti contro la guerra se potrà giustificarsi con una reale minaccia terroristica.

Infine, ci sono le implicazioni globali. Gli Stati Uniti oggi sono governati da forze antiliberali che cercano di rovesciare gli ideali universalisti e liberali dei Padri Fondatori per sostituirli con un’identità nazionale etnoreligiosa, bianca e cristiana. I funzionari americani stanno attivamente sostenendo forze simili in tutto il mondo, incluso l’attuale governo antiliberale ed etnoreligioso di Israele. Il successo rivendicato da Trump in Iran, a prescindere dalle conseguenze, è una vittoria per l’alleanza antiliberale e favorisce gli interessi dell’antiliberalismo nel mondo. Questo è vero anche se l’attuale regime iraniano è a sua volta antiliberale. Se i mullah dovessero cadere, Trump e Israele probabilmente sosterrebbero un uomo forte militare piuttosto che eventuali forze democratiche emergenti. È sempre stata questa la politica israeliana nella regione, e anche presidenti meno affini a dittatori, come Barack Obama, vi si sono adattati. Io non vorrei che venisse usata la potenza militare americana per rendere il mondo più sicuro per le dittature.

Forse la penserei diversamente se l’Iran rappresentasse una minaccia diretta per gli Stati Uniti. Non lo è. La politica americana di contenimento dell’Iran è sempre stata parte di una strategia più ampia per difendere un sistema mondiale liberale con l’America liberale al centro. Gli americani devono iniziare a pensare in modo diverso alla nostra politica estera alla luce di ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Non possiamo più fidarci che una qualunque decisione di politica estera presa da Trump non venga usata per scopi antiliberali all’estero o per rafforzare il suo potere in patria.

Oggi, gli Stati Uniti stessi rischiano di essere trasformati in una dittatura militare. Le loro istituzioni liberaldemocratiche sono quasi del tutto crollate. L’esperimento dei Padri Fondatori potrebbe essere vicino alla fine. Non che faccia differenza, ma io mi tiro fuori.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’Atlantic.

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