
Uno spettacolo teatrale e una mostra fotografica per interrogare il bisogno di un altrove, di un luogo di liberazione di anima e corpo. A partire da venerdì 6 giugno alle 20.30, ALMA, il monologo scritto da Giulia Asselta e interpretato da Giulia Villa, e TAKE A BATH, l’installazione di scatti ideata da Chiara Marini Ferretti, dialogheranno all’interno degli spazi di Casa Testori, in Largo Angelo Testori 13, a Novate Milanese. Una doppia esplorazione artistica alla ricerca di una vita nuova, completa e autentica.
ALMA è il flusso interiore di una giovane donna, un desiderio bruciante di liberazione che cerca disperatamente di esprimersi e di realizzarsi. Alma vuole strapparsi di dosso la propria identità tutta esteriore di brava ragazza per sperimentare l’altrove, la perdita, l’allontanamento, la compromissione, per tornare a «qualcosa di reale». Per questo lascia tutto, decisa a inoltrarsi in una «terra promessa di libertà assoluta». La trova nel Bosco di Rogoredo, noto alle cronache come grande ritrovo di spaccio di droghe. Quella di Alma è una preparazione al tuffo, un allenamento che precede lo slancio. Una perpetua tensione verso uno «stato di estrema totalità», di «deflagrazione incontrollata o diluizione completa di sé».

«Credo che in qualche modo tutti noi possiamo riconoscere in Alma parti di noi o parti di qualcuno che conosciamo», dice Giulia Asselta, artista di trent’anni. «Il bisogno, l’urgenza di spaccare un’identità, un ruolo che è diventato soffocante, per riappropriarci di noi stessi, di un’autenticità, è qualcosa che penso appartenga a molti». Il suo monologo, in programma anche sabato 7 e domenica 8 giugno, sarà interpretato da Giulia Villa, attrice di ventisei anni. «Alma è una come me, che vuole vivere davvero, toccare davvero, scardinare i rapporti sociali precostituiti – come quello con i colleghi dove ognuno ha un ruolo – ed essere autentica», dice. «Il monologo tira fuori questo desiderio e spinge a chiedersi: “Che cosa libera?”».
Lo spettacolo, spiega Giulia Asselta, è nato nel luglio 2024 nel contesto di un lavoro di ricognizione, attraverso il teatro, delle zone del Municipio 4 di Milano. L’iniziativa, indetta dal Teatro Oscar deSidera, si proponeva di raccontare una realtà complessa, un «arcipelago urbano che abbraccia situazioni di emarginazione totale insieme ad ambiziosi progetti di sviluppo e innovazione». E sono proprio queste due facce del medesimo spazio ad aver colpito Giulia.
A segnare lo spartiacque tra i due ambienti umani, è il confine tracciato dalla ferrovia. Da una parte, «la Rogoredo della riqualificazione, edifici specchianti di nuovi uffici, studi televisivi, la sede di Sky, persone in completo e valigetta che attraversano le strade». Dall’altra, «la Rogoredo del boschetto della droga immersa nel verde, anticipata dal vialone che corre accanto ai treni, lunghissima via crucis di vestiti abbandonati a terra, e attraversata instancabilmente da giovani, giovanissimi e decisamente meno giovani in cerca di una dose», dice. «A volte sembra quasi che una metà di Rogoredo sia in qualche modo necessaria all’altra. Come se tutta l’ambizione, il benessere, la decenza, la performatività dovessero per forza avere un prezzo da pagare, un Bosco in cui spurgare».
