No dealOgni volta in cui non sa cosa fare, Trump dice che deciderà entro due settimane

Fin dal primo mandato il presidente degli Stati Uniti ha rimandato decisioni cruciali con una formula ricorrente. Un modo per prendere tempo e mantenere centralità mediatica

LaPresse

Donald Trump ha costruito la sua immagine di leader decisionista con annunci spiazzanti e minacce eclatanti, facendo conoscere l’arte dell’intimidazione come strategia di negoziazione. Eppure, ogni volta che davvero non sa cosa fare, che il corso degli eventi supera il suo intuito, che la scelta ha un costo troppo alto, ecco che arriva il mantra, la formula salvifica, la sospensione del giudizio: «deciderò entro due settimane». Lo ha detto peri dazi, lo ha detto per l’Ucraina, ora lo dice per l’Iran. E mentre il mondo cerca risposte, lui prende tempo.

Giovedì, nel pieno del conflitto tra Israele e Iran, Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha annunciato che il presidente Trump valuterà «entro le prossime due settimane» se autorizzare un attacco all’impianto nucleare iraniano di Fordow, struttura sotterranea che sfugge all’arsenale israeliano e potrebbe essere colpita solo con bombe bunker-buster statunitensi. Secondo fonti del Pentagono, il piano d’azione è già pronto. Manca solo la firma del comandante in capo. E quella firma, ancora una volta, è rimandata. Due settimane.

È la strategia dell’attesa stessa a essere l’unico vero piano. Da anni, ogni volta che il presidente si trova davanti a una scelta complessa, tira fuori la stessa unità di misura: due settimane. È accaduto con l’abolizione dell’Obamacare, con le relazioni con Putin, con i piani infrastrutturali, con la Corea del Nord. Innumerevoli le dichiarazioni negli archivi di stampa, nei briefing, nelle interviste: «annunceremo qualcosa tra due settimane», «daremo una risposta in due settimane», «ci sarà un grande annuncio nelle prossime due settimane». Vice ha collezionato tutte le promesse in un unico video. La formula è sempre la stessa. E spesso non succede nulla.

L’uso sistematico di questa scadenza è diventato un caso di studio nel giornalismo politico americano. Axios, già nel 2017, lo aveva identificato come un marchio di fabbrica nel primo mandato di Trump. «È una misura temporale che non misura nulla», ha scritto Shawn McCreesh sul New York Times, «una specie di tempo mitico, che non corrisponde a nessun calendario reale». Due settimane è il tempo in cui Trump spera che accada qualcosa. Che qualcun altro risolva il problema. Che un nemico si spaventi, che un alleato si muova, che un’opportunità si presenti. È il tempo della speranza, non della decisione.

Nel caso dell’Ucraina, il meccanismo è quasi paradossale. Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di risolvere la guerra tra Russia in Ucraina entro ventiquattro ore, senza riuscirci. Da aprile a oggi, Trump ha promesso una svolta imminente nei negoziati almeno sei volte, sempre nel giro di due settimane. «Vedremo se Putin ci sta prendendo in giro», ha detto il 14 maggio. «Avrò qualcosa da dire tra una settimana e mezza, due settimane». Il 19 maggio ha aggiunto: «Meglio aspettare due settimane, così posso rispondere meglio». Nessuna delle scadenze è stata rispettata. Nessuna decisione è stata presa. Le trattative languono, le sanzioni restano congelate, l’iniziativa diplomatica americana è sospesa in un limbo.

Tutto questo non è nuovo. È un copione ormai noto, che si ripete perché funziona mediaticamente. Rinviare permette di restare al centro del racconto, di occupare lo spazio della decisione senza pagarne il prezzo. È una recita perfetta, in cui Trump interpreta sé stesso come l’uomo forte, anche quando non muove un dito.

Ma se ogni volta che serve una decisione vera si finisce in un eterno conto alla rovescia, quanto è autentica l’immagine di Trump come uomo d’azione e politico decisionista? La risposta, forse, arriverà tra due settimane. O forse no.

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