Questo è un articolo sul matrimonio di Jeff Bezos a Venezia, sui ricchi tamarri, sulle città che ormai sono irreversibilmente parchi a tema, sui servizi di piatti e la beneficenza, sul fatto che «la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi Venezia la vende ai turisti», certo; ma, soprattutto, è un articolo sulla differenza tra avere trentasei anni e averne cinquantadue.
A trentasei anni andavo in America anche tre volte al mese, e il bello è che mi chiedevo come mai fossi insonne e isterica: non mi veniva proprio in mente che cambiare fuso orario ogni tre giorni non fosse riposante. A cinquantadue, se vado da Milano a Roma poi mi serve una settimana per riprendermi.
Natalia Aspesi compì trentasei anni mentre i Beatles suonavano in Italia, se non siete appena arrivati da Marte sapete già tutto (le avventure di Natalia sono biografia della nazione): si finse una turista sul treno su cui viaggiavano, loro la considerarono troppo vecchia per essere una fan urlante e le parlarono.
Sedici anni dopo, Diana Spencer sposò l’erede al trono d’Inghilterra. Natalia aveva gli anni che ho io oggi. C’era troppo casino e poi in cattedrale l’avevano messa in dei posti da cui non avrebbe mica visto bene: tornò in albergo e scrisse la cronaca guardando la cerimonia in televisione. C’è un momento preciso, nella carriera di noi venerate stronze, in cui non hai più voglia di sbatterti e stare al caldo, tanto anche se scrivi un commento da casa lo leggono comunque. Però bisogna arrivarci per anzianità.
Il New York Times ha pubblicato un video della capa delle pagine locali che intervista Zohran Mamdani. È un video di lei in ufficio, senza la messinpiega fatta ma con un abito da cocktail, che lo chiama in vivavoce. Se i grandi giornali non riescono a convincere le trentenni a spostarsi da un quartiere all’altro di New York per fare un’intervista vera, possiamo sperare che da Roma qualche trentenne muova il culo e vada a Venezia a raccontarci le nozze fantastiliardarie? Certo che no. Quindi forse la domanda è: cos’è andato storto nelle generazioni successive alla mia? La menopausa lavorativa ora scatta prima?
La risposta forse viene proprio dal giornale che – al netto dell’essere stato miracolato dalla presenza della Aspesi – meno sa fare il costume, da sempre e per sempre: Repubblica. Ma non dall’incredibile articolo di ieri di Giampaolo Visetti, quello in cui in un elenco a casaccio degli invitati venivano indicate come «le giornaliste di costume più seguite» Anna Wintour e Oprah Winfrey, due che non si sono occupate di costume neanche per un minuto nelle loro vite.
Viene dall’intervista che lo stesso Visetti (per Repubblica non esiste il costume ma esiste il nordest, e quindi Visetti è territorialmente preposto a scrivere dei matrimoni veneziani) fa a Massimo Cacciari. Del nepo baby di Cacciari parliamo dopo, prima voglio ricopiare cosa dice lo zio fingendo di parlare di Bezos e parlando in realtà di noi.
«Se si infilano in un frullatore Bezos, Venezia, le guerre, Trump, le ingiustizie, la distruzione del pianeta, il capitalismo, l’evasione fiscale, l’overtourism, il lusso e via elencando, esce un liquido in cui nulla è più distinguibile». Venga, Cacciari: le presento il Grande Indifferenziato.
Sul sito di Repubblica c’è un’intervista al nipote Tommaso, che a dirla così una pensa sia un giovane pirla di Ultima Màmmagàri Generazione, e invece ha quarantott’anni, dovrebbe aver già superato il momento in cui non si ha più voglia di sbattersi per le puttanate, e invece è lì che dice che per merito suo hanno spostato il matrimonio che doveva essere in piazza di Spagna e ora si celebrerà fuori dal raccordo (usa una metafora romana forse perché sa che i giornali li guardano solo i giornalisti, che perlopiù stanno a Roma).
Se leggi i giornali italiani, resti con la convinzione che Bezos si sposi al corrispondente veneziano della Bufalotta (si sposa all’Arsenale). Se leggi il New York Times, scopri che sì, in effetti la cerimonia è stata spostata, ma solo perché il luogo previsto era la Scuola Grande della Misericordia. Il cui problema non è che sia più in centro dell’Arsenale, ma che dia su un canale così stretto che persino il nipote di Cacciari avrebbe potuto bloccare l’arrivo degli ospiti.
Naturalmente non è un problema di ricchezza o di esposizione politica: George Clooney si è sposato pure lui a Venezia, non dico sia altrettanto ricco di Bezos ma di certo più del nipote di Cacciari, ed è altrettanto esposto politicamente (anzi, forse di più) – però dalla parte presentabile.
Boicottereste le nozze di uno degli uomini più belli del mondo e perdipiù amico dei buoni e giusti? Certo che no. Ma anche con quelli meno adorabili di Clooney le proteste sono discontinue: la Scuola Grande della Misericordia è affittata continuamente per eventi privati, dalla cena di Natale di Moncler in su e in giù, e non mi pare che il nipote di Cacciari abbia tutto questo zelo nel giurarla ai ricchi quando c’è meno ritorno di stampa facendolo.
Se esistesse una giovane Aspesi che si sbatte ad andare a parlare con quelli del catering e a sapere cose, potremmo risparmiarci l’intervista al nipote di Cacciari, e pure quella allo zio? Certo che sì, ma ci vorrebbe qualcuno che lavora, mica che fa due telefonate da casa o saccheggia i giornali americani.
