Senza bussolaI conservatori britannici non sanno come ripartire

Dopo anni di svolte contraddittorie e leadership fragili, i Tories sono prigionieri di un passato che non riescono a superare e di un presente che non sanno interpretare

AP/Lapresse

«Mai più promesse che non possiamo permetterci». Con queste parole, Mel Stride ha firmato una delle confessioni politiche più esplicite della recente storia conservatrice britannica. L’ex presidente della Commissione Tesoro, oggi cancelliere ombra dello Scacchiere, ha deciso di prendere pubblicamente le distanze dal mini-budget del 2022 firmato dall’ex premier Liz Truss: un pacchetto da quarantacinque miliardi di sterline di tagli fiscali non coperti che ha scatenato il caos nei mercati, fatto crollare la sterlina e impennato i tassi dei mutui, portando in poche settimane alla fine della premiership più breve della storia britannica.

Il discorso di Stride, pronunciato con toni di pentimento, suona come un mea culpa indirizzato tanto ai mercati quanto agli elettori. Sebbene non abbia mai specificatamente fatto il nome di Truss, il bersaglio era evidente. «Per alcune settimane abbiamo messo a rischio la stessa stabilità economica che i conservatori avevano sempre detto di voler difendere», ha detto il ministro, aggiungendo: «Riparare alla perdita di credibilità richiederà tempo».

Una confessione tardiva, certo, ma tutt’altro che ingenua: nelle parole di Stride si sente forte il tentativo calcolato di rilegittimare un partito in frantumi dopo la disfatta elettorale. E anche, tra le righe, una presa di distanza silenziosa ma netta dall’era Truss, archiviata senza troppi complimenti. Perché quel breve e disastroso esperimento di ultraliberismo fiscale non ha travolto soltanto l’ex ministra, ha anche spezzato il legame di fiducia tra il partito e l’elettorato, trascinando i conservatori da forza rassicurante a fattore di instabilità. Un tracollo reputazionale che continua a condizionare ogni tentativo di ripartenza.

Stride prova ora a ricucire quello strappo. Parla di “contrizione”, promette rigore, rilancia il tetto ai sussidi per i figli come simbolo di responsabilità fiscale. Ma il suo discorso somiglia più a un disperato tentativo di rianimazione che a un progetto di rilancio.

Eppure, per molti dentro il partito, questa presa di posizione è vista come un passaggio obbligato: un modo per provare a rimettere in carreggiata una formazione politica che sembra aver smarrito completamente la bussola. Il problema, però, è che questo gesto, più che riaprire un dialogo con il Paese, rischia di approfondire una frattura interna mai del tutto risolta. Da un lato c’è chi, come Stride, invoca una linea economica sobria, ispirata alla prudenza e alla stabilità. Dall’altro, resistono i reduci del progetto trussiano e i sostenitori di una destra libertaria, pronti a gridare al tradimento ogni volta che si cita il controllo della spesa pubblica.

Quella tra Stride e Truss è una frattura strategica prima ancora che politica: rappresenta due visioni inconciliabili di cosa debba essere oggi la destra britannica. La prima, consapevole che la reputazione di un partito di governo si costruisce sulla coerenza, non sulla propaganda. La seconda, convinta che l’unica via per rilanciare il Regno Unito sia quella dello shock fiscale, anche a costo di alienarsi i mercati.

Ma la verità è che il partito conservatore, oggi come oggi, non sembra aver scelto nessuna di queste due strade. Dopo la disfatta elettorale dello scorso luglio, si trova a galleggiare in un limbo ideologico, stretto tra il rimpianto per un passato glorioso e l’incapacità di costruire una proposta nuova.

Il cuore della crisi conservatrice, infatti, non sta (solo) nei numeri, bensì nelle idee. Dopo quattordici anni al governo, i Tories stessi sembrano aver smarrito la propria identità. La stagione di David Cameron, sospesa tra austerità e un vago liberalismo compassionevole, appare ormai come un ricordo sbiadito. Il populismo Brexit di Boris Johnson si è bruciato nell’autoreferenzialità. L’ultraliberismo di Liz Truss è stato archiviato come un pericoloso abbaglio. Rishi Sunak ha incarnato un tecnocratismo senz’anima, gestendo l’ordinario senza mai offrire una visione politica riconoscibile. E ora? Kemi Badenoch, attuale leader del partito, alterna retorica anti-woke e nostalgia thatcheriana, ma non riesce a trasformare tutto questo in una narrazione coerente, né tantomeno convincente.

Il risultato è un partito privo di asse. «I Conservatori dovrebbero unirsi attorno a un’idea, ma non sanno più quale», ha in passato ammesso con lucidità la stessa Truss, nel maldestro tentativo di riscrivere la propria disfatta come una battaglia ideologica persa troppo tardi. Ma, per una volta, ha colto nel segno. Oggi il partito è diviso in fazioni che si guardano in cagnesco, litigano sul passato e non hanno più un’idea forte attorno a cui ricompattarsi.

A questo punto, quindi, il rischio è che nella guerra per l’egemonia della destra britannica i conservatori vengano stritolati tra due fuochi: da un lato, un Labour che ha occupato il centro con disciplina e determinazione; dall’altro, una destra radicale che ha il volto familiare e feroce di Nigel Farage, pronto a trasformare il rifiuto delle politiche ambientali o delle regole migratorie in slogan efficaci. In mezzo, un vuoto.

Eppure, questa attuale crisi dei Tories potrebbe essere un’occasione. Quella di reinventarsi, di ridefinire il perimetro di un pensiero conservatore che non sia solo regressivo o nostalgico ma che invece guardi alla modernità con spirito critico senza scadere nei mantra del passato o nelle caricature del presente.

Per ora, però, quella strada non si intravede. L’unico orizzonte sembra essere quello della sopravvivenza. E anche lì, le risorse si assottigliano. Senza idee forti, senza leadership carismatica, senza visione condivisa, il partito conservatore rischia di restare impantanato nei suoi fantasmi. E se non trova una nuova voce, rischia di non avere più pubblico.

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