Deboli di quorumIl problema non è il referendum in sé, ma la scarsa qualità dei quesiti

Il fallimento del voto referendario è dovuto soprattutto all’incapacità di coinvolgere l’elettorato con contenuti comprensibili e una visione politica coerente

LaPresse

Il mancato raggiungimento del quorum al referendum era largamente atteso, così come largamente prevedibili sono una serie di commenti e analisi che leggiamo oggi, e che leggeremo nei prossimi giorni.

Ci sarà, ad esempio, chi griderà alla grande vittoria della democrazia, sottolineando come i voti per i cinque Sì siano la base elettorale su cui si costruirà l’opposizione sociale al governo Meloni: Landini, ieri sera, ha subito affermato come «quasi quindici milioni di persone che hanno votato è una base iniziale che ci dice che siamo sulla strada buona per affrontare i problemi». Qualche scetticismo è lecito, per usare un eufemismo: l’ultimo a fare un ragionamento analogo fu Renzi e il consenso poi riscosso da Italia Viva fu molto diverso.

Qualcuno proporrà di abbassare il quorum, una tesi non per forza eretica, che ieri ha trovato d’accordo Giuseppe Conte e i Radicali, ma che, per essere adattata all’affluenza media dei referendum degli ultimi anni (trenta per cento, e quello di ieri non fa eccezione), dovrebbe prevedere soglie così basse da sollevare qualche dubbio di legittimità.

Vedremo, infine, tra molti di coloro che sono andati alle urne, una serie di moralismi sull’affluenza, riassumibili in «poveri noi, schiavi di un popolo di ignavi che non capiscono il loro stesso bene»: forse la reazione più urticante per la sua autoreferenzialità, e lo scrive uno che ha votato.

Riflessi incondizionati che accompagnano ormai ogni referendum, ma che, di fronte all’ennesimo caso di non raggiungimento del quorum, dovrebbero lasciare il posto a una discussione più seria sull’uso ormai consolidato che si fa di questo strumento. Prendiamo i quattro quesiti sul lavoro: erano estremamente tecnici e, dato il loro carattere abrogativo, in caso di vittoria si sarebbe creata una commistione tra la situazione pre-Jobs Act e la legge Fornero.

Il risultato è che l’elettorato è stato chiamato a esprimersi su un tema di cui, in maniera del tutto giustificata, può non essere in grado di valutare né il quadro giuridico preesistente né quello che sarebbe risultato in caso di abrogazione (si pensi all’annullamento del tetto di trentasei mensilità di risarcimento, che per alcuni avrebbe riattivato il limite di ventiquattro previsto dalla legge Fornero). Più comprensibile e chiaro negli effetti, certo, il referendum sulla cittadinanza, il quale però era su una misura impopolare (è quello dove i No arrivano al trentacinque per cento), e ha incontrato le solite resistenze di quando si chiede a una maggioranza che detiene diritti di estenderli a una minoranza che non li ha.

A intorbidire la discussione, una comunicazione spesso fuorviante, tanto nel presentare la situazione attuale quanto nel descrivere la reale portata di una vittoria dei Sì, che sui social ha facilitato un vero e proprio terrorismo psicologico («vedremo quando vi licenzieranno»), che per certi versi ha ricordato – per fortuna alla lontana – il referendum sulle trivelle nel duemilasedici, vero e proprio record (finora) di cialtroneria del dibattito attorno a un referendum.

Alcuni inviti all’astensionismo sono stati irrisori e volgari, ma l’astensionismo non è solo legittimo sul piano democratico, quanto anche sensato sul piano tattico, viste le regole del gioco: di fronte alla situazione che emerge dall’ennesimo referendum fallito, serve a poco condannare l’astensionismo con fare moralisteggiante, cantando l’epoca d’oro primorepubblicana.

I referendum di quella stagione, dal divorzio alla scala mobile, si sono costruiti su temi che entravano nel vissuto quotidiano delle persone, per le quali erano comprensibili nel problema che indicavano – non c’era bisogno di essere uno specialista del diritto di famiglia per capire se voglio la possibilità di divorziare, ma posso ritenere più complicato o di scarso interesse esprimermi sulle trivelle o sul tetto agli indennizzi in caso di licenziamento.

Negli scorsi anni, abbiamo votato persino su quante firme bisognava raccogliere per candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura: davvero ci stupiamo se il referendum appare a una parte sempre più ampia dell’elettorato come uno strumento consunto?

Prima di prendercela con l’elettorato, sarebbe da chiedersi se, per certi temi, il referendum sia lo strumento giusto, o se non si debba piuttosto fare una battaglia politica sul piano culturale e parlamentare. Insistere sullo strumento referendario per aggirare riforme più ampie, che necessitano di un’azione parlamentare, pone il rischio di convincerci che basti una legge, o l’abrogazione di una sua parte, a modificare la realtà; come la povertà abolita per decreto. Il dibattito sul lavoro in Italia, ad esempio, necessiterebbe di una discussione seria sulla politica industriale, sulla ricerca e la produttività, sui salari; tutti temi assenti nel dibattito di queste settimane, e tutti temi che non sarebbero stati minimamente toccati da una vittoria del referendum.

Da momento culmine dell’espressione di un consenso attorno a una trasformazione sociale o a una legge che si riteneva toccasse la carne viva della quasi totalità del corpo elettorale, i referendum sono troppo spesso diventati interventi tecnici da azzeccagarbugli, in linea con la trasformazione più ampia che ha visto partiti e sindacati trasformarsi da corpi intermedi tra l’individuo e lo Stato, con piattaforme politiche strutturate e una visione del mondo, a organizzazioni di mobilitazione su singole istanze; finite quelle, chi s’è visto s’è visto, grazie, alla prossima.

Senza una prospettiva politica reale, non possiamo stupirci se il referendum appare sempre più spesso come uno strumento svuotato del suo senso – a meno che la prospettiva non sia la conta interna: quanti voti mobilita Landini? E quanto pesa Schlein? Se il centrodestra dice di astenersi, quanti rimangono a casa? È innegabile che questo piano è sempre stato ben presente in ogni voto referendario, già dalla scala mobile e il conflitto Craxi-Berlinguer, ma stavolta è sembrato, per certi versi, l’unico vero oggetto del contendere. È significativo che ieri Schlein ha subito sottolineato che mentre nel Pd sono «contenti che oltre quattordici milioni di persone siano andate a votare», a destra «esultano perché gli altri non ci sono andati».

Per carità, è politica anche questa. Ma il prezzo è stato aver dato un altro colpo allo strumento del referendum, e ai temi al voto. Chissà se, tra cinque anni, guardandoci indietro, diremo che ne è valsa la pena o non ricorderemo nemmeno bene cosa ci chiedevano i quesiti. Forse è tempo di realizzare che la costruzione di un nuovo modello di rappresentanza passa anche per un nuovo modo di guardare al referendum.

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