
Con una mano risponde agli attacchi di Israele, con l’altra reprime con maggiore forza i nemici interni. Così agisce la Repubblica Islamica nei giorni del conflitto con Tel Aviv, scoppiato nella notte tra il 12 e il 13 giugno. In pieno stato di guerra, il governo di Teheran ha intensificato la caccia agli attivisti e aumentato la stretta nei confronti dei dissidenti. A fare maggiormente le spese di questa violenza politica sono gli abitanti del Kurdistan (a nord-ovest) e del Sistan-Belucistan (a sud-est), tra le regioni più ostili agli Ayatollah.
A lungo teatri di rivolte popolari contro il regime teocratico – come quella che ha dato inizio al movimento Donna, Vita, Libertà nel settembre 2022 proprio in Kurdistan – presto potranno diventare territori chiave nello scenario di una fine della Repubblica Islamica. In caso di regime change, infatti, curdi e beluci – dotati di forze armate e saldi legami territoriali – potrebbero arrivare a influenzare la forma di governo di un Iran futuro, o anche solo assicurarsi l’indipendenza regionale. «I curdi e i beluci osservano l’escalation del conflitto con un misto di cautela, speranza e panico», spiega a Linkiesta Loqman Radpey, esperto di Kurdistan e Medio Oriente e membro del Middle East Forum. «Sebbene gli attacchi israeliani stiano indebolendo le infrastrutture militari iraniane, per questi gruppi non si tratta solo di un evento geopolitico, ma di un possibile punto di svolta nella loro stessa lotta» per l’autonomia.
Tra i diversi gruppi etnici presenti in Iran, i curdi e i beluci sono quelli che hanno maggiormente subito la repressione da parte della Repubblica Islamica negli ultimi anni. A favore di un Iran laico, federale e decentralizzato (e in alcuni casi di una reale indipendenza da Teheran), queste comunità sono da sempre una spina nel fianco per la Repubblica Islamica, che in più occasioni ha provveduto a soffocare le loro velleità con azioni militari e arresti di massa. Secondo un report di Iran Human Rights relativo al 2024, un’esecuzione su cinque (delle almeno novecentosettantacinque realizzate nel Paese) ha riguardato persone originarie del Kurdistan o del Sistan-Belucistan, che rappresentano complessivamente tra il dodici e il diciannove per cento della popolazione totale.
Nei prossimi giorni la violenza, però, è destinata ad aumentare. Con l’apertura del fronte con Israele, infatti, è molto probabile che il regime si mostrerà più duro nei confronti degli abitanti di quelle zone, in particolare con i curdi. «La macchina propagandistica del regime iraniano ha già iniziato ad accusare i curdi di aver aiutato Israele a contrabbandare attrezzature in Iran», ci spiega Gordyaen Benyamin Jermayi, giornalista freelance curdo. «Abbiamo informazioni sul fatto che il regime ha dispiegato armi pesanti in Kurdistan e sta già usando luoghi civili come scuole e ospedali come scudi umani. Abbiamo anche notizie di persone arrestate, ma non conosciamo ancora le loro identità», aggiunge.
Questo atteggiamento della Repubblica Islamica non è una novità. «Storicamente il regime ha sempre risposto alle minacce esterne con un giro di vite più duro sul dissenso interno, soprattutto nelle aree curde e beluci», dice Rapdey. «Nei momenti di crisi la repressione non viene sospesa, ma viene intensificata: lo Stato vede queste popolazioni non come vittime dell’instabilità, ma come potenziali istigatori. Sorveglianza, arresti e presenza militare preventiva sono tattiche comuni», aggiunge.
Per il momento, tuttavia, è improbabile che curdi e beluci – entrambi dotati di comparti armati – rispondano alla repressione del regime. Secondo Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, «in questa fase esercitare concretamente dissenso politico risulta molto difficile». Di fatto, «il rafforzamento dell’azione repressiva del governo di Teheran e il conflitto in corso non permettono a curdi e beluci di organizzarsi politicamente e coordinarsi militarmente», dice. Un altro problema riguarda la disunità d’intenti delle componenti in gioco: l’eterogeneità delle visioni e le conflittualità ideologiche impediscono infatti la costituzione di un fronte unito tatticamente allineato. E questo non è sicuramente un nodo da poco, considerando quanto sarà decisivo presentarsi come un sol attore all’eventuale tavolo dei negoziati con le potenze coinvolte.
Eppure, nelle prossime settimane qualcosa potrebbe muoversi. In questi giorni, infatti, diversi partiti curdi e beluci stanno incitando alla rivolta contro il regime iraniano. Tra gli altri, il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Pjak), schieramento di sinistra, ha dichiarato con un comunicato: «Invitiamo tutte le forze, i gruppi e le organizzazioni della società civile, con le donne iraniane in prima linea, a lanciare una nuova fase della rivoluzione “Jin, Jiyan, Azadi” (Donna, Vita, Libertà, ndr). Dichiariamo la nostra disponibilità a contribuire all’avvio di questa nuova fase». Anche per il Movimento per il Balochistan Libero, gruppo laico, il conflitto in corso potrebbe aprire a scenari favorevoli: «Le azioni militari decisive di Israele contro il regime iraniano non sono solo incoraggianti, ma rappresentano anche un segnale positivo per il popolo beluci, che ha sofferto a lungo sotto il colonialismo iraniano».
I tempi non sono ancora maturi, dunque, ma in molti tra curdi e beluci si augurano che a breve possano diventarlo. «Pur aspirando alla caduta del regime iraniano, i partiti politici di queste comunità non si sono ancora mossi per accelerarla», spiega Rapdey. «Il loro è un calcolo strategico: aspettano un crollo più evidente o uno spostamento significativo dell’equilibrio di potere. Non vogliono ripetere l’esperienza di trovarsi da soli a combattere spargendo un’enorme quantità di sangue (come nel 2022, ndr), mentre altri nel Paese rimangono passivi». Tuttavia, aggiunge l’esperto, «se i segnali di disintegrazione del regime dovessero aumentare, potrebbero spingere per l’autonomia localizzata e la trasformazione politica».
Certo, affinché ciò accada è essenziale che si trovi una soluzione alla frammentazione interna alle comunità, elemento a lungo sfruttato da Teheran per meglio controllare le loro operazioni. Un divide et impera che in questi anni ha impedito ai vari gruppi di rendersi riconoscibili agli occhi della comunità internazionale. È chiaro che senza una direttrice univoca l’avversione nei confronti del regime teocratico difficilmente si tradurrà in un’iniziativa significativa: di fatto, se manca una leadership organizzata nessuna manifestazione di piazza o resistenza armata garantirà un cambiamento destinato a durare.