
Quasi ogni giorno assistiamo a una nuova strage a Gaza, cui fanno seguito denunce e accuse da un lato, dall’altro parziali ammissioni circa errori o episodi poco chiari sui quali, si assicura, l’esercito israeliano aprirà un’inchiesta (non le ho contate, ma ho l’impressione che a quest’ora nell’Idf dovrebbero esserci più inquirenti che combattenti).
Di conseguenza, nelle opinioni pubbliche occidentali, l’ostilità verso Israele sta raggiungendo un livello mai visto prima (e non è che prima Israele fosse esattamente la ragazza più corteggiata della festa). Diversi segnali nello stesso senso si cominciano a vedere persino negli Stati Uniti.
È inevitabile: più la guerra di Gaza va avanti, di massacro in massacro, senza alcuno sbocco comprensibile, senza alcun piano, senza alcun punto di caduta intelligibile al di là dei vuoti proclami sulla necessità di distruggere Hamas (mentre si ottiene l’esito diametralmente opposto), più le persone ragionevoli, anche le più favorevoli a Israele, devono arrendersi all’evidenza, per cui a difendere la causa israeliana rimangono solo improbabili fascistoni neanche tanto ripuliti e picchiatelli del web, tipo quelli di cui oggi si occupa Guia Soncini su Linkiesta.
L’asse tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump fa il resto, rendendo palese una comunanza di vedute, principi e interessi che nulla hanno a che fare con i valori dell’occidente e della democrazia liberale, come dimostra anche la sollecitudine del presidente americano per i guai giudiziari del collega, che lo porta a ingiungere ai tribunali israeliani di cancellare ogni accusa nei suoi confronti, come ha fatto anche per quell’altro gentiluomo di Jair Bolsonaro, suo mediocre imitatore brasiliano (anche nel fomentare l’assalto dei propri sostenitori al parlamento dopo la sconfitta elettorale, motivo per cui è sotto processo). E così anche da noi il dibattito sulla questione mediorientale subisce quel processo di polarizzazione, radicalizzazione e rincoglionimento che ormai tocca qualunque argomento, ma in una misura persino superiore al resto.
Il caso di Francesca Albanese, la diffusa solidarietà che ha ricevuto – dopo la scelta degli Stati Uniti di sanzionarla – non solo dalle forze politiche, ma ancor più dall’opinione pubblica, compreso l’immancabile appello di attori, cantanti e celebrità varie, è solo l’ultima conseguenza di questa tragica spirale. Non discuto la scelta di difendere l’Onu e di respingere l’attacco dell’amministrazione Trump, chiaramente ispirato da Israele, alla relatrice speciale sui territori occupati.
Per una volta, non voglio unirmi nemmeno alle critiche che per questo sono state mosse a Elly Schlein. Quello che mi addolora è vedere tante brave persone fare di un personaggio come Albanese – che sta alla questione israelo-palestinese come Alessandro Orsini a quella russo-ucraina – addirittura un’eroina e un modello, firmare e diffondere persino appelli per darle il Nobel per la pace.
Quello che mi turba è che tante brave e benintenzionate persone possano davvero non avvertire la lingua di legno con cui Albanese parla di Hamas, dei paesi arabi e di qualunque nemico di Israele, il modo accorto in cui aggira qualunque netta presa di posizione sui loro crimini, prese di posizione che arrivano al massimo, quando arrivano, al termine di estenuanti circonlocuzioni e subordinate concessive a catena, a base di «l’ho già detto mille volte» (il trucco più vecchio del mondo) e «non è questo il punto» (ancora più vecchio), perché il punto è sempre un altro, cioè sempre lo stesso: le colpe di Israele, sin dalla sua fondazione, ab origine.
L’intera questione mediorientale, una delle più controverse della storia umana, in cui torti e ragioni si intrecciano nel modo più inestricabile, ridotta a una poltiglia falsa e faziosa, infantile e fanatica, buona per addestrare bambini soldato e picchiatelli da social network, come quelli uguali e contrari che insistono a giustificare qualsiasi crimine compiuto dal governo e dall’esercito israeliano a Gaza, dai coloni in Cisgiordania, da Netanyahu e dai suoi ministri fascisti che parlano con disinvoltura della possibilità di deportare milioni di palestinesi, incuranti delle atroci risonanze storiche di simili pianificazioni.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.