Giulia racconta che quando è andata al Bosco di Rogoredo la prima volta ha visto alcuni ragazzi che si infilavano reciprocamente le siringhe del collo, probabilmente perché avevano finito gli altri accessi. In quel momento ha avuto la sensazione che quella situazione la riguardasse direttamente. Voleva guardarla, voleva guardarci dentro. «Riconoscevo il dramma, il dolore, la voragine, il nero, la solitudine e anche tutta la voglia di lasciarsi andare, di mollare per un attimo, di scomparire per un attimo, di liberarsi dai ruoli e delle identità-gabbie costruite o affibbiate, di scendere il vuoto, la solitudine che si ha dentro. Tutto questo mi parlava. Non ero diversa da loro. Potevo essere io. A volte avrei voluto essere io», dice. «Vedevo in loro una vita così duramente concreta, che spesso ho provato invidia a confronto della mia, che mi pareva così giusta e così vuota, così intellettuale, così di parole, così di idee e convinzioni e obiettivi. La loro, a volte, mi è sembrata una vita più vera, più reale della mia. E per questo, in qualche strano modo, desiderabile».
Lo stesso desiderio di una vita nuova e autentica è palpabile nella seconda opera ospitata in Casa Testori, TAKE A BATH, visitabile dal 6 giugno al 5 luglio. Si tratta di una collezione di scatti raffiguranti persone invitate da Chiara Marini Ferretti, artista di trentatré anni, a immergersi vestite nella vasca da bagno di casa sua. In perfetta sintonia con ALMA, chi si immerge nell’acqua della vasca sceglie di liberarsi di una parte di sé – quella che presentiamo ogni giorno al mondo – per appropriarsi di un’identità più corrispondente alla propria vera identità. «Stando vicina alle persone che ho scattato e osservandole, mi sono accorta del potere che l’elemento dell’acqua ha di schiudere i corpi, di ammorbidirli», dice Chiara. «È stato affascinante osservare proprio nei corpi la trasformazione e il passaggio tra un prima e un dopo, tra la presenza solida di un mascheramento e il suo scioglimento». Queste esperienze, oltre a essere state documentate dagli scatti, hanno anche trovato forma testuale: l’artista ha infatti raccolto le storie delle persone che sono passate dalla sua vasca in un libro che può essere consultato nel salone di Casa Testori accanto alle fotografie.
Chiara ci racconta che l’idea è nata qualche mese fa quando viveva a Londra, dove aveva preso l’abitudine di fare bagni caldi più volte a settimana. «Sembrava che qualsiasi malessere trovasse sollievo proprio in un bagno caldo», dice. «Mi accorgevo che il mio corpo, nel contatto con l’acqua, entrava in uno stato di abbandono, di distacco dal mondo esterno. A tratti persino uno stato di estasi. Era come se in quell’acqua potessi depositare qualcosa». Una parte di noi muore in acqua. «Era uno stato di morte che cercavo nel mio lavoro. TAKE A BATH nasce così, come una ricerca della morte, dell’assenza», aggiunge. «Eppure, sorprendentemente, ho incontrato diverse forme di vita: i corpi fotografati hanno reagito prendendo forme inattese, come se rispondessero non all’assenza, ma a una presenza imprevista. È come se vita e morte, in questo spazio, si avvicinassero, si parlassero. È una soglia sottile, uno sfiorarsi continuo tra fine e origine. Forse è proprio nell’acqua che queste due forze riescono a contattarsi».
A monte del lavoro dell’artista, si colloca la scelta di accogliere qualcuno nell’intimità del proprio bagno. Una stanza che Chiara ritiene un «luogo liminale e di trasformazione, che accoglie una forma e ne genera un’altra. Uno spazio che, proprio per la sua segretezza, permette l’emergere di qualcosa di autentico». Ed è in questo luogo che si sublima quella tensione verso uno stato di totalità vissuta da Alma: mentre l’opera di Giulia rappresenta «l’interminabile e febbrile preparazione che precede il tuffo definitivo nell’altrove o nella realtà effettiva», spiega Chiara «TAKE A BATH è il racconto della trasformazione viscerale del corpo e dell’anima che accade proprio dentro quell’immersione». A sancire la congiunzione tra i due stati – quello prima e quello dopo l’attraversamento della soglia –, al termine dei tre giorni di rappresentazione, il salone di Casa Testori accoglierà lo sgabello-trampolino di ALMA insieme ai vestiti indossati nella vasca da bagno.

