Se pure l’Economist si è rassegnato a scrivere che «la Gran Bretagna è già un Paese caldo e dovremmo agire di conseguenza», anche in Italia è arrivato il momento di fare i conti con le temperature estreme estive e trovare delle strategie di adattamento non più emergenziali. A partire proprio da come lavoriamo. I termometri ben sopra la media e i violenti nubifragi sono la «nuova normalità», spiegano dalle Nazioni Unite. E da qui dovremmo ripartire per adeguare turni di lavoro, abbigliamento, leggi e ammortizzatori sociali.
Per il momento, quasi tutte le regioni italiane, come lo scorso anno, hanno emesso delle ordinanze per vietare alcune attività all’aperto nelle ore più critiche. Il governo e le organizzazioni sindacali, nel pieno dell’anticiclone Pluto, hanno firmato a Roma un altro Protocollo. In pratica, un insieme di linee guida, che però dovranno essere realizzate con degli accordi territoriali. Il che richiederà altro tempo per metterle in pratica. «Siamo a inizio luglio, quando si chiuderanno gli accordi sarà già troppo tardi», commentano i sindacati. Intanto, la maggioranza dei cantieri edili non si ferma anche nelle ore di punta. «Molti committenti pubblici usano la scusa delle opere di pubblica utilità per non chiudere», raccontano.
Si è discusso molto anche dei rider del food delivery, che sfrecciano in città anche ben oltre i trenta gradi per consegnare pranzi e cene, spesso a chi resta negli uffici dotati di aria condizionata. Glovo aveva pensato anche di offrire un “bonus caldo” ai fattorini, con una compensazione che cresceva al crescere della temperatura. Deliveroo aveva previsto un bonus oltre i 32 gradi. Ma dopo le polemiche e gli incontri con i sindacati, entrambe le piattaforme hanno fatto un passo indietro. I fattorini fanno notare in realtà che se si fermano per il troppo caldo non guadagnano, essendo per la maggior parte autonomi pagati (poco) a cottimo. Il Piemonte, per il momento, è stata l’unica regione a bloccare esplicitamente l’attività dei rider nei giorni da bollino rosso. L’ordinanza dura fino a fine agosto. Tra un anno saremo punto e a capo.
Come Riad
Se però ormai le temperature alte sono diventate la normalità, firmare ogni anno delle linee guida emergenziali sembra inutile oltre che poco efficace. «Da tempo chiediamo una legge organica, vanno bene le ordinanze e le contrattazioni, ma in questo paese l’emergenza climatica è una cosa certa e serve una normativa nazionale di riferimento», dice Silvia Spera, della segreteria nazionale Flai Cgil, la categoria che rappresenta l’agroindustria.
Servirebbe invece cominciare a pensare a nuovi modi per «raffreddare» il lavoro. Con regole stabili e magari ripensando i turni di lavoro per quelle attività che non possono permettersi uffici o case con l’aria condizionata.
«Il sistema dei bollini rossi è importante, giusto fermare alcune attività lavorative a rischio. Ma forse il sistema andrebbe rivisto, ripensando gli orari di lavoro, magari anticipando l’inizio alle 5 del mattino, sfruttando i periodi della giornata meno caldi», ha detto Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile. «Sono appena tornato da Riad, in Arabia Saudita, dove c’erano 49 gradi. Temo di avere visto il nostro prossimo futuro. Lì si sono organizzati. All’esterno si lavora nelle prime ore del mattino e alla sera. Anche in Italia ora dobbiamo aggiornare il modo di ragionare, dobbiamo adattarci a un cambiamento che è già evidente e prendere esempio da questo tipo di Paesi. I decessi che registriamo ci devono indurre a rivedere i turni di lavoro».
