
C’è una ragione se “Adolescence”, la serie Netflix che racconta la deriva violenta di un tredicenne immerso in una realtà filtrata dai social, ha lasciato così il segno. Non è solo la potenza narrativa, ma l’urgenza con cui intercetta una domanda che percorre genitori, scuole e istituzioni: cosa sta succedendo ai nostri figli?
È quella stessa urgenza che ha spinto Emmanuel Macron a rompere un tabù politico in Europa. Dopo l’ennesimo episodio di violenza scolastica in Francia, con un assistente accoltellato da uno studente quattordicenne, a Nogent, il presidente ha annunciato una misura drastica: vietare l’accesso ai social media ai minori di quindici anni. «Non possiamo più aspettare», ha detto, indicando nelle piattaforme digitali un fattore determinante nella normalizzazione della violenza tra i giovanissimi.
Non è la prima mossa in questa direzione. Il governo francese ha già messo al bando gli smartphone nelle scuole, limitato gli schermi negli asili e costretto i siti pornografici a introdurre verifiche anagrafiche. Ma un divieto generalizzato dei social segna un salto ulteriore, è una misura che, oltre all’intento pedagogico, si presenta come risposta diretta a un’urgenza di sicurezza pubblica, e che, per questo, è destinata a scontrarsi con ostacoli normativi, tecnologici e culturali.
La proposta di bandire interamente i social media sotto i quindici anni è un salto in avanti che rischia di scontrarsi con la realtà giuridica, tecnologica e culturale del continente. A livello normativo, il Digital Services Act dell’Unione Europea assegna alla Commissione poteri di supervisione sulle grandi piattaforme, ma lascia agli Stati membri la possibilità di fissare un’età minima – entro i limiti del GDPR, che prevede il consenso genitoriale tra i tredici e i sedici anni.
«La protezione dei minori online è fondamentale, ma un divieto totale non è previsto dalle attuali linee guida», ha dichiarato Thomas Regnier, portavoce della Commissione. Il rischio, dunque, è quello di un conflitto legale tra Parigi e Bruxelles, mentre i colossi del web continuano a eludere le maglie normative attraverso cavilli e tecnicismi. La Francia non può agire da sola.
Sul piano tecnologico, le difficoltà non sono minori. I sistemi di verifica dell’età, come il software Yoti, usato da Meta, sono ancora in fase sperimentale e accusati di falle nella sicurezza e violazioni della privacy. L’autorità francese per la protezione dei dati, la CNIL, ha dato parere favorevole per usi circoscritti, ma ha anche messo in guardia contro una generalizzazione dei controlli identitari online: «Potrebbe portare alla creazione di un mondo digitale chiuso, dove la libertà di espressione è costantemente minacciata».
E c’è, poi, il nodo più semplice e più disarmante: i ragazzi, semplicemente, trovano un modo per aggirare le regole. Lo dimostra l’impennata del mille per cento nelle registrazioni a ProtonVPN in Francia dopo lo stop ai siti pornografici. Lo confermano i dati danesi: quasi la metà dei bambini sotto i dieci anni ha già un profilo social.
Ma la riflessione va oltre la tecnica. Il punto è capire se il divieto sia davvero lo strumento più efficace per affrontare un problema che è sociale, culturale, educativo. In Australia, l’Online Safety Amendment (Social Media Minimum Age) Act 2024 è stato approvato il 28 novembre 2024, introducendo un divieto formale per i minori di sedici anni di accedere ai social media. L’entrata in vigore è prevista per dicembre 2025, ma già da gennaio è in corso una fase di monitoraggio sperimentale, con test anonimi e verifiche tecniche.
Il governo ha promesso sistemi di verifica dell’età, basati su intelligenza artificiale e riconoscimento facciale, ma gli esperti sollevano dubbi sulla loro affidabilità e sostenibilità etica. Il rischio è che i giovani migrino verso piattaforme meno controllabili, o sviluppino comportamenti ancora più nascosti.
Nel Regno Unito, hanno chiesto preventivamente l’opinione del Parlamento dei ragazzi britannico – la Youth Select Committee – che ha bocciato l’idea del divieto totale, definendolo «né pratico né efficace». I giovani deputati chiedono, invece, investimenti in alfabetizzazione mediatica, maggiore formazione per insegnanti e genitori, responsabilizzazione delle piattaforme. «Non servono promesse vuote, servono azioni concrete», ha detto la presidente quindicenne Wania Eshaal Ahmad.
Negli Stati Uniti, invece, dodici Stati hanno varato misure disomogenee: limiti orari, obbligo di consenso genitoriale, divieti parziali. Ma, come era prevedibile, la frammentazione normativa e la facilità con cui gli adolescenti aggirano le restrizioni rendono i risultati ancora incerti.
Le soluzioni più promettenti sembrano essere quelle che combinano controllo parentale, privacy e interventi educativi. Per esempio, il Maryland, nel 2024, ha adottato il cosiddetto “Kids Code”, che impone ai social network di disattivare, per impostazione predefinita, le notifiche notturne, impedire il tracciamento dei dati per fini pubblicitari e limitare la visibilità dei contenuti potenzialmente dannosi per i minori. Ma non si è fermato alla regolazione tecnica.
Lo Stato americano ha finanziato un programma scolastico obbligatorio di educazione ai media, con moduli specifici sull’uso consapevole degli algoritmi, la gestione del tempo online e il riconoscimento delle dinamiche di manipolazione digitale. I genitori, inoltre, possono accedere a un portale statale che fornisce strumenti di monitoraggio non invasivo e guide pratiche per dialogare con i figli sulle loro abitudini online.
Secondo i dati diffusi dal dipartimento dell’istruzione del Maryland, dopo i primi sei mesi di sperimentazione si è registrato un calo del ventitré per cento nel tempo medio trascorso sui social da parte dei minori tra i dodici e i sedici anni, e un incremento significativo nella richiesta di supporto psicologico scolastico volontario da parte degli studenti. Un segnale che, quando la regolazione tecnologica è accompagnata da consapevolezza e formazione, il cambiamento è possibile. Il punto, allora, non è vietare, ma governare. Non chiudere i canali, ma renderli sicuri.