
Quando ieri mattina mi è arrivata la sentenza con cui la Cassazione confermava anche la condanna civile a Italia 1 per avermi mandato dei delinquentelli a casa e aver pure trasmesso il filmato, un po’ mi sono vergognata: tre processi di qua, tre di là, tutto perché Piersilvio Berlusconi invece di chiedere scusa per i malviventi che manda in onda continua a fare appello contro sentenze inevitabili.
E perché ti vergogni, direbbe un amico immaginario: hanno fatto appello loro; ma io riesco a vergognarmi solo in proprio, non a ingiungere contrizione agli altri. Altri soldi della fiscalità generale buttati nel cesso: che imbarazzo.
Ma, poiché la vita è sceneggiatrice, ieri mattina l’opera di riforma di tutto questo era già partita, la stavo rimirando da tre giorni, non so come l’autore di questo piano di rinascita democratica (che insomma non possiamo mica chiamare così) intenda indicare la sua rivoluzione, ma ormai il sentiero senza ritorno è stato imboccato, e per sempre diremo: grazie, Pinter Antonio.
Pinter Antonio io non l’avevo mai sentito nominare. Sì, stava nel famoso tweet (o come si chiamano ora) in cui Cecilia Sala faceva i nomi di due che la importunavano, ma i nomi dei picchiatelli dell’internet non li ascoltano neppure quelle cui si presentano dopo averle incontrate su Tinder, figurarsi io, che ho la memoria a gruviera.
Pinter Antonio, che per me sarà sempre cognome e nome come l’ho visto scritto venerdì, è l’eroe civile che ha detto basta, ha detto il sistema va boicottato dall’interno, ha detto è ora di finirla con questa cosa che le nostre tasse se ne vadano in puttanate, puttanate tra le quali ci sono anche le velleità dell’internet di fare causa alla suocera maleducata, al vicino rompicoglioni, a Cecilia Sala che ha detto che ti chiami Pinter Antonio.
Prima di spiegare in dettaglio l’operazione di boicottaggio del causilismo internettaro, tocca spiegare la specificità di Twitter (o come si chiama ora), il più ridicolo dei social per molte ragioni, non ultima il suo essere il social d’elezione di politici e giornalisti.
In breve: Twitter (o come si chiama ora) è l’unico social su cui non si monetizza. Se uno dice una cazzata su TikTok, io so che entro sei mesi quell’uno è probabile si mantenga dicendo cazzate. Su Instagram, uguale. Twitter non solo, diversamente da Facebook, non ha la fondamentale funzione di ricordarti i compleanni, ma stai pure lì senza trarne profitto: se dici una cazzata su Twitter, è proprio perché ci tenevi a dire una cazzata, avevi l’urgenza morale di dirla. (Se dici una cosa intelligente in un posto del genere, sei la prova dell’unica nozione che serva avere: l’intelligenza non basta neanche per agire in maniera intelligente).
Questo fa di Twitter (o come si chiama) l’ammortizzatore sociale che serviva alla legge Basaglia. Gente che ha tutto il tempo del mondo, tempo liberato dalla lavatrice e dall’asciugatrice (non devono più neanche stendere!), gente che non è in grado di usarlo per cose utili (figuriamoci) ma neanche per cose dilettevoli, questa gente invece di leggere un romanzo, mangiare i gamberi rossi, guardare un film, fare il sudoku, questa gente sta tutto il giorno a ossessionarsi su qualcosa, in un covo di ossessionati. Se non ci fosse Twitter, darebbero di matto per strada: grazie, Elon.
L’utente tipo di Twitter non concepisce la modalità non ossessionata. Quello che scrive che gli piaceva leggermi, ma io devo avere «un nervo scoperto dalle parti di Gaza», visto che l’ho bloccato e ciò non può che essere dovuto alle sue «posizioni filo-ebraiche», quello lì è chiaro che se la spasserà per interi pomeriggi con quelli che invitano a scaricare le app di boicottaggio di Israele, perché per l’ossessione la coloritura politica è un dettaglio, tra di loro si trovano: è di fronte al mio «non me ne frega niente di discutere di questa roba» che vanno in cortocircuito.
Certo che tutta l’internet è fatta di gente che non viene mai bloccata perché è noiosa, perché è ottusa, perché è troppo scema da capire che non ha niente d’intelligente da dire su un conflitto che in decenni nessuno è riuscito a risolvere, ma sempre perché ha posizioni scomode e controcorrente e schienadrittiste; ma solo su Twitter questi picchiatelli si percepiscono eroi che devono nascondersi dietro a un nomignolo sennò temono per la loro incolumità.
