Teheran e l’estrema destraLa rete invisibile dell’Iran in Italia tra spie, editoria e propaganda digitale

La Repubblica Islamica ha messo in piedi anche nel nostro Paese una rete di sorveglianza attiva sui dissidenti, fatta di pedinamenti, intercettazioni e intimidazioni mirate

(AP Photo/Rafiq Maqbool)

C’è un Iran silenzioso che attraversa le maglie della società italiana. Non quello delle cronache di guerra o dei comunicati ufficiali, ma un Iran che agisce sottotraccia, dentro centri culturali, comunità religiose e attraverso un sofisticato apparato di propaganda digitale e soft power. Un sistema pensato per costruire tolleranza o adesione, soprattutto in ambienti accademici, religiosi e politici di nicchia. Grazie a fonti dirette e materiali, viene fuori che la Repubblica Islamica ha messo in piedi anche in Italia una rete di sorveglianza attiva sui dissidenti, fatta di pedinamenti, intercettazioni digitali e intimidazioni mirate.

La diplomazia culturale e gli investimenti accademici
Il Centro Culturale dell’Ambasciata iraniana a Roma, situato in via Nomentana, rappresenta il cuore strategico della diplomazia culturale della Repubblica Islamica. Questo spazio, formalmente dedito al dialogo interreligioso e alla promozione culturale, è in realtà uno snodo operativo che coordina eventi, conferenze e mostre con finalità politiche precise: costruire consenso attorno al regime e promuovere un’immagine dell’Iran come Stato spirituale, antimperialista e tollerante. Un aspetto centrale di questa strategia è l’investimento nel sistema universitario italiano.

Secondo la documentazione visionata, solo negli ultimi anni gli investimenti iraniani in accordi accademici e progetti di ricerca in Italia superano il milione di euro. L’Università del Salento ha stretto accordi con l’Università Allameh Tabatabai e la Shahid Beheshti di Teheran. Il Politecnico di Milano ha avviato collaborazioni con l’Imam Khomeini International University. La Sapienza di Roma mantiene dal 2009 un centro congiunto con partner iraniani. Anche l’Università di Firenze, Bologna e Torino risultano coinvolte in progetti che spaziano dall’ingegneria all’archeologia, dagli studi religiosi alla mobilità accademica.

Le moschee sciite e le commemorazioni politiche
La presenza sciita in Italia è minoritaria rispetto a quella sunnita, ma ben organizzata e radicata. Il principale centro è la Moschea Imam Mahdi di Roma, in via Spello, punto di riferimento della comunità sciita e sede di commemorazioni pubbliche come quella dedicata a Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, avvenuta lo scorso 5 giugno alla presenza di rappresentanti vicini all’ambasciata iraniana. Anche la Moschea Ahlul Bayt di Torino, la Al-Rasoul di Milano e la Imam Ali di Bologna svolgono un ruolo simile. Ospitano celebrazioni in onore di figure simbolo della Repubblica Islamica, diffondono letteratura religiosa sciita e ospitano eventi in linea con la narrazione ufficiale di Teheran. Questi luoghi non sono solo spazi di culto, ma strumenti di consolidamento dell’influenza culturale e politica iraniana sul territorio.

L’editoria filo-sciita in Italia
Un tassello fondamentale della rete è rappresentato dalle case editrici italiane che diffondono contenuti ideologicamente vicini al pensiero khomeinista. Tra queste spicca la Società Editrice Barbarossa, da anni attiva nel promuovere testi religiosi e geopolitici legati alla visione iraniana del mondo, in particolare attraverso il lavoro di Claudio Mutti, figura chiave della rivista Eurasia. Oltre a Barbarossa, esistono piccole sigle editoriali legate ad associazioni culturali sciite che traducono e distribuiscono i discorsi di Khamenei, biografie di imam e testi religiosi legittimanti la teocrazia. Queste pubblicazioni vengono veicolate in ambienti religiosi, nei centri culturali islamici, in alcuni ambienti accademici e durante eventi letterari, costruendo un soft power ideologico che bypassa i circuiti mediatici tradizionali.

La propaganda digitale, il ruolo degli influencer e i legami con l’estrema destra
L’Iran in Italia opera anche sul fronte digitale, attraverso un sistema stratificato di siti, canali Telegram, social network e piattaforme video. La versione italiana di Press TV, i contenuti di Radio IRIB, portali geopolitici filo-iraniani e decine di canali Telegram amplificano quotidianamente la narrazione del regime, mescolando spiritualismo, antioccidentalismo e revisionismo storico.Accanto a questo, si affianca la strategia degli influencer iraniani residenti nel Paese. Figure come Sadaf Taherian, Elnaz Golrokh o altri profili lifestyle su Instagram e TikTok mostrano un Iran ordinario, rassicurante, fatto di caffè, gite, abiti alla moda e paesaggi naturali.

