È quasi un luogo comune valutare l’assenza di un’opposizione organizzata e di una leadership politica antiregime in Iran. Una valutazione di cui si è avuta conferma durante tutte le fiammate contro il regime della piazza iraniana dal 1999 in poi, ultima quella del grande movimento “Donna, vita, libertà” del 2022. Nessuno spiega però le ragioni profonde di questa assenza, rilevantissima nel momento in cui la radicalità dell’intervento militare israeliano e soprattutto la penetrazione del Mossad nei più reconditi gangli decisionali del Pasdaran – tutti colpiti ed eliminati – pare rendere possibile una ripresa da qui all’autunno di un massiccio movimento di protesta o addirittura la concretizzazione dell’obiettivo indicato da Benjamin Netanyahu: un regime change a Teheran.
A questo proposito, va notato che è inappropriato il paragone della strategia di regime change che applica Israele con i fallimenti in Iraq e in Afghanistan degli Stati Uniti – paragone che è al centro di due, peraltro eccellenti, articoli di Paolo Mieli e Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera. La strategia israeliana, invece, pragmatica e priva di alti riferimenti dottrinali, ha appena avuto successo in due Paesi. Prima di tutto in Libano, dove è vero che non c’è stato un regime change compiuto, ma Hezbollah ha dovuto mollare la sua egemonia sul governo di Beirut dopo essere stato decimato a tutti i livelli, aprendo così la strada a un governo più equilibrato e a un cammino potenzialmente virtuoso.
Un regime change completo è stato invece indotto da Israele, e solo da Israele, in Siria, con la eliminazione capillare delle forze militari dell’architrave della difesa militare del regime di Bashar al Assad, sempre Hezbollah e la iraniana Forza al Qods, che ha provocato, appunto, un collasso del regime baathista e instaurato un nuovo governo islamista. Un governo che desta preoccupazioni, ma che sinora, complessivamente, ha dato una buona prova, inclusa la volontà di aderire agli Accordi di Abramo, come prospettato pubblicamente dallo stesso nuovo leader Ahmed al Sharaa.
A differenza della strategia americana, quella israeliana non prevede l’assunzione diretta, sia pure temporanea, del potere politico e soprattutto, per ovvie ragioni, non prevede l’occupazione militare del Paese boots on the ground da parte di un esercito straniero invasore. Prevede invece l’implosione del regime avverso, decimato in tutti i suoi vertici politici e militari grazie alla capacità di penetrazione e conoscenza del Mossad – e quindi l’assunzione del potere da parte di forze politico-militari nazionali. Ripetiamo, è il modello che ha appena avuto un risultato positivo in Libano e soprattutto in Siria.
E qui veniamo al punto: in Iran queste forze di opposizione, queste leadership antagoniste in grado di sostituire il regime degli ayatollah e dei Pasdaran non esistono, si dice, e non del tutto a torto. Ma è questa un’affermazione che vale la pena di approfondire. Innanzitutto, perché esiste invece una forte opposizione organizzata al regime, guidata da partiti dotati potenzialmente anche di armi leggere in cinque regioni iraniane abitate da non persiani: il Kurdistan, l’Azerbaijan, il Belucistan, il Sistan e il Khuzestan arabo.
Questi movimenti di opposizione hanno forti appoggi al di là della frontiera: i movimenti curdi iraniani, il Pjak, il Kdpi, il Pak e il Komala party hanno guidato nel 2022 il forte movimento di protesta “Donna, vita, libertà”, dopo l’uccisione a Teheran della curda Mahsa Amini, con scontri anche armati con i Basij e i Pasdaran nei quali ci sono stati decine di morti. Tutti questi movimenti curdi trovano discreti, ma fondamentali, aiuti e appoggi nel confinante Kurdistan iracheno (regione libera, retta da due partiti in un regime di democrazia nascente, il Pdk e l’Upk, che ha approfittato della invasione americana dell’Iraq del 2003, dato che troppo spesso si dimentica nel criticarla).