E quindi Pinter Antonio va da un giudice, di fronte al quale Cecilia Sala non si presenta (se rinasco mi organizzo per essere Ragazza Ricca che se ne fotte di difendersi). E il giudice che può fare: ascolta chi è lì. E chi è lì gli dice, ricopio dalle motivazioni con cui il giudice ingiunge alla Sala di rimuovere le generalità di Pinter Antonio, che la Sala ha istigato «la tenuta da parte di terzi di comportamenti illeciti di diffamazione; situazione, questa, già concretamente verificatasi».
Quindi Pinter Antonio ci tiene che nessuno sappia che si chiama Pinter Antonio, è importante non si sappia perché se il mondo sa che Pinter Antonio si chiama Pinter Antonio da ciò Pinter Antonio avrà un danno, e perciò il suo avvocato ha chiesto un provvedimento d’urgenza, senza stare ad aspettare che un processo stabilisca chi ha ragione: intanto quel pericoloso post va rimosso, è un’emergenza, «il ricorrente ha documentato sia in sede di ricorso, sia successivamente la larga diffusione del messaggio e il progressivo aumento dei commenti di utenti della piattaforma X ai suoi danni».
Voi cosa fareste, se foste Nomignolo che non vuol far sapere che si chiama Pinter Antonio perché ne va della sua incolumità e persino un giudice vi desse ragione? Non quel che ha fatto Pinter Antonio, perché non siete rivoluzionari quanto lui.
Pinter Antonio, il Masaniello di cui gli intasati tribunali di questo derelitto paese avevano bisogno, pubblica venerdì sera sul suo account le schermate della decisione del giudice, in cui se ho contato bene compare quattro volte come “Pinter Antonio” e due come “Antonio Pinter”. Sarebbe bastato mettere le pecette sul cognome, e non avrebbe fatto la rivoluzione. E invece.
Due giorni e mezzo dopo, i due post con cui ha pubblicato i documenti legali hanno 79mila e 53mila visualizzazioni. Per uno che in sedici anni di Twitter (taluni dei quali con nome e cognome) non è arrivato a quattromila follower, immagino sia un primato: mai così tanta gente aveva saputo come si chiamasse. A Milano la chiamerebbero brand awareness.
Ora, è ovvio che il giudice non può che incazzarsi per la figura da fesso che Pinter Antonio gli ha fatto fare: mi hai detto che era urgente che non sapessero il tuo nome, e poi sei il primo che lo diffonde, che lo dirama, che lo pubblicizza. È ovvio che nessun tribunale prenderà mai più sul serio il diritto alla riservatezza di Pinter Antonio, forse addirittura sarà l’unico paziente del quale negli ospedali dicono il cognome a voce alta. Ma Pinter Antonio, eroico, non pensa a sé.
In parte, pensa ai picchiatelli di Twitter, ai quali ha risolto il weekend (non le ho viste tutte – in barca il wifi prende male – ma ho centinaia di notifiche di gente che mi ha chiocciolato trionfante il provvedimento che tutela Pinter Antonio dal proprio cognome e nome: essi pensano che, siccome un mese fa ne avevo scritto, io sia interessata agli esiti giudiziari, anzi forse addirittura turbata; il picchiatello di Twitter, essendo appunto picchiatello, non concepisce che una scriva un articolo e dopo dieci secondi dimentichi la questione, invece di ossessionarcisi in un sabato di luglio).
Ma soprattutto, e con grande generosità, Pinter Antonio pensa a noi. A noi contribuenti – cioè: non a quegli sfaccendati che passano le giornate su Twitter – che ci siamo rotti i coglioni di pagare le tasse per tribunali che non funzionano in tempi decenti perché sono intasati dai deliri del cittadino medio che vuole fare causa a tutti perché si impermalisce, si annoia, si ossessiona.
Pinter Antonio si è sacrificato a mostrare che il meccanismo è fallato, che le urgenze non sono tali, che i capricci vengono chiamati emergenze; e che, la prossima volta che qualcuno va da un giudice a dire «signora maestra, mi ha detto le brutte parole sull’internet», quel qualcuno va mandato a lavare le scale. Pinter Antonio è un eroe, e noi gli dobbiamo sempiterna gratitudine.