Elon Musk ha avuto un’idea, e come accade sempre quando ha un’idea bisogna provare a interpretare tutti gli elementi a disposizione per capire se si tratta di una cosa più pericolosa o più imbarazzante. In questo caso forse è una via di mezzo tra le due, a dimostrazione che Ennio Flaiano ci vedeva lungo, anche al di là dell’Atlantico, perché la situazione è grave ma non seria. «Quando si tratta di mandare in bancarotta il nostro Paese con sprechi e corruzione, viviamo in un sistema monopartitico, non in una democrazia. Oggi nasce l’America Party per restituirvi la vostra libertà», ha scritto Musk su X in un tripudio di populismo e senso del dramma. Ha annunciato così la fondazione di un nuovo partito politico statunitense: l’America Party. Nelle sue intenzioni, il nuovo partito dovrebbe rappresentare un’alternativa al duopolio politico di Democratici e Repubblicani.
La decisione arriva in risposta alla pericolosissima legge fiscale di Donald Trump, ormai nota come Big Beautiful Bill (perché troppi giornali hanno seguito la definizione trumpiana). È l’ultimo strappo, in ordine di tempo, di Musk con il presidente americano. Da quando ha lasciato il Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), il proprietario di X ha più volte criticato, poi lodato, poi di nuovo criticato, Donald Trump. Ma la Big Beautiful Bill non può accettarla, la considera «un disgustoso abominio» e «la più grande espansione del debito pubblico nella storia americana», con un impatto previsto di oltre cinquemila miliardi di dollari in dieci anni sulle casse federali. La risposta di Trump? «È fuori controllo», poche parole per liquidarlo come un progetto velleitario e senza speranza.
In questo clima di ostilità, Musk ha lanciato un sondaggio sulla creazione di un nuovo partito: su oltre 1,2 milioni di risposte, il sessantacinque per cento si è detto favorevole. E lui non perde mai l’occasione di schierarsi dalla parte del popolo, o almeno del popolo percepito via social, puntando dritto alla pancia. Così ha buttato già un programma in sette punti: ridurre il debito, modernizzare l’esercito con l’intelligenza artificiale, politica pro-tecnologia (qualunque cosa significhi), accelerare per vincere la sfida sull’intelligenza artificiale meno regolazione pubblica soprattutto in campo energetico, libertà di parola, politiche per incentivare la natalità, misure centriste per tutto il resto.
È il manifesto con cui vorrebbe quantomeno influenzare il Congresso. Sostenere un candidato alla presidenza nel 2028 «non è escluso», per Musk. Ma in un primo momento si accontenterebbe di pochi seggi, quanto basta per muovere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Tutta l’attenzione è sulle elezioni di midterm del 2026, dove punta a concentrare le risorse su due o tre seggi chiave al Senato e una decina alla Camera. Questo, secondo Musk, potrebbe bastare per condizionare gli equilibri legislativi e rompere il «blocco unipartitico».
Musk può contare su risorse praticamente illimitate e su un’immensa visibilità mediatica, ma è difficile capire se siano sufficienti a spezzare il bipartitismo americano: finora, chi ci ha provato non ha mai avuto molta fortuna. E allora forse è solo l’ennesima provocazione di un miliardario con troppo tempo libero e un’idea di politica pericolosamente populista.