Le sconfitte fanno male, ma servono anche a imparare dai propri errori, e a ripartire. Vale per Jannik Sinner. Vale per Luciano Spalletti. Non vale per Elly Schlein, per il gruppo dirigente del Pd e per il mondo intellettuale e progressista che anziché ripensare a quanto è accaduto sabato, domenica e lunedì – i giorni del doppio autogol e del rinnovo a vita del contratto d’affitto di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi – continuano a fantasticare su mirabolanti “quorum Boccia”, peraltro non raggiunti, e a non capire che l’alleanza radicale di sinistra mai e poi mai potrà essere una strada percorribile per costruire una maggioranza politica ed elettorale nel paese.
L’alleanza Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli-Landini è una miscela di assemblearismo studentesco, antagonismo radicale, populismo demagogico, con una spruzzata di indulgenza nei confronti di Hamas, che più che una strada alternativa a Meloni ricorda il «No direction home» di chi non sa dove andare perché non sa che cosa vuole, reso eterno da Bob Dylan in “Like a Rolling Stone”.
Una direzione verso casa bisogna avercela, e la direzione non può che essere quella fondativa del Pd, un partito nato per sintetizzare la cultura politica riformista e quella cattolica, per liberarsi delle scorie del passato, e per poter esprimere, come facevano sia il Pci sia la Dc, una vocazione maggioritaria, non una vocazione minoritaria e identitaria come il Psiup, Democrazia proletaria e ora il Nazareno di Schlein.
Poi certamente dovrà sintonizzarsi con lo spirito del tempo contagiato dal movimento populista globale, in modo da lanciare nuove idee e da proporre soluzioni nuove, ma bisogna ripartire da casa, non da chi vuole occuparla.
Oggi invece il Pd è il partito leader della sinistra radicale, sembra uno di quei simpatici gruppi di volontari che nei weekend fanno le ricostruzioni storiche delle grandi battaglie o dei grandi avvenimenti, impegnato in una nostalgica riproposizione del No alla svolta della Bolognina e della mozione Tortorella.
Del resto, il Partito democratico è una ditta guidata da una Segretaria che voleva «occupare il Pd», eletta con il voto contrario degli iscritti al partito, e che ora vuole essenzialmente purificarlo dal renzismo (è questa l’unica vera ragione per cui ieri e l’altro ieri si è votato sui referendum sul lavoro).
Quelli del Pd che non comandano, come Giorgio Gori e Pina Picierno, e non solo loro, hanno provato per tempo a far ragionare Schlein sia sulla necessaria distinzione tra Netanyahu e Israele, sia sulla delega in bianco alla sinistra radicale, per non parlare dell’osmosi programmatica con la demagogia populista di Giuseppe Conte.
Ma gli sforzi non sono serviti a niente, così come non succederà niente nemmeno ora che il patatrac è stato fatto, tanto che i vertici del Nazareno hanno già cominciato a fischiettare e a far dimenticare la débâcle del weekend, avendo peraltro gioco facile di fronte alla grettezza delle prese in giro di una destra felice di poter infierire sulla sinistra «No direction home», e ancora più entusiasta per aver fermato il referendum che avrebbe accelerato il processo per la concessione della cittadinanza agli stranieri che da anni vivono, studiano, lavorano e pagano le tasse in Italia.
Siamo sempre allo stesso punto: allo scontro fuori tempo massimo tra massimalisti e riformisti, ai grotteschi veti ideologici (ma evidentemente hanno poca consuetudine con l’aritmetica) nei confronti di chi potrebbe riequilibrare l’asse con i populisti e offrire un’alternativa appetibile anche a chi vota il centro della destra.
Eppure questa sconfitta non farà ripensare le strategie a nessuno dentro il Pd, né ai vertici del partito né alla minoranza senziente che non si capisce più che cosa ci stia a fare in un partito così idealmente distante da quello in cui ha militato fin dalla fondazione.
Certo, fuori dal Pd le acque sono marose e non invitanti. Per questo è altrettanto stravagante che la lezione della manifestazione per Gaza e la sconfitta dei referendum non convinca quelli che stanno fuori dal Pd, ma che sono fondamentali per costruire un’alternativa credibile al bipopulismo, a inventarsi qualcosa, come in effetti miracolosamente è successo con la manifestazione al Parenti “due popoli, due Stati, un destino”, a osare un po’ di più, a mettere da parte il proprio tornaconto. Insomma, a fare politica.