Sono state forti, sempre nel 2022, anche le manifestazioni e la rivolta in Belucistan, soprattutto nella capitale Zahedan, nelle quali ha giocato un ruolo la Belucistan Liberation Army, che gode di appoggi e basi sicure nel confinante Pakistan. Meno radicata, ma comunque forte la rivolta del 2022 nel Khuzestan, abitato da una minoranza araba, nella quale agisce l’organizzazione armata clandestina Ahvaz National Resistance, così come la rivolta e le manifestazioni anti regime a Tabriz e nell’Azerbaijan.
Tutte queste organizzazioni non persiane si sono riunite subito dopo l’inizio dei bombardamenti israeliani sull’Iran, ne dà notizia il sito israeliano Memri, e hanno formato un coordinamento comune per affrontare un’eventuale e possibile crisi del regime.
Al di là di questo, pare probabile che una nuova crisi del regime possa essere innescata proprio da una serie di rivolte delle minoranze etniche non persiane che costituiscono nell’insieme un consistente quaranta per cento circa della popolazione complessiva, soprattutto nel Kurdistan iraniano.
Naturalmente non è pensabile che queste organizzazioni periferiche delle tante minoranze etniche non persiane possano guidare un regime change a Teheran. E si torna così all’assunto centrale: manca l’organizzazione, l’avanguardia in qualche modo organizzata, che possa e sappia approfittare di una crisi del regime indotta dai bombardamenti israeliani. O meglio – anzi, peggio – due organizzazioni si candidano sui media a questo ruolo, ma sono poco presentabili.
I mujaheddin del popolo, il loro movimento si chiama Mek, decimati per decenni in Iran dal regime, hanno eccellenti relazioni istituzionali in Europa e negli Stati Uniti e un loquace servizio stampa, tremila loro militanti sono stanziati oggi in Albania a Manëz, vicina a Durazzo, su richiesta degli Stati Uniti, contano su qualche superstite militante clandestino in Iran (che probabilmente è in contatto col Mossad), ma sono zavorrati davanti all’opinione pubblica iraniana dal ricordo della loro alleanza militare con Saddam Hussein in guerra con l’Iran – hanno combattuto, anche con brigate di carri armati, contro l’esercito iraniano – e da un’organizzazione verticistica non scevra dal culto della personalità. Difficile, se non impossibile, che possano giocare un ruolo in una crisi del regime attuale. È prevedibile però che si diano un gran da fare sui media occidentali.
Ancor più improbabile è un ruolo politico e una leadership complessiva di Reza Ciro Pahlavi, il figlio dello scià deposto nel 1979 e di Farah Diba, che pure ora si offre con grande affanno al popolo iraniano come futuro punto di riferimento. Va detto che, a causa della giovane età, non gli possono essere addebitate le atrocità di cui si è macchiato il padre – di cui c’è memoria in Iran nelle generazioni più anziane – né la cieca incapacità del suo regime nell’attuare quelle riforme democratiche che pure lo avrebbero salvato. Dunque è nulla, o quasi, la sua popolarità in Iran, è nullo il radicamento di suoi emissari in patria, ma non è indifferente la sua popolarità tra le fila della grande emigrazione iraniana, quantomeno tra gli ex notabili civili e militari del regime dello scià fuggiti negli Stati Uniti. Il discredito della sua dinastia – suo nonno Reza Kahn fu costretto da Winston Churcill ad abdicare nel 1941 per il suo accertato filonazismo – è tale che non è credibile neanche che si prospetti in qualche modo un ritorno della monarchia. Questo non esclude naturalmente che in un futuro, se mai cadesse il regime degli ayatollah, il partito di Reza Ciro Pahlavi non possa riscuotere un qualche riscontro tra gli iraniani. Ma, a oggi, pare del tutto marginale.