Qualche accordo si vede già. Alla Electrolux di Forlì dal 14 luglio al 17 agosto il turno 8-17 sarà anticipato a 6-14.30 per «consentire lo svolgimento delle attività produttive nelle ore meno calde». E all’Arena di Verona si sta studiando lo stress da caldo di attori, musicisti e coristi, dopo che in tanti hanno accusato malori dovuti al caldo eccessivo e all’uso di costumi di scena pesanti e poco traspiranti.
Il lusso del fresco
La domanda è «quanto il caldo è troppo per lavorare?». Una domanda che si porta dietro la divisione netta nel mondo del lavoro tra quelli che fanno lavori, spesso meno qualificati, che non possono essere svolti al chiuso di uffici climatizzati e quelli che invece possono restare al fresco della propria scrivania ordinando un pokè a domicilio per pranzo. Che poi è la stessa divisione tra chi può permettersi il lavoro da remoto e chi no.
Il caldo estremo finisce così per rafforzare le disuguaglianze e le polarizzazioni nel mondo del lavoro. Chi lavora in edilizia, agricoltura e altri settori all’aperto è più esposto. Ma, come fa notare il New York Times, la questione è più complessa soprattutto in un continente come l’Europa dove l’aria condizionata è ancora un’eccezione. In particolare nel Nord Europa, la preoccupazione finora è sempre stata come riscaldare gli edifici d’inverno e non come raffreddarli d’estate. Non tutti gli uffici, le aziende e i negozi oggi hanno un impianto di climatizzazione. E soprattutto – cosa valida per chi lavora da casa – non tutti hanno un appartamento con l’aria condizionata o possono permettersi di tenerla accesa per l’intero turno di lavoro.
Negli ultimi anni, quando la crisi climatica si è aggravata, è arrivata anche la crisi energetica legata all’invasione russa dell’Ucraina e quindi la necessità di risparmiare. E così il tasso di penetrazione dell’aria condizionata in Europa non è migliorato (Ricordate il «preferiamo la pace o l’aria condizionata?» di Mario Draghi).
Intanto, però, l’aria condizionata è diventata sempre più un asset strategico per lavorare in sicurezza. Come ricorda Ferdinando Cotugno, secondo il 2021 Lancet Countdown già oggi evita la morte prematura di duecentomila persone al mondo.
Con diseguaglianze notevoli tra chi può permettersela e chi no. Il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici ha coniato infatti l’espressione cooling poverty, la povertà del fresco: mentre le famiglie ad alto reddito destinano tra lo 0,2 e il 2,5 per cento delle proprie spese all’uso dell’aria condizionata, quelle più povere possono arrivare a spendere fino all’8 per del proprio budget per l’elettricità destinata al raffreddamento.
Adattarsi
Modificare il lavoro fa parte ormai di quel processo di adattamento ai cambiamenti climatici che sta interessando gran parte delle nostre attività. Dalla Fillea Cgil, categoria dei lavoratori edili, chiedono ad esempio di riconoscere lo stress termico come malattia professionale. L’Inps ha dato invece indicazioni alle aziende per chiedere la cassa integrazione se le temperature superano i 35 gradi.
I sindacati in tutta Europa avvertono che le normative sul lavoro non riescono più a stare al passo con quella che le Nazioni Unite questa settimana hanno definito «la nuova normalità» per l’Europa.
A Barcellona, una donna di 51 anni è collassata nella sua abitazione alla fine del turno come operatrice ecologica. In Italia, un operaio edile è morto nei pressi di Bologna.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, i decessi legati al caldo sul lavoro in Europa sono aumentati del 42 per cento dal 2000.
«Questo è un tema che riguarda tutti i Paesi europei, ed è per questo che la responsabilità di trovare una soluzione ricade logicamente sulla Commissione europea», ha detto Esther Lynch, segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati. «È evidente a tutti, nella vita quotidiana, che il clima sta cambiando. E se vogliamo evitare decine di altre morti evitabili ogni estate, dobbiamo aggiornare urgentemente le nostre leggi».
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