
Nessuno dei cinque quesiti referendari, dedicati a lavoro e cittadinanza, ha superato il quorum del cinquanta per cento più uno. Quindi nessuna delle norme citate nel referendum sarà abrogata. Secondo i dati del Viminale, l’affluenza definitiva si è attestata al trenta virgola ventinove per cento, ben al di sotto della soglia richiesta per la validità del voto.
I quesiti riguardavano, tra gli altri, il ripristino del reintegro per i licenziamenti illegittimi, le tutele per i lavoratori delle piattaforme digitali e la modifica delle norme sulla cittadinanza. Nessuno di questi ha attirato una partecipazione sufficiente. Solo in alcuni casi locali il quorum è stato raggiunto. A Matera, dove si è votato anche per il ballottaggio amministrativo, l’affluenza ha superato il cinquantatré per cento. Stessa situazione in quattro comuni toscani: Sesto Fiorentino, Radicondoli, Pontassieve e Monterotondo Marittimo. Si tratta, tuttavia, di eccezioni. In larga parte del Paese, la partecipazione è rimasta bassa, con picchi negativi in Trentino-Alto Adige e Calabria, entrambe attorno al venti per cento.
Il dato conferma una tendenza già evidente ieri sera, quando le rilevazioni parziali indicavano che in nessun comune italiano si era raggiunto il quorum. La media nazionale è salita solo di pochi punti nelle ultime ore di voto, senza mai avvicinarsi alla soglia del cinquanta per cento. Dal 1946 a oggi, l’Italia ha celebrato settantotto referendum abrogativi. Solo trentanove volte è stato raggiunto il quorum. Negli ultimi anni, quasi nessuna consultazione ha avuto esito positivo.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha votato, ma ha scelto di non ritirare le schede, dichiarando di non voler contribuire al raggiungimento del quorum. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha invece votato a Palermo. Il Comitato promotore ha segnalato presunte violazioni del silenzio elettorale, denunciando episodi in cui agli elettori sarebbe stato chiesto in anticipo se intendessero ritirare tutte le schede.
Il segretario della Cgil, Maurizio Landini ha riconosciuto la sconfitta: «Il nostro obiettivo era raggiungere il quorum per cambiare le leggi, questo obiettivo non l’abbiamo raggiunto. Ma oltre quattordici milioni di persone hanno votato: i problemi che abbiamo posto rimangono sul tavolo». Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha parlato di «astensionismo organizzato», sostenuto anche da una carenza informativa, e ha annunciato l’intenzione di proporre l’abolizione del quorum.
La vicepresidente del Partito democratico, Pina Picierno, ha parlato di una «una sconfitta profonda, seria, evitabile. Purtroppo un regalo enorme a Giorgia Meloni e alle destre. Fuori dalla nostra bolla c’è un Paese che vuole futuro e non rese di conti sul passato. Ora maturità, serietà e ascolto, evitando acrobazie assolutorie sui numeri». Matteo Renzi ha definito i quesiti «ideologici».
«Il governo ne esce rafforzato, la sinistra indebolita», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha dichiarato: «Il campo largo, semmai fosse nato, oggi è definitivamente morto». Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiesto una revisione della legge sui referendum: «Abbiamo speso tantissimi soldi per schede che sono tornate bianche. Forse bisogna cambiare la legge».