Questi contenuti, distribuiti con algoritmi ben calibrati, servono a neutralizzare l’immagine di un regime oppressivo, oscurando il dibattito su violazioni dei diritti umani, proteste e repressioni. Vengono spesso rilanciati da pagine filo-regime in Italia, contribuendo a creare una bolla informativa alternativa a quella promossa dalla resistenza iraniana in esilio.

Emergono anche connessioni meno visibili ma significative tra la rete culturale sciita e settori dell’estrema destra italiana. In più occasioni, l’imam Abbas Di Palma, presidente dell’Associazione Imam Mahdi di Roma, è stato ospite in contesti vicini alla galassia della destra radicale, come la fondazione Heimat di Gorizia, che ha organizzato il 17 maggio 2025 l’evento “Rivoluzione” a Monfalcone. In quella occasione è stato proiettato un docufilm sull’Iran, prodotto dal portale Come Don Chisciotte, che ripercorreva la narrazione storica e ideologica della Repubblica Islamica, dalla monarchia Pahlavi fino alla rivoluzione guidata da Khomeini. Il film è stato presentato da Lorenzo Maria Pacini, professore di filosofia politica, e Jacopo Brogi, autore e regista del documentario, con la partecipazione in collegamento video dello stesso Di Palma. La fondazione Heimat, che promuove contenuti di orientamento sovranista, spiritualista e filorusso, dispone anche di una casa editrice e di una rete di produzione intellettuale che attinge dichiaratamente alla visione del filosofo e stratega russo Alexander Dugin, punto di riferimento per molte formazioni filo-iraniane in Europa.

L’iniziativa, come altre emerse nel corso di questa inchiesta, mostra una saldatura tra discorso islamico sciita, critica dell’Occidente liberale e propaganda multipolare, che consente all’Iran di consolidare alleanze ideologiche in ambienti formalmente lontani, ma uniti da una comune opposizione all’ordine atlantico.

La rete di spionaggio e il controllo sulla diaspora
Ma la parte più opaca e inquietante di questa rete è quella legata all’attività di sorveglianza, intimidazione e monitoraggio dei dissidenti in Italia. In diverse città, abbiamo raccolto numerose testimonianze da parte di attiviste e attivisti iraniani in esilio che denunciano una costante pressione psicologica, spesso accompagnata da veri e propri atti di intimidazione.

Raccontano di essere stati seguiti dopo manifestazioni contro il regime. Alcuni hanno mostrato fotografie di soggetti che li pedinavano o si appostavano sotto casa. Una donna ha spiegato che, dopo alcune proteste a Roma, è stata seguita per giorni e che suoi familiari in Iran sono stati oggetto di perquisizioni domiciliari. «Mi hanno pregato di smettere di sostenere i movimenti contro il regime», racconta, «e più volte il mio telefono ha smesso di funzionare subito dopo eventi pubblici. Lì ho capito che qualcuno ci stava controllando».

Un altro attivista ci ha raccontato di intrusioni sospette nella sua abitazione. Apparentemente dei furti, ma l’unico materiale scomparso erano alcune chiavette Usb. «Una volta, durante un sit-in, un funzionario dell’ambasciata iraniana ci si avvicinò e disse: “Vi controlliamo, e i vostri cari in patria piangeranno”». Le testimonianze sono numerose e concordanti. Descrivono una strategia di sorveglianza psicologica, fatta di presenze silenziose, allusioni, minacce e ricatti. Non è solo la persona attivista a essere nel mirino, ma il suo intero ambiente affettivo, familiare e professionale.

Secondo fonti riservate consultate, esiste all’interno dell’ambasciata iraniana a Roma un reparto strutturato, costituito da circa 15-20 persone. È suddiviso in tre unità operative: una responsabile del controllo informatico e delle intrusioni digitali, una incaricata del monitoraggio territoriale con pedinamenti e mappature degli attivisti, e una terza dedicata al reporting settimanale verso Teheran. Questa struttura agisce con copertura diplomatica, ma opera in stretta collaborazione con il Ministero dell’Intelligence iraniano e i reparti esterni dei Corpi della Guardia Rivoluzionaria.

La resistenza iraniana in Italia è composta da soggetti eterogenei: ex membri del Mek, movimenti monarchici, collettivi femministi, oppositori laici, attivisti delle minoranze curde, baluche e ahwazi. Tutti sono sistematicamente oggetto di sorveglianza, schedatura e pressione, con l’obiettivo di dissuadere, dividere, silenziare.

La rete iraniana in Italia non possiede ancora la forza organizzativa del soft power turco o saudita, ma è precisa, discreta e metodica. Si muove attraverso diplomazia culturale, centri religiosi, accordi universitari, editoria specializzata, influencer digitali e attività di intelligence attiva. Non punta alla conquista del consenso di massa, ma alla costruzione di una zona grigia di tolleranza, simpatia ideologica e impunità diplomatica. Un sistema parallelo che, come confermato dai documenti, dalle testimonianze e dai materiali raccolti, agisce ogni giorno sotto gli occhi delle istituzioni italiane, senza che se ne comprenda fino in fondo la portata e la pericolosità.

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