
«Dov’eravate nell’autunno del 2000?» è una domanda che può cogliervi impreparati, ma poi, se vi dico che l’autunno del 2000 è la stagione in cui andò in onda il primo “Grande Fratello”, capite subito, e subito vi ricordate.
Era quando avevamo ancora margine in due attività ormai esaurite: ricordi da formare, e innocenze da perdere. Io conducevo un programma radiofonico che andava in diretta alle sei del mattino, il che significava che la sveglia suonava alle quattro.
Il giovedì sera andavo a casa di certi amici che abitavano sulla Camilluccia: erano gli unici a essere abbonati a Stream (eravamo tutti abbonati a Tele+, noi normali), e Stream aveva la diretta «dalla casa del Grande Fratello» ventiquattr’ore su ventiquattro.
Andavo stanchissima in motorino a vedere il programma a casa loro, e ne tornavo ancora più stanca morta quando alla mia sveglia mancavano davvero poche ore, perché si davano due fattori. Il minore era che ero così giovane da non essere affezionata alle mie ore di sonno. Il maggiore era che il “Grande Fratello” era così importante che ci sembrava indispensabile, durante la pubblicità su Canale 5, continuare a guardare cosa facessero Taricone e gli altri.
Tra gli altri c’era Cristina Plevani, che potrebbe anche vincere un Nobel per la Fisica e per noialtri che c’eravamo quell’autunno lì resterà sempre quella che stava con Taricone durante il primo reality delle vite di tutti, nostre e loro.
Mercoledì Cristina Plevani ha vinto “L’isola dei famosi”; io, senza vederne un minuto, avevo previsto prima e secondo classificati: prima lei perché è una storia, è un simbolo, è la tv che omaggia sé stessa; secondo Mario Adinolfi, perché in mezzo a quegli analfabeti parrà il figlio naturale di Simone de Beauvoir e Elias Canetti, e perché ha quella cosa ormai rarissima che è un carattere.
Ho indovinato perché sono intelligentissima? No, ho indovinato per la stessa ragione per cui la Plevani ha messo in valigia la camicia con cui entrò al “Grande fratello”: perché non abbiamo più innocenze da perdere.
Qualche giorno fa, per il quindicennale della morte di Pietro Taricone, qualcuno su Twitter ha tirato fuori il filmato più prezioso che abbia visto di recente. La sua uscita nel 2000, all’ultima puntata, da quella scenografia chiamata «la casa del Grande Fratello», e la sua entrata nell’altro studio televisivo, quello dal quale andava in onda la puntata del giovedì. Un amico al quale ho mandato il filmato mi ha detto: è stato l’ultimo momento di autenticità della storia della televisione – ed è vero.
Non somiglia a niente di quello che vediamo adesso, perché somiglia alla prima frase che dice Ed Harris in “The Truman Show”: mentre il mondo che abita è in un certo senso contraffatto, non c’è niente di falso in Truman.
“The Truman Show” è spessissimo citato a sproposito per quel che è venuto dopo, i reality successivi e tutto ciò che ha svuotato di senso i reality, ovvero la gente che si accende la telecamera del telefono in faccia. Ma è il riferimento giusto per quella cosa che non c’è bisogno di rivedere per intero, bastano quei pochi minuti: la prima e l’ultima volta in cui i concorrenti d’un reality non hanno avuto idea d’essere concorrenti d’un reality.
Di qualcosa si sono accorti, naturalmente, perché c’era persino chi noleggiava gli aerei per far passare striscioni, perché a Cinecittà le sere della diretta c’era la gente che urlava, e infatti quando Pietro sta per uscire è Salvo-il-pizzaiolo – che resta dentro, assieme a Cristina, ad aspettare di capire chi sarà prima e chi secondo – a dirgli: stanno distruggendo tutto fuori, Pietro, appena ti prendono ti strappano le mutande.
Ma, al contrario di certe conduttrici che passano la trasmissione a guardarsi nel monitor di servizio e se togli loro la possibilità di controllare costantemente come sono inquadrate e illuminate e truccate sbarellano, quelli dell’autunno del 2000 non hanno la misura, non hanno gli strumenti, non hanno i parametri.
Sono l’ultimo cast che non ha modo di chiedersi cosa funzioni in televisione, perché alla televisione non hanno preso le misure, perché in televisione fino a quel momento ci stavano quasi solo quelli che sapevano fare qualcosa, i casi umani andavano a fare un’ospitata al “Maurizio Costanzo Show”, mica si prendevano sedici milioni di spettatori tutti per loro (la finale del primo “Grande Fratello” la guardarono più persone di quelle che ora guardano le finali di Sanremo sui cui strabilianti riscontri di pubblico ogni anno ci sdlinquiamo).
Quando Pietro Taricone scende dalla macchina con cui Marco Liorni l’ha accompagnato nello studio di quelli che sanno di stare in tv, e lui va verso la porta per entrare, c’è una cosa che dice l’anomalia del tutto: il resto del cast, i suoi pari, i suoi commilitoni, quelli che sono già usciti nelle eliminazioni precedenti escono a prenderlo, perché solo loro sanno precisamente quant’è stranito e quanto non capirà cosa stia succedendo.
Marina La Rosa gli dice: il programma l’hai vinto tu – e lui non sa cosa significhi, e noi oggi sì, perché abbiamo il vantaggio del senno di poi e sappiamo che i reality non li vince chi li vince, li vince la persona di cui tutti parlano anche se per parlarne male e votarne l’uscita, li vince chi è memorabile, li vince chi ha un carattere.
Un carneade con la tinta dei capelli colata, su quest’ultima “Isola”, ha fatto piangere Cristina Plevani dicendo che lei sono venticinque anni che non fa niente, perché ormai il mondo è diventato il “Maurizio Costanzo Show” e se non stai in tv almeno una volta a settimana dev’essere per forza perché non ti chiamano e insomma è un bel guaio.
Plevani ha pianto in favor di camera con innocenza simulata, sapendo benissimo che la cafonaggine del carneade valeva l’essere stata sedotta e abbandonata da Pietro Taricone: valeva la vittoria.
Ci sono persone che per l’innocenza manipolatrice hanno un istinto: Walter Nudo vinse la prima “Isola” rispondendo «o tutti e quattro o niente» all’offerta d’uno yacht su cui passare la notte, e preferendo la spartana convivenza con concorrenti che l’avevano pescinfacciato a una notte comoda.
Plevani, il cui istinto l’aveva ben servita venticinque anni fa, ora ha più mestiere del carneade che sta continuamente nei talk show. Ha pianto, ha vinto, ha indossato la camicetta che si era portata da casa in previsione della vittoria, per vestirsi da storia della tv. Ma, quando tra venticinque anni ci chiederanno dove fossimo in quest’inizio d’estate, per ricordarlo non ci sarà di nessun aiuto l’indizio «Andava in onda l’ennesimo reality».