TransumanesimoIl pensiero magico di Peter Thiel

Al New York Times, l’imprenditore della Silicon Valley delinea una teoria apocalittica sul presente e il futuro, con un’inquietante equazione tra l’Anticristo e Greta Thunberg

A destra Peter Thiel, a sinistra Elon Musk. Ai tempi di PayPal

Il podcast “Interesting Times” del New York Times è diventato, negli ultimi tempi, una sorta di confessionale laico per i nuovi ricchi dell’era digitale. Coloro che un tempo chiamavano milionari ci hanno mostrato l’inquietante filosofia della Silicon Valley. Nessuno, però, ha toccato le vette di angoscia e cinismo raggiunte dal pensiero magico, più che tecnologico, di Peter Thiel, tra distopie, transumanesimo e catastrofi future.

Parliamo del cinquantasettenne nato in Germania, cresciuto in California, tra i fondatori di PayPal (insieme a Elon Musk), primo investitore di Facebook e artefice di Palantir, l’azienda che ha trasformato la raccolta e l’analisi dei dati in uno strumento strategico per l’intelligence americana. Tradotto: vende software di sorveglianza predittiva a governi ed eserciti di molti Stati. Thiel è diventato anche un finanziatore del populismo trumpiano, mentore di candidati della destra radicale e teorico dell’inadeguatezza dell’ordine liberale contemporaneo. Un tecnopopulista, per capirci.

Dopo aver contribuito a edificare l’era tecnologica, Thiel ne ha celebrato il funerale con toni da teologo apocalittico. Durante Interesting Times, Thiel ha spiegato a Ross Douthat la sua teoria della stagnazione: secondo lui, il progresso materiale, visibile, che ha cambiato radicalmente la vita umana tra il 1750 e il 1970, grazie a navi, treni, aerei, energia nucleare e conquiste spaziali, si è arrestato da mezzo secolo. Al loro posto è arrivata un’innovazione confinata al mondo dei bit, fatta di social network, pubblicità mirata e gadget digitali, che ha generato solo un’illusione di avanzamento.

La colpa, per Thiel, è di una cultura che ha smesso di rischiare e ha trasformato la prudenza in sistema. L’Occidente ha scelto di gestire il presente, piuttosto che inventare il futuro, sacrificando ogni ambizione trasformativa sull’altare della stabilità. In questa pseudo-innovazione: «Il mondo non è completamente fermo, ma è lento. Lento rispetto ai secoli precedenti. E questa lentezza è diventata la nostra normalità». Questa stasi si riflette nelle generazioni: i millennial vivono peggio dei boomer, non solo economicamente ma anche simbolicamente: hanno smesso di aspettarsi che il futuro sarà migliore.

Per Thiel, le grandi istituzioni accademiche hanno cessato da tempo di produrre conoscenza: sono diventate, sostiene, «agenzie di conformismo reputazionale», strumenti per accedere a un’élite che si protegge tramite l’accettabilità, non il merito. È la logica che lo portò, nel 2010, a lanciare la Thiel Fellowship, un programma che offriva centomila dollari a giovani promettenti per abbandonare il college e fondare una start-up. Oggi, dice, quell’idea non è più una provocazione. È buon senso: «Il Manhattan Project (la creazione della bomba atomica, ndr) oggi sarebbe impossibile. Se Einstein scrivesse alla Casa Bianca, la sua lettera si perderebbe nella burocrazia».

Thiel confessa di sentirsi come qualcuno che prende tempo, in un mondo che ha smesso di crederci. Cita René Girard, suo mentore a Stanford, e riflette sulla scienza come promessa tradita: «La scienza ci ha dato la possibilità di cambiare tutto. Ma poi ci ha detto che non dovremmo cambiare niente. Ha promesso la salvezza e poi ci ha chiesto solo cautela».

Il pensiero magico di Thiel tocca anche il cambiamento climatico, che viene liquidato come uno strumento narrativo al servizio di una nuova ideologia del controllo globale. Pur senza negare esplicitamente l’esistenza del problema, Thiel riduce la centralità della crisi climatica a una costruzione retorica funzionale a rafforzare istituzioni sovranazionali e strutture burocratiche che, a suo avviso, impediscono il rischio, l’innovazione e l’autonomia. In un passaggio emblematico dell’intervista, arriva a dire che l’Anticristo moderno non è più una figura violenta, ma qualcuno che parla di «pace e sicurezza» per ottenere il consenso al controllo.

E chi sarebbe questo Anticristo: Hitler, Oppenheimer, Trump? No: Greta Thunberg. Sì, avete letto bene. «Se un tempo temevamo il dottor Stranamore, oggi l’Anticristo assomiglia a Greta. È la sua promessa di sicurezza, non la minaccia, a convincere il mondo a cedere libertà in cambio di stabilità». Per Thiel, la giovane attivista svedese incarna un modello di autorità morale che, attraverso la paura e il senso di colpa, giustifica restrizioni e conformismo. E l’allarme ambientale sarebbe un pretesto per delegittimare ogni progetto di governance collettiva.

Sarebbe difficile raggiungere un altro apice, e invece Thiel ci riesce, superando a destra quell’idea che hanno sempre più miliardari della Silicon Valley di diventare immortali. Un’ossessione che Jesse Armstrong, il creatore di Succession, ha raccontato a modo suo nella serie tv “Mountainhead”. Thiel rilancia parlando al New York Times del transumanesimo. Non contesta l’idea di trasformare il corpo umano attraverso la tecnologia, anzi: critica il fatto che molte delle attuali espressioni di transumanesimo siano, a suo avviso, troppo modeste e prive di ambizione. «Il problema non è che è innaturale. È che è pateticamente modesto. Non vogliamo solo cambiare i genitali. Vogliamo cambiare tutto: il cuore, la mente, il corpo, l’anima». E perché no, il cervello.

Alla fine, alla domanda se crede che Dio interverrà nella storia, Thiel resta in silenzio per un istante. Poi abbozza: «Non sono un calvinista. Se pensassi che è tutto determinato, tanto varrebbe fare yoga e aspettare di essere mangiati dai leoni». Una battuta, più che una risposta. Dopo aver evocato per un’ora intera l’Anticristo, il destino dell’Occidente e la crisi della speranza, proprio davanti alla domanda essenziale — c’è un disegno divino o la salvezza eterna? — Thiel si sottrae. La sua voce, per un attimo, non è più quella dell’investitore profetico, ma di un uomo che per un attimo sembra dubitare della sua teoria. Non è l’unico.

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