Non fossero bastati i magri risultati raccolti da Enrico Letta alle ultime elezioni, dopo avere passato un anno intero a corteggiare Giuseppe Conte ed essere rimasto con un pugno di mosche in mano, cioè con Fratoianni e Bonelli come alleati, e prima di lui da Nicola Zingaretti, costretto a dimettersi dopo essersi impiccato alla linea Conte o morte (indimenticabile il manifesto che recitava «Il Partito democratico ha una sola parola ed esprime un nome come possibile guida di un nuovo governo di cambiamento: quello di Giuseppe Conte» giusto alla vigilia dell’insediamento del governo Draghi), anche Elly Schlein sembra finita nella stessa trappola che ha già sfibrato i suoi predecessori. Mentre la segretaria del Pd ingoiava qualunque umiliazione pur di garantire la candidatura del grillino Roberto Fico in Campania – vedi il penoso silenzio mantenuto sul caso Gergiev per non turbare l’imbarazzante trattativa con Vincenzo De Luca – il leader del Movimento 5 stelle non si può dire che si facesse altrettanti scrupoli davanti alle difficoltà dell’aspirante alleato, prima a Milano, sull’inchiesta che ha coinvolto la giunta Sala, e ora nelle Marche, con le indagini su Matteo Ricci.
Per quanto si possa essere tentati di cercare altre spiegazioni, che ci sono sempre, il problema di fondo da cui bisogna partire è che dal 2019 in poi i dirigenti del Partito democratico hanno ampiamente dimostrato di essere i peggiori corteggiatori del mondo. O se preferite, che in politica è praticamente lo stesso, i più negati per l’arte del negoziato, come si usa dire oggi, forse superati in peggio solo dai vertici dell’Unione europea attualmente impegnati nella partita dei dazi con Donald Trump.
Il modo in cui Conte, mentre i suoi continuano a maramaldeggiare sulla giunta Sala e il Fatto quotidiano descrive la Milano amministrata dal Pd come una via di mezzo tra Sodoma e Gotham city, lascia rosolare a fuoco lento la candidatura Ricci nelle Marche, chiedendo tempo per «studiare le carte», è di una perfidia tale da fare quasi simpatia. È inevitabile. Si finisce sempre per simpatizzare anche per le reazioni più crudeli, a fronte di corteggiatori insistenti e lagnosi. O di negoziatori che si presentino al tavolo delle trattative in ginocchio, implorando la clemenza della controparte.
Naturalmente non si tratta di negare l’evidenza, e cioè la necessità di un’alleanza il più larga possibile per sperare di battere la destra. Il punto è che dichiararsi in partenza disposti a tutto pur di ottenerla, come fa da anni il Pd, consegnandosi mani e piedi all’interlocutore, non pare il modo più intelligente non dico per spuntare le migliori condizioni, ma anche solo per raggiungere un accordo quale che sia, come i precedenti summenzionati avrebbero dovuto insegnare.
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