
Per un capriccio degli Dei, Donald Trump, nei cui confronti non siamo minimamente sospettabili di stima o simpatia, per due volte ha compiuto scelte positive che cambieranno in meglio l’assetto del Medio Oriente. La seconda è di queste ore, ed è il massiccio bombardamento degli impianti nucleari iraniani da parte di dodici bombardieri B2. Nei fatti, un micidiale colpo allo stomaco del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran, la loro umiliazione, la distruzione dell’asse portante della loro strategia di potere. La prima scelta positiva di Donald Trump in Medio Oriente è stata l’intensa attività diplomatica della sua prima Amministrazione che ha portato nel 2020 alla firma degli Accordi di Abramo che hanno sbriciolato la settantennale strategia araba di contrasto a Israele.
Accertato che per volere di Dei dispettosi anche il peggiore e più pericoloso presidente americano può compiere scelte giuste e opportune, addirittura storiche, grazie essenzialmente alla clamorosa struttura delle istituzioni e della cultura di governo degli Stati Uniti, veniamo al punto.
E il punto è semplice: il regime iraniano può innescare con la sua risposta a questi bombardamenti una crisi pericolosa, incontrollata e incontrollabile che peggiori l’assetto del Medio Oriente?
I tanti, tantissimi critici dell’azione militare israeliana e ora americana questo temono e denunciano a gran voce. Aggiungendo spesso banalità del tipo “la libertà e il bene dei popoli non possono venire dalle bombe, dalla guerra”, smentita della realtà dei fatti dell’ultimo secolo.
Vedremo presto come, quando e con quale intensità i Pasdaran cercheranno di “farla pagare” agli americani, come hanno minacciato con toni roboanti. Ma sul punto, a rischio di essere troppo facili profeti, non stimiamo che i sopravvalutati e feroci sgherri di Teheran possano fare molti danni.
Innanzitutto, va messo in luce un elemento fondamentale: l’Iran, dal punto di vista militare e bellico, è disperatamente solo. Nessun pericolo di avvicinare la terza guerra mondiale. La Russia di Vladimir Putin è sì la grande alleata strategica degli Ayatollah e dei Pasdaran, ma non può muovere un solo soldato, un solo drone (quelli con cui colpisce l’Ucraina sono iraniani), un solo missile per aiutarli e difenderli.
La Russia è impantanata in Ucraina.
La Cina di Xi Jinping non è disposta oggi a mettere in crisi il suo modello di espansione commerciale su scala mondiale per un impegno militare a fianco di un regime che considera alleato, ma non al punto di sporcarsi le mani con un intervento bellico diretto a duemila chilometri di distanza.
Per contro, i paesi arabi e islamici, confinanti o meno con l’Iran, a parole molto critici contro Donald Trump, non vedono l’ora che il regime iraniano crolli, e attendono gli eventi con ipocrita speranza. Unica eccezione, Tayyp Erdogan, membro Nato e formalmente alleato degli Stati Uniti, che teme che la possibile crisi di regime a Teheran, innescata dalla palese sconfitta militare, metta in crisi i suoi disegni espansivi neottomani. Per contro, il saudita Mohammed bin Salman si accinge a godere delle conseguenze del declino umiliante dell’egemonia iraniana nella regione e con lui le monarchie del Golfo.
E torniamo al punto della possibile e molto temuta ritorsione militare iraniana al colpo subito. Ripetiamo che siamo pronti a essere smentiti, ma prevediamo che non possa danneggiare gli Stati Uniti più di tanto. Esattamente così come da dieci lunghi giorni le centinaia di missili iraniani lanciati contro Israele costringono la popolazione civile israeliana a una brutta vita, ma poi sostanzialmente non fanno troppi danni, oltre a poche decine di vittime civili, un prezzo umanamente pesante, ma più che sopportabile e sopportato dal popolo ebraico.
Ma, si dice con voce grave e allarmata, lo stretto di Hormuz! Gli iraniani bloccheranno la giugulare energetica del mondo! Il prezzo del petrolio schizzerà alle stelle, l’inflazione metterà in crisi l’economia mondiale!
Non è così, non sarà così, a meno che i generali e gli ammiragli americani non siano idioti. Per bloccare lo stretto via mare, infatti, gli iraniani dovrebbero poter dispiegare una flotta militare, dotata di lenti posamine, che può essere spazzata via in poche decine di minuti dalla potentissima e consistente flotta che accompagna le portaerei Nimitz, Carl Vinson e Gerald Ford dispiegate proprio di fronte allo stretto. Flotta che può contrastare anche l’unica arma insidiosa di cui dispongono i Pasdaran, i motoscafi esplosivi suicidi, e anche annullare le basi di lancio dei missili eventualmente puntati contro le navi del traffico civile sia dall’Iran che dallo Yemen.
Stesso scenario punitivo immediato nel caso gli Houti decidessero di colpire obiettivi americani.
Questo non significa che i Pasdaran non potranno fare nessun danno ai target americani, ma significa che pagheranno in termini disastrosi e definitivi, e nell’arco di pochi giorni, la decisione di attaccare l’America causando forse dei danni, ma sostanzialmente contenuti.
Veniamo ora alle basi americane nell’area mediorientale e dell’Oceano Indiano, che sono otto con 40-50.000 militari di stanza. Ripetiamo che il pericolo che vengano raggiunte da missili iraniani è pari a quello che si è verificato da dieci giorni per le basi militari, in primis quella di Dimona, in territorio israeliano: prossimo allo zero. Questo per un problema semplice: i Pasdaran non dispongono di una rete satellitare che gli permetta di “mirare” con precisione gli obiettivi che mancano regolarmente.
Rete satellitare precisissima e onnipresente di cui dispongono invece gli Stati Uniti e Israele.
Un danno che può venire agli Usa è invece l’assalto via terra alle loro basi militari in Iraq da parte delle milizie sciite degli Kataib Hezbollah agli ordini di Teheran. Non sarebbe la prima volta, ma sicuramente i danni che queste azioni possono infliggere sono limitati.
In conclusione, sempre pronti a essere smentiti, riteniamo che la decisione di Donald Trump di entrare in guerra contro l’Iran a fianco di Israele sia win-win.
Soprattutto, riteniamo che da qui a qualche settimana, o al massimo qualche mese, questa decisione aprirà delle crepe all’interno del regime iraniano. Crepe di cui potrà probabilmente fruire un movimento di massa antiregime che con tutta probabilità sarà messo in campo dalle minoranze etniche che in Iran costituiscono ben il quaranta per cento della popolazione: curdi e baluci in primis.