Buba e kiki La misteriosa origine dell’onomatopea

Possibile che il linguaggio delle nostre origini fosse fonosimbolico? In “Cosmofonia” (Utet), Caspar Henderson prende in analisi il fenomeno della mimesi sonora tra significante e referente e la sua ricorrenza in diversi contesti linguistici, dal “taa” a James Joyce, fino a Calvin e Hobbes

Unsplash

«Bababadalgharaghtakamminarronnkonnbronntonnerronntuonnthunntrovarrhounawnskawntoohoohoordenenthurnuk!», brontola il tuono in Finnegans Wake e, a quanto mi risulta, è la più lunga parola onomatopeica in lingua inglese (l’onomatopea, o fonosimbolismo, è il «fenomeno che si produce quando i suoni di una parola descrivono o suggeriscono acusticamente l’oggetto o l’azione indicata»). Nel romanzo di Joyce è la prima di dieci parole-tuono lunghe cento lettere ciascuna, ma anche una mappa in miniatura dell’umanità perché, dopo l’iniziale e balbettante Babele di «bababad», è composta da parole che indicano il tuono in arabo, hindi, giapponese, italiano, irlandese e altre lingue.

Gli esperti sottolineano che questo trambusto di parola cela allusioni tragiche e serie. Rappresenterebbe infatti il rombo di tuono legato alla caduta di Adamo ed Eva, o quello che, secondo il filosofo settecentesco Giambattista Vico, terrorizzò i primi uomini e li mandò a rifugiarsi nelle caverne e a inventare il linguaggio e la civilizzazione. 

È però indubbio che l’intento di Joyce fosse anche ironico: ad accompagnare la Caduta dei nostri progenitori potrebbe essere stato anche il suono non udito di un ridicolo ruzzolone, come quando Buster Keaton, che di Joyce fu contemporaneo, cerca di saltare tra i tetti di due case servendosi di un asse come trampolino ma cade, buca una serie di tende da sole, si aggrappa a un canale di scolo che dondola e lo manda a sfondare una finestra, dove il malcapitato scivola giù stretto a una pertica da pompieri e finisce dentro un camion, che lo porta via.

A prescindere dal suo intento – e potremmo discuterne all’infinito –, nell’utilizzo di un certo genere di gioco linguistico sonoro Joyce fu sia un pioniere sia uno degli ultimi arrivati. Fra i maestri dell’onomatopea spiccano i conoscitori del taa, una lingua khoisan parlata dai boscimani, o sa¯n, dell’Africa sud-occidentale. È un popolo di cacciatori-raccoglitori tra i più longevi e antichi della Terra, che ha trascorso buona parte degli ultimi centomila anni in relativo isolamento: lo testimonia, fra l’altro, una varianza genetica intrapopolazione tra le più alte riscontrate nell’uomo, e altrettanto eterogenea è la loro lingua, che possiede più suoni di qualunque altra al mondo. 

Con i suoi cinque tipi diversi di schiocco e molteplici toni e vocali, il taa, chiamato anche !Xoon, vanta almeno centosessantaquattro consonanti e quarantaquattro vocali. Una gamma tanto insolita ed estesa di elementi a disposizione permette a chi lo parla di imitare i suoni con notevole raffinatezza e flessibilità. Per esempio, ǂqùhm ǁhûu˜ è un oggetto aguzzo che cade di punta nella sabbia, !húlu ts’êÍ vuol dire “scuotere un uovo marcio” e g|kx’àp è l’erba strappata da un animale che bruca.

Possibile che il linguaggio delle nostre origini fosse unicamente onomatopeico? Qualcuno, ai primordi della linguistica, lo sosteneva, ed è un’ipotesi abbastanza intuitiva da sembrare convincente: l’imitazione dei più svariati suoni è un passaggio cruciale del processo con cui i piccoli umani imparano a parlare, come lo è la mimesi per uccelli e cetacei. La presenza e la raffinatezza dei suoni onomatopeici nel Taa sembrerebbe confermarla o, perlomeno, deporre a suo favore.

A volte l’onomatopea degenera nell’onomatomania – l’impulso coatto all’uso frequente di una determinata parola – o nell’ecolalia – la ripetizione immediata e automatica di suoni o parole altrui che, nei bambini più grandi e negli adulti, può rivelarsi patologica. In generale, però, rimane una questione di divertimento e creatività, che può straripare in opere piene di inventiva stralunata e gioiosa come il poema sonoro Ursonate di Kurt Schwitters, che esplora suoni ai limiti della vocalità umana, difficilissimi da udire in natura. 

Personalmente sono strasicuro che, come osservano Calvin e Hobbes, il progresso scientifico faccia boink. A quanto ne so, l’onomatopea esiste in tutte le lingue, e certe sue caratteristiche si direbbero universali. La maggior parte delle persone di ogni estrazione sociale a cui viene chiesto di sottoporsi a un test specifico tende ad associare i suoni inventati buba e kiki a una forma arrotondata e a una appuntita. 

Ma è interessante anche scoprire in che modo lingue diverse rappresentano lo stesso suono della natura. In inglese l’anatra fa quack quack, in francese coin coin. In italiano il cane fa bau bau, in arabo haw haw e in mandarino wang-wang. In giapponese il gatto fa nyaa e l’ape – non avendo a disposizione il fonema zz – fa boon-boon.

Il linguaggio onomatopeico è a dir poco astratto, il più vicino possibile alla cosa in sé. Un suo esempio ineccepibile, all’estremo opposto della parola-tuono da cento lettere di Joyce, è anche uno dei più brevi: si scrive Om ma si pronuncia «aum», e secondo la Manḍ)kya Upanisad i suoi primi tre fonemi esprimono rispettivamente lo stato di veglia (a), il sogno (u) e il sonno profondo (m), mentre un quarto, silenzioso, denota l’infinito. Chi intona l’Om riproduce quello che si suppone sia l’eterno emergere e tornare del suono nel mondo: l’aˉtman che è l’essenza, il respiro o l’anima del tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da “Cosmofonia. Un libro di fragori, scoppi, bisbigli, ronzii, silenzi e altri suoni di animali, esseri umani, macchine e pianeti” (UTET) di Caspar Henderson, pp. 400, 35,00 €

X