
Ieri a Roma, presso la Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati, si è svolto un convegno promosso da Azione e coordinato dal consigliere comunale di Milano Daniele Nahum, dal titolo “Antisemitismo e antisionismo: due facce della stessa medaglia?”.
Al centro del convegno è stato posto il legame tra il “vecchio” antisemitismo etnico-religioso e il “nuovo” antisemitismo politico-ideologico sullo sfondo delle crescenti tensioni nell’area mediorientale, della tragedia di Gaza e – soprattutto – dell’effetto che il pogrom del 7 ottobre 2023 ha suscitato in tutti i mondi politici, culturali e religiosi storicamente più sensibili all’odio anti-ebraico.
Come ha spiegato Nahum introducendo i lavori, il rischio è oggi che l’attenzione per la guerra a Gaza e le polemiche sulle responsabilità dell’attuale governo israeliano rispetto alla situazione nella Striscia e in Cisgiordania porti a considerare la recrudescenza di fenomeni di odio e di violenza contro gli ebrei come una conseguenza della congiuntura internazionale e a giustificare il ritorno degli stereotipi antisemiti come un inevitabile effetto collaterale delle cosiddette colpe di Israele.
La Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, Noemi Disegni ha spiegato ha spiegato come, per quanto per gli ebrei possa essere comprensibile la persistenza di un antisemitismo viscerale e fondato su pregiudizi atavici, sia incomprensibile e intollerabile l’antisemitismo di parte delle élite accademiche e culturali che oggi ripropongono i cliché del passato, riattualizzandoli e conferendo loro una dignità morale e una giustificazione politica.
Il presidente dell’Ugei (Unione dei giovani ebrei d’Italia), Luca Spizzichino, recentemente aggredito all’Università di Torino proprio nel corso di un convegno che aveva organizzato sull’antisemitismo, ha sostenuto che, cambiando mezzi e modi, antisionismo e antisemitismo sono uniti dall’obiettivo di impedire agli ebrei di essere e di sentirsi parte della società e di essere accettati e riconosciuti nei propri diritti, se non attraverso il sacrificio della propria stessa identità.
Sono poi seguiti gli interventi di Pasquale Angelosanto, Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Gadi Luzzatto Voghera, Direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec), David Meghnagi, docente di psicologia clinica presso l’Università degli Studi Roma Tre, Milena Santerini, docente di pedagogia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Dina Porat, già Chief Scientist del Dipartimento di Storia Ebraica presso l’Università di Tel Aviv.
Da queste relazioni è emerso che l’antisemitismo rimane oggi come ieri non un mero sentimento, ma un linguaggio politico largamente utilizzato per fini di consenso. Gli addebiti al nuovo “ebreo collettivo” (espressione utilizzata da molti dei relatori), oggi rappresentato dallo stato di Israele, sono grosso modo gli stessi che in precedenza colpivano il popolo ebraico: l’abitudine al complotto e il desiderio di dominio; la dissimulazione della violenza nella recriminazione vittimistica; l’incapacità di avere rapporti leali e non strumentali con l’umanità non ebraica. Da qui deriva la ricorrente richiesta agli ebrei di doversi giustificare, rinnegando parte della propria identità, per essere accettati. Da qui deriva anche il disconoscimento o riconoscimento condizionato del diritto all’esistenza di Israele, come se l’identità politica ebraica, alla pari di quella culturale e religiosa, dovesse essere ripulita, prima di potere essere considerata compatibile con altre identità.
Le “tre D” che qualificano l’antisemitismo – diffamazione, delegittimazione, doppio standard – si applicano integralmente all’antisionismo. Israele è uno stato su cui si può mentire per finalità apertamente diffamatorie, e le cui responsabilità – come quelle contestate durante la guerra di Gaza – non sono addebitate a chi esercita i poteri di governo, ma allo stato in quanto tale, a pregiudizio del suo stesso diritto a esistere.
L’antisionismo è diventato anche la maschera democraticamente legittimata dell’antisemitismo. Se l’antisemitismo era un’idea razzista, segnata da questo peccato originale, l’antisionismo lo trasforma in un’ideologia anti-razzista, facendo coincidere Israele con un avamposto del vecchio potere coloniale occidentale e i palestinesi come i rappresentanti dell’intero Sud del mondo discriminato e sfruttato.
A seguire, l’ex direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, ha indagato le radici dell’antisionismo di sinistra, che ha portato nell’immediato dopoguerra socialisti e comunisti, alleati degli ebrei perseguitati nel periodo fascista, e sostenitori con l’Urss della costituzione dello Stato di Israele nel 1948, a sposare sempre più fortemente la causa araba e palestinese in funzione anti-imperialista e al fondo anti-occidentale.
Il convegno si è chiuso con un dialogo tra il senatore del Partito democratico Graziano Delrio e il Segretario di Azione Carlo Calenda, d’accordo nel giudizio circa la scarsa consapevolezza della sinistra su ciò che il 7 ottobre ha rappresentato per gli ebrei di tutto il mondo: non un semplice attentato terroristico, ma la radicale messa in discussione del “Mai più”, con cui si pensava di avere lasciato alle spalle l’orrore della Shoah. Entrambi hanno inoltre insistito sulla necessità di riconoscere nel sionismo un ideale risorgimentale, analogo a quello che tra Ottocento e Novecento ha unito molti popoli attorno ai principi di indipendenza nazionale e libertà politica.
Sia per Del Rio sia per Calenda il giudizio molto severo che merita il governo Netanyahu, nel momento in cui diventa un verdetto negativo sulla legittimità e democraticità dello stato ebraico, incentiva uno scontro che favorisce la polarizzazione estremistica e allontana la soluzione del conflitto israelo-palestinese.