«Dulcis in fundo, l’armamentario di abiti da sposa e da cerimonia che verrà sfoggiato da Lauren Sanchez. Si parla di 27 look: sarà una leggenda? Eppure il numero ricorre nelle cronache internazionali»: è sempre Repubblica, e mi scuso io per loro. Mi scuso per «dulcis in fundo», mi scuso per «l’armamentario», ma soprattutto mi scuso per questa fantasia dei ventisette vestiti, una gag da telefono senza fili riportata da tutti i giornali italiani in base a inesistenti «cronache internazionali».
Diciassette anni fa Lauren Sánchez era incinta della sua seconda figlia e Jeff Bezos stava ancora con la sua prima moglie; e io ancora ero disposta a subire il fuso orario. Usciva un film intitolato “27 volte in bianco”, era la storia di una ventisette volte damigella che vuole sposarsi: andai a intervistare la protagonista.
Erano anni molto diversi da questi in cui i ricchi sono tamarri, e lo sono non perché è cambiata la ricchezza ma perché sono arrivate le telecamere sui telefoni ed è cambiato il mondo: i ricchi sono tamarri per la banale ragione che sono tamarri tutti. Ho un’amica che, per sostenere la sua tesi che i veri ricchi sono discreti, dice sempre: te lo immagini John Elkann su Instagram? Ma John Elkann è l’eccezione; la regola è Marco De Benedetti che instagramma il tartufo, tale e quale a quelli che non se lo potrebbero permettere ma glielo omaggia lo sponsor.
Il grande slittamento della società è che anche i nati ricchi vogliono vivere come gli influencer; figuriamoci i Bezos che sono, della razza loro, la prima generazione ricca. Nei giorni di festeggiamenti, dicono i giornali americani e ricopiano quelli italiani, è prevista una festa a tema Gatsby. È giusto: Jay Gatsby è il modello insuperato dell’arricchito tamarro, e se Fitzgerald si raccomandava tanto con l’editor di non scrivere sulla quarta di copertina che il protagonista moriva era perché sapeva che il futuro era fatto di arricchiti che volevano prenderlo a modello, ma col lieto fine.
Non c’è poi tanto da meravigliarsi per la tamaraggine del tutto. È già tanto che nel cartoncino di invito (che ha trovato e pubblicato la Abc, non certo le mancate Aspesi italiane) Jeff e Lauren dicano che non vogliono regali e che faranno invece donazioni per l’università di Venezia, e per tenere pulita la laguna, e all’Unesco per preservare «l’insostituibile lascito culturale della città»: la beneficenza è un igienizzante di coscienze universale, per ricchi vecchi e nuovi, tamarri e discreti.
Ma, considerato quanto sono rassicurantemente volgari i Bezos, coi loro giochi di schiuma sullo yacht, con quei vestiti, quegli occhiali da sole, quel tutto, non sarebbe stato sconvolgente se avessero fatto la lista di nozze. Le istruttrici di bon ton raccomandano di non mettere l’iban sull’invito, e io capisco che ci si debba concentrare su un pericolo alla volta, ma non è che la lista di nozze sia meglio: finché vivevi a casa coi tuoi e ti sposavi vergine potevo capire, ma hai cinquant’anni, veramente devo comprarti i piatti? Dove hai mangiato finora?
Noterete che per più di cento righe di tamarraggine assortita non ho mai esplicitato che Lauren Sánchez si veste come un mignottone (da quando sta con Bezos: prima era molto meno baraccona; forse la liberazione femminile ormai è questa cosa qui, una volta che non devi più preoccuparti dei soldi puoi liberare l’estetica battona che languiva dentro di te).
Quando andai a intervistare l’attrice di “27 volte in bianco”, l’ufficio stampa del film chiese se potevamo metterla in copertina. La caporedattrice rispose «Quella vacca mai», che è una frase che oggi nessuno direbbe per timore delle accuse di body shaming e cancellazione dal novero dei presentabili. Dici una roba così, e non sarai mai Clooney, al massimo Bezos. Sono tempi migliori? Non so se basti a renderli migliori il fatto che sulla mignottaggine dell’aspetto dei personaggi pubblici ci si esprima solo in circoli privatissimi. Forse sono solo tempi più mitomani, in cui pensiamo che chissà cosa succederebbe se quella che sta per sposarsi uno dei più ricchi del mondo sapesse che non approviamo il suo non essere il genere un filo di trucco un filo di tacco. Ci tirerebbe le banconote come DiCaprio ai poliziotti in “The wolf of Wall Street”, probabilmente.
Dovremmo invece preoccuparci di come farà il nipote di Cacciari a gestire il calo d’attenzione quando il matrimonio di Bezos finirà, Venezia continuerà come sempre a essere un parco a tema (quella canzone in cui Guccini la definisce «un sogno di quelli che puoi comperare» è del 1979: il nipote di Cacciari gattonava), e nessuno più gli chiederà interviste.
No, non è vero. Non solo perché arriveranno altri miliardari a invadere Venezia tali e quali ai turisti di Ryan Air ma con più carte di credito, e potrà indignarsi di nuovo. Ma anche perché ormai il giornalismo pigro ha il suo numero in rubrica: stia tranquillo ché lo chiamano, stia tranquillo che non gli servirà il metadone per l’astinenza dalle telecamere.