L’emigrazione di massa degli strati dirigenti della società negli anni Ottanta del Novecento è dunque la ragione principale dell’assenza di una forte alternativa presente oggi nel Paese. A seguito della politica del Terrore praticata da Khomeini, indimenticabile la ferocia dell’ayatollah Sadegh Khalkhali, capo della Corte Rivoluzionaria Iraniana, il regime favorì un’emigrazione di massa di un intero strato sociale, quello medio-alto.
Fuggirono, con la tolleranza delle autorità khomeiniste, addirittura un milione di iraniani che trovarono rifugio e accoglienza negli Stati Uniti. Altri centomila profughi iraniani si rifugiarono in Europa. Ottantamila ebrei fuggirono in Israele, tra loro Moshe Katsav, diventato presidente della Repubblica.
Dunque, una Vandea di rifugiati fuggita all’estero, composta da quasi tutta la borghesia moderna iraniana, dagli intellettuali, dai grand commis dello Stato, dai dissidenti del regime, dai principali stakeholder della modernità iraniana. Tra questi, anche molti “Bazaaris”, gli esponenti di vertice del capitale finanziario urbano tradizionale e storico. Gli attuali dissidenti conosciuti in Occidente, i premi Nobel Narges Mohammadi e Shirin Ebadi, i registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoukof, gli attivisti dei diritti umani Sedigheh Vasmaghi, Shanaz Akmali e Abdolfattah Soltani, autori in questi giorni di un manifesto in cui non condannano l’intervento israeliano, ma ovviamente chiedono che cessi e chiedono anche la caduta del regime, sono emersi invece dai minuscoli circoli intellettuali superstiti rimasti in patria e perseguitati.
Manca quindi in Iran, ma vive, perfettamente integrato, in America, nel New Jersey e in California, o in Europa, o in Israele, proprio lo strato sociale che oggi potrebbe funzionare da catalizzatore di una dirigenza politica antiregime.
Invece non esiste, nonostante venga spesso evocata dai media occidentali, un’ala riformista interna al regime. L’ultimo, timidissimo tentativo di riforma delle istituzioni, non più di un ritocco marginale ed estetico, fu tentato nel 1999 dal presidente Mohammad Khatami col suo Doppio Progetto, immediatamente cassato dal Consiglio dei Guardiani. Da allora, i cosiddetti riformisti non hanno mai fatto né proposto nessuna riforma del regime, men che meno Hossein Mousavi, candidato presidente della Repubblica che pure è finito agli arresti domiciliari. Oggi poi, a fronte dell’attacco israeliano, pubblicamente questi presunti riformisti fanno fronte comune e compatto con gli oltranzisti e con il loro leader Ali Khamenei.
In realtà i cosiddetti riformisti iraniani si sono distinti dall’ala oltranzista dei Pasdaran e del “clero combattente” solo e unicamente sul punto dell’accettare o sviluppare o meno una trattativa con l’Occidente, su sanzioni che colpiscono duramente l’economia, disastrata per sola colpa del regime. Questi cosiddetti riformisti, peraltro, sono sempre stati sempre complici della peggiore repressione dei movimenti di protesta, nulla hanno detto a fronte delle centinaia di impiccagioni di oppositori, limitandosi, a volte, a borbottare timidissimi distinguo.
Dunque è difficile ipotizzare che il regime si spacchi e che una forte fazione moderata faciliti un regime change. L’unica prospettiva di collasso del regime che si intravede, nel caso non impossibile ma a oggi tutt’altro che certo, è quella di una prossima prima fase di contrasto da parte di movimenti di piazza centrifughi delle minoranze etniche, curdi in primis.
A questi movimenti di piazza seguirà probabilmente un periodo di manifestazioni di caos nelle città iraniane, periferie comprese, con sanguinosi scontri con i seguaci dei Pasdaran e dei Basij – la loro violenza e ferocia è l’unica certezza del teatro iraniano, anche se il regime dovesse collassare – seguito con grande probabilità dall’emergere finalmente di formazioni politiche nuove in larga parte sostenute e vivificate dalla grande migrazione negli Stati Uniti e in Europa.