Ancora tuNigel Farage non è più un outsider della politica britannica

Reform Uk sta provando a spezzare il bipartitismo del Regno Unito con i suoi slogan populisti di estrema destra. Alle elezioni locali ha ottenuto ottimi risultati e il suo leader ha ambizioni di governo

AP/Lapresse

Per decenni è stato l’eterno outsider della politica britannica, il provocatore instancabile, l’uomo della Brexit, del populismo euroscettico, delle campagne combattute sempre un passo fuori dalle istituzioni. Eppure oggi, Nigel Farage viene raccontato come se fosse destinato a varcare la soglia di Downing Street da primo ministro. La domanda che fino a poco fa sembrava una provocazione suona ora come una possibilità concreta: può davvero farcela?

La sua ultima vittoria politica – piccola nei numeri, enorme nel significato – racconta molto. Alle elezioni locali inglesi dello scorso 2 maggio, le prime dalla vittoria laburista alle elezioni nazionali del 2024, Reform UK ha scalzato i conservatori in centinaia di seggi, si è radicato sul territorio con oltre seicento nuovi consiglieri e ha conquistato un seggio alla Camera dei Comuni strappandolo al Labour in uno dei suoi bastioni storici, Runcorn e Helsby. Un’area del nord-ovest dell’Inghilterra dove, fino a poche settimane fa, la sinistra vinceva quasi per diritto ereditario. Il margine è stato ridottissimo – appena sei voti – ma il segnale è stato fortissimo. Runcorn era considerato il quarantanovesimo seggio più sicuro per il Labour. Se Farage può vincere qui, non esiste più un’area del Paese che non possa contendere.

E in effetti, già dallo scorso gennaio, Farage aveva espresso la sua ambizione: diventare primo ministro del Regno Unito. «Non sto scherzando», aveva detto durante un’intervista con l’emittente televisiva Bbc. All’epoca la frase era sembrata solo una sfida o poco più. Ora suona ben diversa: non più un’iperbole, ma un’ipotesi sul tavolo. Forse ancora remota, certo, ma non inverosimile.

Dopo anni passati ai margini dell’establishment, sempre capace di dettare l’agenda ma mai di sedersi davvero al tavolo del potere, il leader riformista è ora il volto credibile dell’opposizione.

Ma per comprendere cosa sta accadendo, bisogna andare oltre la cronaca elettorale. Il Regno Unito vive un momento di trasformazione profonda, politica e identitaria. Il bipartitismo tradizionale, quello che per decenni ha visto l’alternarsi di laburisti e i conservatori a Downing Street, appare sempre più fragile. La leadership del premier laburista, Keir Starmer, pur fresca di una maggioranza parlamentare ampia, è zavorrata da un consenso reale molto più sottile: solo il trentaquattro per cento degli elettori lo ha votato nel 2024, secondo il British Election Study.

Lo stesso Starmer ha definito i risultati delle elezioni locali «deludenti», mentre cresce il malcontento nell’ala sinistra del partito. Le critiche riguardano tagli al welfare, sussidi ridotti, sanità pubblica in affanno. I cittadini «non sentono» il cambiamento promesso.

Nel frattempo, il Partito conservatore, guidato da Kemi Badenoch, è in balia di una delle peggiori crisi della sua storia: solo 121 seggi conquistati alle ultime politiche e un’identità confusa, logorata da quattordici anni di governo e cinque primi ministri in rapida successione.

Intanto, Reform UK vola nei sondaggi. Secondo un’indagine di YouGov sulle intenzioni di voto Reform Uk è in testa con il venticinque per cento delle preferenze, la quota di consensi più alta ottenuta sinora. Il governo laburista è sceso al 24 per cento (-3 punti), mentre i Conservatori si attestano al 21 per cento (-1 punto). In altre parole, Reform UK non è più un partito marginale. È il primo partito del Regno Unito.

Ma da dove nasce questa ascesa? La risposta è tripla: malcontento diffuso, assenza di alternative credibili e un nuovo modo di parlare all’elettorato. Farage ha intercettato il disagio delle aree escluse dalla globalizzazione, dei lavoratori impoveriti, dei cittadini delusi. Ha colpito laddove il i Tory sono visti come i responsabili del declino economico e il Labour ha perso contatto con la sua base storica e dove. Non a caso, un sondaggio della Good Growth Foundation, ripreso dal Guardian, mostra che tra gli elettori laburisti passati a Reform, il 46 per cento ha un’opinione favorevole di Farage. E anche se il 39 per cento di loro ritiene che la Brexit abbia danneggiato il Paese, solo l’11 per cento ne attribuisce la colpa a lui. Il resto accusa Boris Johnson o il partito conservatore. Farage, paradossalmente, è riuscito a scrollarsi di dosso l’eredità della sua battaglia più nota.

E così, mentre i leader dei due partiti tradizionali faticano a farsi ascoltare, Farage parla il linguaggio della gente comune. Ha saputo ribaltare la narrazione: da artefice della Brexit a voce “innocente” contro le sue conseguenze. Come se fosse stato spettatore e non protagonista. E questa sua tecnica sembra funzionare.

Tuttavia, è bene far notare che quello di inizio maggio non è stato un voto generale. Ci si è infatti recati alle urne solo in alcune aree dell’Inghilterra, molte delle quali già orientate verso la Brexit nel 2016. Non si è votato in Scozia, Galles, Irlanda del Nord, né nelle grandi città. E l’affluenza è stata molto bassa. Ciò non toglie, però, forza al messaggio lanciato dagli elettori: la protesta c’è, ed è radicata. E quello di Farage è un partito sempre più pronto a governare.

La vera sfida, però, è proprio questa; perché governare richiede competenze, pragmatismo, decisioni impopolari. E qui, Farage ha ancora tutto da dimostrare: fino ad ora ha suggerito solo soluzioni da prima pagina, e difficili a sostenere nella pratica, per i temi che stanno a cuore ai cittadini.

Nel frattempo, però, Labour e Tories osserveranno ogni sua mossa con attenzione. Perché se oggi Farage è un problema, domani potrebbe essere una minaccia esistenziale: secondo Techne UK, tra il ventitré e il trentatré per cento degli ex elettori conservatori stanno considerando di votare Reform. A questo ritmo, si tratta di capire quando – non se – il suo partito supererà definitivamente i Tories come forza principale della destra britannica. Una nuova destra, populista, anti-élite, nativista, che segue un copione già visto in Francia, in Germania, in Italia. Farage, scrive la rivista New Statesman, incarna questa tendenza globale e ne è la versione britannica più efficace.

Resta una domanda, inevitabile: Reform UK può davvero arrivare a Downing Street? Tutto può succedere. Una cosa però è certa: Farage non è più un outsider. Non è più il disturbatore professionista della politica inglese. È diventato un’opzione reale. E i due partiti storici del Regno Unito, per la prima volta da decenni, non possono più permettersi di ignorarlo.

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