Nel giorno in cui un senatore democratico è stato ammanettato a terra per avere interrotto con delle domande la conferenza stampa della segretaria alla Sicurezza interna dell’Amministrazione Trump; nel giorno in cui, ai parlamentari che in audizione gli domandavano se il Pentagono avesse intenzione di occupare la Groenlandia o Panama con la forza, il segretario alla Difesa dell’Amministrazione Trump ha più volte replicato: «Il nostro compito al Dipartimento della Difesa è quello di avere piani per ogni evenienza»; proprio quel giorno, ieri, Giorgia Meloni ha pronunciato la seguente dichiarazione: «Io penso che Donald Trump sia un leader coraggioso, schietto, determinato, che difende i suoi interessi nazionali. Io mi considero una persona schietta, coraggiosa e determinata che difende i suoi interessi nazionali. Quindi direi che ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo».
Indubbiamente la nostra presidente del Consiglio ha scelto il giorno giusto per paragonarsi a Trump, ed è un vero peccato che tanti suoi ammiratori, pronti a bersi qualunque fesseria propagandistica la riguardi, proprio su questo punto decisivo non vogliano darle retta e facciano finta di non capire.
In poche settimane, ricorda Christian Rocca, l’Amministrazione Trump ha arrestato il sindaco di Newark, una giudice di Milwaukee, una deputata del New Jersey, un leader sindacale di Los Angeles, ha tolto al governatore della California il controllo della Guardia Nazionale e ha ordinato al Pentagono di inviare a Los Angeles i marines per fermare le proteste di cittadini americani contro i rastrellamenti in stile Gestapo di immigrati ispanici.
Se avessimo visto accadere tutto questo in un altro paese, si domandano ormai i giornalisti americani, come lo chiameremmo? Rocca non ha dubbi su come chiamarlo e ricorda in proposito il classico di Sinclair Lewis, che nel 1935 immaginava l’avvento del fascismo in America, Qui non può succedere, per concluderne che «sta succedendo, invece. Ora. In diretta social, tra un TikTok e l’altro».
Da noi, in compenso, non mancano gli osservatori giustamente allarmati e indignati. Manca, però, quell’ultimo passettino, imposto dalla logica prima ancora che da ragioni di principio. Perché, alla fin fine, delle due l’una: o Trump non sta facendo niente di terribile, e comunque, come ripetono i più spudorati, «i pesi e contrappesi della democrazia americana stanno funzionando», e allora non c’è motivo di allarmarsi né di denunciare alcunché; oppure davvero siamo di fronte a una torsione autoritaria spaventosa, a un uomo che sta realmente minacciando la democrazia in America e la convivenza pacifica nel mondo, e allora sarà il caso anche di preoccuparsi un pochino anche di coloro che in Italia si dichiarano apertamente suoi seguaci e ammiratori, o no?
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.