Bordi di periferiaL’urbanizzazione globale non è progresso se esclude diritti e servizi essenziali

Ne “Il potere dei luoghi”, Marco Percoco spiega che le baraccopoli delle grandi città globali, da Ulaanbaatar all’Italia del dopoguerra, nascono dalla mancanza di politiche fondiarie e servizi pubblici

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La capitale della Mongolia, Ulaanbaatar, ha raddoppiato la sua popolazione nel giro di vent’anni, passando da poco più di 850.000 abitanti del 2004 a circa 1,7 milioni nel 2024 a causa del riversamento della popolazione dalle zone rurali dovuto alla moria del bestiame derivante dall’alternanza di inverni molto rigidi ed estati molto calde e secche. Tale massiccia migrazione è alla radice delle povere condizioni di vita della popolazione urbana, residente per circa 2/3 in quartieri con pochi servizi e scarse condizioni igieniche, che non faticheremmo a definire baraccopoli o slums.

La causa di questo fenomeno è facilmente rintracciabile nella difficoltà dell’offerta immobiliare locale ad adattarsi a una nuova e forte pressione della domanda da parte di chi, lasciate le aree rurali e desertiche del paese, si trasferisce in città in cerca di nuove opportunità. Meccanismi simili sono rintracciabili in tutte le città del mondo in via di sviluppo che hanno conosciuto una crescita tumultuosa.

Un tema interessante riguarda la persistenza di tali condizioni di degrado sociale, quasi unanimemente riconosciuto nella mancanza di diritti di proprietà sui terreni su cui sono costruite le abitazioni precarie. Le baraccopoli sorgono spesso nelle periferie delle megalopoli occupando terreni pubblici o privati su cui far sorgere case fatiscenti e prive di servizi igienici.

Non di rado le famiglie che abitano tali quartieri «abusivi» non sono così povere da non potersi permettere l’investimento necessario a migliorare le condizioni della casa in cui vivono, ma due fattori inibiscono tale scelta: da un lato, il non essere proprietari del terreno e, dunque, della casa, li espone a una grave incertezza sul futuro, non sapendo se e per quanto tempo potranno godere dei frutti della loro spesa giacché il rischio di sgombero o di demolizione è quotidianamente presente nelle loro vite; dall’altro, in quartieri in cui le scarse condizioni igieniche sono diffuse e pervasive, potrebbe non avere senso economico l’investimento su una singola abitazione, a causa della presenza di esternalità negative.

Si pensi, infatti, a uno slum con fognature a cielo aperto: che senso avrebbe per una famiglia dotarsi di un allacciamento alla rete fognaria se il proprio vicino non lo fa? Non sfugge allora come in tali condizioni, non possa non essere il governo locale o nazionale a operare per il contenimento dei costi sociali attraverso la promozione dell’offerta immobiliare, anche rilassando la regolazione urbanistica, il riconoscimento dei diritti di proprietà e il finanziamento di opere di sanificazione delle baraccopoli.

Questi esempi e fenomeni possono apparire molto lontani dalla realtà italiana, ma non lo sono. I famosi «sassi» di Matera altro non erano che un quartiere caratterizzato da pessime condizioni igieniche e sociali, che trovarono soluzione prima e valorizzazione poi grazie a un significativo sforzo pubblico volto ad offrire una casa abitabile ai residenti del quartiere, dopo lo sgombero. Anche in quel caso, la penuria di abitazioni derivava dalla domanda espressa dagli emigranti delle campagne che si trasferivano in città in cerca – forse vana – di migliori condizioni di vita.

Come nel caso della Mongolia, anche l’Italia ha conosciuto fenomeni migratori dalle aree periferiche e rurali verso la città, generando una silenziosa desertificazione demografica di vaste aree del paese, spesso definite, in maniera fuorviante «aree interne». Queste zone, sicuramente prive di significativi settori industriali in grado di sostenerne le povere economie, sono avvitate in una triste spirale che li conduce lentamente verso una sorta di suicidio assistito in cui l’emigrazione della popolazione più giovane si accompagna, logicamente, a una riduzione attuale e prospettica della fertilità, con un’ulteriore contrazione della popolazione futura.

Negli ultimi anni queste aree sono state oggetto di scellerate politiche pubbliche volte a sussidiare alcuni servizi, e contemporaneamente di una sorta di neoromanticismo che vuole nella ruralità un valore da preservare, nonostante le ampie sacche di povertà e disagio sociale.

Una simile visione bucolica funge da base culturale per politiche che identificano nel turismo una possibilità concreta di sviluppo, tralasciando l’evidenza empirica che mostra i danni profondi di questo set tore, laddove non accompagnato da uno sviluppo economico bilanciato, un argomento che per il momento sarà meglio tralasciare, per favorire una sintesi di questa breve ma intensa carrellata delle principali visioni geografico-economiche.

Tratto da “Il potere dei luoghi” di Marco Percoco, Egea, 144 pagine, 15,20 euro

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